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Vicini alla scuola

05 Luglio 2022

Ora basta. A Scuola nessuno è straniero.

Documento pubblicato da 16 associazioni, tra cui Proteo Sicilia, che si occupano di formazione in Sicilia e che si sono costituite in Forum delle Scuole e dell'Educazione (ForSED).

L’approccio generale del mondo della scuola e dell’educazione, delle associazioni professionali e di categoria sul tema della cittadinanza ad alunne ed alunni cosiddetti “stranieri” può apparire probabilmente semplicistico o, con un aggettivo ormai svuotato di senso ma sempre in voga, “buonista” e irrilevante agli occhi esperti di un giurista. Anzi, di certi giuristi, visto il più che esperto parere in favore dello ius scholae di Lorenza Violini, Professoressa Ordinaria di Diritto Costituzionale presso l'Università degli Studi di Milano.

Di fatto in classe lo sguardo pedagogico non può e non deve ma, soprattutto, non sa e non vuole, fare differenza tra l’alunno e l’alunna che nascono in Italia, in famiglie italiane o nelle cosiddette famiglie miste e l’alunno e l’alunna nato/a in Italia da genitori entrambi stranieri. E non sa cogliere la differenza tra ragazze e ragazzi autoctoni e giovani che sono arrivati da pochi o molti anni nel nostro paese spinti da miriadi di ragioni che nulla hanno a che vedere con la vacanza o la gita. Sono tutte e tutti soggetti in formazione di cui quotidianamente – da anni - insegnanti, educatori, formatori e dirigenti vivono la loro responsabilità pedagogica senza distinzione che non sia il rispetto delle loro origini e delle loro sensibilità individuali.

Agli occhi di chi educa e forma nessun/a alunno/a è straniero/a e quasi sempre non lo è neanche agli occhi dei compagni di classe.

Era il luglio del 2017 quando l’allora capo del Governo Gentiloni decideva di rimandare all’autunno successivo la discussione sullo ius soli, giudicata troppo “divisiva”. E dopo 5 anni eccoci assistere ad un altro dibattito parlamentare dai toni violenti e surreali sul ben più moderato ius scholae. Ricordiamo che tale proposta di legge prevederebbe l’ottenimento della cittadinanza italiana al minore straniero che sia nato in Italia o che vi abbia fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età e che abbia risieduto legalmente e senza interruzioni nel nostro Paese, qualora abbia frequentato regolarmente per almeno cinque anni nel territorio nazionale uno o più cicli presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale triennale o quadriennale idonei al conseguimento di una qualifica professionale.

È una opportunità di doveroso realismo. Noi insegnanti, educatori, formatori e dirigenti che fra i banchi predichiamo l’educazione alla cittadinanza vedendone mortificato quotidianamente il diritto, riteniamo doveroso dare una risposta civile e umana ai più di 900 mila alunni e alunne che non sono nati da genitori italiani. La legge ancora in vigore nel nostro paese risale infatti al 1992: un’altra epoca storica se consideriamo la velocità delle trasformazioni geopolitiche e quindi socio-economiche del mondo “globale” in cui non si può ritenere che l’abbattimento degli steccati sia un semplice bisogno economico e/o tecnologico scrollandosi di dosso tutte le altre conseguenze e responsabilità civili ed umane. È veramente giunto il tempo di dire “basta”.

Purtroppo, invece, si rileva senza stupore la consueta pratica politica dell’ostruzionismo attraverso la presentazione di migliaia di irragionevoli emendamenti atti a rallentare la discussione e dunque la votazione di un atto.
E il ricorso, in quello che dovrebbe essere un normale dibattito parlamentare sulla mediazione tra ius soli, ius soli temperato, ius culturae e ora, al ribasso, ius scholae, alla violenza razzista del linguaggio rivolto alle nostre alunne e ai nostri alunni. Definiti “stupratori e tagliagola”, se ne invoca come necessaria conditio sine qua non la comprovata competenza in sagre paesane, canzoni popolari e costumi romani, o, ancora, il massimo dei voti a scuola, perché la cittadinanza si deve “meritare”, a differenza dei coetanei di sangue italico.
Questo spettacolo indecoroso e dai toni inaccettabili e discriminatori offerto nel nostro Parlamento ci mortifica come professionisti della scuola e dell’educazione.

Come Forum della Scuola e dell’Educazione della Sicilia chiediamo il ripristino di modi più consoni alla trattazione di una tematica così rilevante per la scuola e per il nostro Paese.

Chiediamo a gran voce che non si ritardi ulteriormente il riconoscimento di un diritto civile ed umano fondamentale, oggi estremamente necessario, e che si dia effettivamente sostanza alla volontà di integrazione e al riconoscimento del valore dell’interculturalità che attraversa le tante dichiarazioni delle politiche scolastiche passate e presenti.

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