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Vicini alla scuola

15 Settembre 2020

Sicurezza pedagogica e comunità riflessiva, di Raffaele Iosa

Sono stato il 3 settembre a Casalpusterlengo, 4 chilometri da Codogno, paesi nel cuore del primo duro confinamento e drammatica prima zona rossa In Italia. Zona di molti contagi, di morti dolorose e solitarie, di stati d’animo dolenti. Ho visto tutte le scuole dell’istituto comprensivo assieme agli/alle insegnanti, nomadi aula per aula assieme alla loro amata dirigente Pasqualina. Abbiamo, com’è ovvio, parlato di bambini e ragazzi e, attenzione: ho sentito in loro l’emozione del ritorno, non del rientro, sapendo che si tornerà tutti comunque diversi da quando a febbraio quelle scuole sono state le prime in Italia a chiudere. Chiuse in modo drammatico, con le forze dell’ordine che portavano a casa i bambini. Poi chiusi in casa nel momento più misterioso e angoscioso dell’inizio della pandemia, quando si sapeva poco del virus.
Dunque un luogo dolorosamente unico nel suo orrore, oggi pieno di intense storie ed emozioni.
Con 50 insegnanti avevo fatto a fine giugno dodici ore di “gruppi di riflessione” online, io ho solo ascoltato e rilanciato pensieri.  Ore in cui si sono parlati tra di loro dei vissuti non solo professionali (legati alla c.d. DaD) ma anche esistenziali, raccogliendo dal loro parlarsi un misto di desiderio e paura per il ritorno a scuola. Desiderio naturale per tutti gli insegnanti che abbiano il buon senso sul valore della scuola come comunità di esperienza, ma anche paura non come timore del virus (per averla non occorre essere insegnanti) ma “paura pedagogica” ed emotiva sul “cosa sarò e farò con e per loro”, fino perfino alla “paura di deluderli”. Perché consapevoli che al ritorno i bambini e i ragazzi saranno di più e diversi di quello che erano a fine febbraio scorso. Non solo e non tanto sul piano aridamente “scolastico”. I loro racconti online sono stati densi di emozioni, di dolore (più di una con la morte in casa), ma anche di scoperte per aver visto anche “altro” nei bambini e ragazzi collegati al video, comportamenti e reazioni inattese, alcune volte negative altre invece nuove e interessanti.  Una miniera di esperienze pedagogicamente straordinarie.  
Si poteva metterci una pietra sopra e ripartire a settembre come se niente fosse successo? Cosa avranno in mente i bambini di questa pandemia, cosa avranno assorbito in casa, quali fantasie e pregiudizi? Quale voglia di vivere, anche e come vivere?
Il loro parlarsi l’un l’altro ha rotto il muro del “pudore” di considerarsi solo algidi colleghi.  È andato anche il pianto, come è normale sia. Insomma, una comunità acciaccata ma viva, capace attraverso la narrazione di condividere il dolore ma anche di riflettere sul loro fare scuola e sul ritorno. La loro DaD è stata una vera “didattica della vicinanza” al punto che è servita a molti in qualche modo  a “salvarsi”  dalla solitudine: c’erano i bambini da “cercare e aiutare”, per dio! Non dimenticherò i loro racconti, dal maestro che appena riaperto il paese  si faceva in bici o a piedi falsi itinerari per mettere nelle buchette delle lettere dei bambini cose varie. Pedagogia del piccione viaggiatore. Le fantasie creative delle maestre di scuola infanzia per fare il primo giorno di ritorno con una festa coi fiocchi.  E le prof. travolte dalla voglia che le aule vengano non solo cambiate nei banchi ma soprattutto nella didattica, più interattiva possibile.
Il loro confinamento è stato vissuto oltrepassando il confine della distanza con una autentica generosità che va riconosciuta. È stata l’assenza dell’altro che li ha fatti “espatriare” dal confine domestico a prescindere da tutto, la consapevolezza che ai bambini chiusi in casa servisse altro e di più della normale “presenza”.
Quelle dodici ore passate con loro mi hanno emozionato e insegnato molto su cosa è accaduto nell’intimo di molti insegnanti, e di quanto necessario sia riflettere insieme su cosa è stato. Non solo colleghi ma compagni esistenziali e sociali di un destino drammatico da superare insieme.
Dunque il 3 settembre ci sono andato di persona. Le scuole oggi lì sono quasi pronte. La primaria e media sono immerse in uno spazio verde enorme, con attrezzature sportive, una specie di campus su cui stanno nascendo idee che prima non c’erano. Hanno fatto aule nuove. Il rapporto con le famiglie è intenso. Aspettano i nuovi docenti, le mascherine. Non tutto è facile naturalmente, ma il ritorno sarà diverso, in primis sul punto più importante: la relazione educativa e la comunità.
Non ho dato loro consigli né prediche, ma rilanciato emozioni  e pensieri sul come tornare.
Avevo visto di loro solo facce mediate dal video, e quindi alla fine ho proposto loro di incontrarci a settembre perché volevo vederli/e tutti interi. Mi veniva la frase “vorrei vedervi non solo in faccia, ma anche le gambe”, ma temendo che la questione “gambe” determinasse pregiudizi maschilisti mi è scappato fuori “vorrei vedere le vostre scarpe”. Vedersi tutti interi è una metafora più densa della pantomima del mito della scuola “in presenza” come l’unica buona, se la presenza è quella fredda della lezione frontale. Ebbene: quando sono arrivato ho scoperto che tutte (tutte) le insegnanti avevano pensato a quali scarpe mettersi!  E anch’io ci avevo pensato per le mie. Persone intere nel corpo e nell’anima.
È stata una giornata in cui ho capito molte cose sui problemi del ritorno. Sulla strada per il pranzo un’insegnante mi ha fatto vedere con pudore le foto di un cumulo di grosse pietre che in una frazione vicina gli abitanti avevano costruito per ricordare i loro morti, e con un filo di voce mi ha fatto vedere la pietra che ricorda suo marito. La vita è così: pedagogia, morte, angoscia, mescolate a desiderio di vita sono un groviglio per il quale ci vuole un’anima forte, ma un’anima che non resta sola. Se ne esce insieme.
Certo non tutte le scuole d’Italia hanno passato le vicissitudini di questo paese, ma la straordinarietà tragica di questi mesi ci deve far ben pensare che il ritorno non sarà un rientro qualsiasi, ma un oggetto umano altro dal semplice rientro, in cui si incontreranno cose nuove, dolori nuovi, ma anche nuove speranze.
Casalpusterlengo riapre le scuole con pazienza e dignità, ha preparato tutto in modo partecipato, con i genitori e il comune, rispetterà le regole sanitarie. Ha gli alti e bassi e la confusione di tutte le altre scuole a fronte di una gestione nazionale quanto meno confusa.  Ma ho sentito in loro echeggiare di più pensieri pedagogici, attese e paure educative, fantasie sul che fare, sul come incontrare i bambini, su come convivere con loro, che un’ansiosa discussione sui centimetri e le mascherine.
E alcune idee mi sono nate sul fatto che solo paradigmi pedagogici essenziali condivisi potranno rendere possibile un buon ritorno, per me più importanti delle rime buccali. Nate parlando con loro dal vivo, e vissute dentro di me con il doloroso senso che in molti luoghi d’Italia il  ritorno sarà complesso nelle anime dei grandi e dei piccoli, e che va gestito insieme.
Questo sento oggi come la principale crisi del ritorno: non la paura del rischio contagio, ma il fatto che c’è troppa poca riflessione pedagogica e sociale, si rischia di far finta che serva solo un’astratta “normalità” e una sicurezza militarizzata a fronte di un’epoca durissima sul piano umano ed educativo.
Non è così, non è proprio così.
Il giorno dopo mi sono fatto a Ivrea, dal mio amico Reginaldo Palermo, un incontro con un centinaio di insegnanti sulla pedagogia del ritorno, tirandole fuori e vedendo una reazione calorosa e intensa che mi consola. C’è chi pensa all’umano bambino/ragazzo prima che alla disciplina.  C’è chi pensa a “loro” che tornano e non possiamo deluderli. C’è chi pensa, riflette e spera.
Il mio battesimo dell’anno scolastico in un luogo particolare mi ha fatto bene. C’è speranza, spesso nasce nei luoghi dove il trauma è stato più violento e sofferto. C’è speranza, la sento.
Il ritorno a scuola non può che avere una matrice pedagogica forte, capace di mediare e non di subire il confuso quadro della “sicurezza sanitaria”. Mai come in questo periodo la pedagogia sfida la crisi, una crisi inedita e complicata, chiedendo a tutti noi di riflettere bene e seriamente sul fare della scuola. Non facendosi prendere dal rispetto acefalo delle regole sanitarie, né accumulando confusione, ma cercando una via pedagogica inedita, dentro di noi e nell’ascolto attivo di “loro”, che di parlare hanno voglia e diritto.
Loro non sono quelli di prima con 6 mesi di più di età. Loro sono, come noi, dentro un’epoca drammatica e complicata, cui non serve il “ritorno” al tran tran di prima, ma un nuovo mite e più attento ritrovarsi insieme comunità nelle relazioni educative e nelle relazioni umane.
Sarà una sfida dura ma intrigante, se si saprà trovare in sé e tra noi il senso dell’educare nell’eccezionalità dell’inedito, che ci chiede inedite e più riflessive azioni pedagogiche.
Da qui, la centralità del pensare pedagogico come pre-condizione, perché il ritorno non si riduca ad un’organizzazione anoressica regolata sui divieti. Ci vorrà creatività e solidarietà tra adulti e tra adulti e bambini. Ci vorrà una scuola vera. La pedagogia non schiava della paura ma generatrice di speranza.

Raffaele Iosa

 

 

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