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Vicini alla scuola

25 Novembre 2022

V Congresso Flc Cgil Caserta. Le passioni e le attese delle nuove generazioni, i loro dubbi, le loro domande.

Il Congresso di oggi è stato per me un’occasione per riflettere sulla condizione attuale della scuola italiana e su quale potrà essere il suo futuro con il nuovo governo.

Un’azione, a mio parere, molto significativa del nuovo governo è stata la modifica del nome del Ministero dell’Istruzione in “Ministero dell’Istruzione e del Merito”. Questa modifica sottintende, a mio avviso, una visione distorta dell’istruzione, frutto delle estremizzazioni a cui ci sta conducendo la società capitalistica in cui viviamo. Implica l’idea che l’esercizio dell’intelligenza sia qualcosa da misurare, comparare e premiare; stimola la competizione e non la crescita; la divisione, non l’integrazione. Così facendo si accentuano le disparità sociali. La scuola non è vista come un percorso di crescita e formazione personale ma come uno strumento per aumentare la produttività sociale – basti guardare anche all’alternanza scuola-lavoro, che oramai è in vigore da sette anni (un po’ polemicamente la si potrebbe vedere come un modo per far abituare già i ragazzi agli anni di stage e tirocini non sufficientemente, se non per niente, retribuiti che li attendono una volta finiti gli studi). In una scuola del genere, i più produttivi sono premiati, chi resta indietro è punito. Eloquente in tal senso è l’ultima affermazione del Ministro dell’Istruzione e del Merito. Dopo un episodio di bullismo avvenuto in un istituto tecnico di Gallarate, riferendosi alla “rieducazione” necessaria per lo studente, il Ministro ha detto: “L’umiliazione è un fattore fondamentale per la crescita. Solo umiliandosi davanti alla collettività il ragazzo si assume la responsabilità delle sue azioni. ”Dietro alla facciata del 'merito', quindi, si nasconde l’umiliazione – strumento tutt’altro che educativo, è un mero esercizio di potere e controllo. Quale può mai essere il risultato “positivo” dell’umiliazione? Tutto ciò che resta dopo essere stati umiliati pubblicamente sono traumi e cicatrici. Insegna che alcune persone meritano di essere trattate male se non si comportano in un certo modo. Insegna ad isolare, distinguere, additare. Crea divisioni che restano nella mente delle persone. Non è così che si educa, non è così che si sta in società, non è così che si è umani. La scuola dev’essere un posto inclusivo, dove i ragazzi problematici sono accolti e aiutati perché, come diceva Don Milani, “se si perde loro, la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile.”

Un cambio di rotta che trovo interessante è l’esperimento intrapreso da molte scuole di una didattica senza voti numerici (se non a fine quadrimestre e a fine anno) ma con giudizi verbali. In tal modo si pone in risalto il percorso di crescita dell’alunno, le competenze che ha appreso e non semplicemente la quantità di nozioni imparate. L’alunno non è ridotto a un numero ma si confronta con una critica articolata sul suo andamento, così comprende meglio su quali aspetti deve lavorare. Lo studio non è più finalizzato ad ottenere un numero ma alla formazione di competenze e crescita personale.

La scuola è anche il luogo dove agire per sradicare il razzismo e sessismo sistemici che nostro malgrado abbiamo inconsciamente interiorizzato dalla nostra cultura. Questa settimana è anche simbolicamente significativa: oggi è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, e domenica scorsa è stato il Transgender Day of Remembrance. La scuola ha una responsabilità enorme verso i suoi giovani e giovanissimi alunni: deve formarli per diventare cittadini autonomi e consapevoli, capaci di inserirsi in società e vivere insieme agli altri. Per questo andrebbero introdotte lezioni di educazione emotiva, educazione sessuale e teoria gender. Bisogna insegnare il rispetto dell’altro e delle sue emozioni. Bisogna insegnare che la violenza o la discriminazione non sono risposte possibili. Bisogna guidare gli studenti verso la conoscenza di se stessi, senza sottovalutare le componenti affettive. Ultimamente è sempre più ricorrente il discorso sulla salute mentale e le persone stanno prendendo coscienza di quanto sia importante questo problema e molti di loro riescono finalmente a dare un nome al loro disagio. Se si spiegasse ai ragazzi già in età scolare l’importanza di prendersi cura del proprio benessere mentale, come anche di quello fisico, si aiuterebbero moltissimi giovani che si sentono persi, soli e sbagliati senza capirne il motivo. La società di oggi spinge le persone al limite per ottenere il risultato migliore possibile, sacrificando tutto il resto in questa corsa senza freni. Questo non è un atteggiamento sano e le ricadute psicofisiche sono devastanti. È fondamentale imparare a sentire i propri bisogni e a sapersi fermare quando si è andati troppo oltre. La scuola sarebbe il posto giusto dove insegnarlo, anche se spesso si conforma anch’essa purtroppo a questo schema capitalistico che ha occhi solo per il massimo rendimento.

La formazione e l’educazione non consistono solo in programmi scolastici da rispettare o esami da superare: il cuore dell’educazione è nel rapporto umano che si crea dentro la classe tra docenti e alunni e tra gli alunni stessi. La scuola non è una gara a chi è più svelto o a chi sa più cose, la scuola è dialogo, occasione di confronto e scontro, è fatta di relazioni interpersonali, di sentimenti: la scuola è crescere insieme.

 

Intervento di Ilaria Pignataro
studentessa

25 novembre 2022

 

Immagine di upklyak su Freepik

 

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