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Vicini alla scuola

26 Maggio 2020

La scuola che verrà, di Gennaro Lopez

Per cambiare la scuola, guardare oltre il recinto scolastico

Il vasto dibattito sviluppatosi intorno alla scuola nel periodo dell’emergenza, che ha comportato anche incursioni nel territorio incognito della ripresa settembrina, è stato etimologicamente clamoroso. Bisognerebbe ora evitare che voci e clamori sortissero il medesimo effetto di quelli che puntualmente caratterizzano certi serali (e seriali) dibattiti televisivi, cioè grande confusione e disorientamento di massa. Urge, intanto, un lavoro di “ripulitura” del campo di discussione, perché forse troppo è stato detto e scritto, anche da parte di chi (dall’intellettuale tuttologo al giornalista/opinionista di rango) è abituato a frequentare salotti più che aule scolastiche: per citare un esempio recente (tratto da un noto e molto diffuso quotidiano), un impegnativo ragionamento sull’art.33 della Costituzione si basava su una clamorosa confusione tra i concetti di “pubblico”, “statale”, “privato” e “paritario”. Analogamente, sarà bene mettere tra parentesi alcuni interventi (“false testimonianze”?) che rappresentano la scuola alla stregua di un’immacolata e idealizzata turris eburnea: un modo, neppure tanto velato, per affermare che è bene che tutto resti così com’è e che si torni al più presto alla “normalità” pre-emergenziale. Sgomberato il campo da queste e simili stravaganze, il passo immediatamente successivo da compiere sarebbe quello di redigere un’agenda per la scuola, con obiettivi di breve, medio e lungo periodo, che assuma come premessa la necessità di cambiare (e molto!) l’attuale sistema pubblico di educazione, istruzione, formazione. Il compito spetterebbe in primo luogo al Governo, al Parlamento, ai partiti. Nell’attesa e con l’auspicio di notizie incoraggianti, non ci sottraiamo comunque al dovere civico di contribuire con qualche modesta idea a far maturare scelte e decisioni politiche. Non è certo il momento di illudersi, il che però non significa rinunciare a nutrire legittime ambizioni, volando alto: l’impresa sarà molto ardua, anche perché non si tratta di “agganciare” il vagone della scuola al “treno della ripartenza” (così come – ahimè – sembrano preannunciare i primi provvedimenti in cantiere), bensì di fare della scuola l’istituzione-guida per un profondo cambiamento sociale ed economico del Paese. Se questo è l’orizzonte, la nostra visione non può rimanere ristretta al perimetro delle istituzioni scolastiche, ma deve allargarsi alla società nel suo complesso, dotarsi degli strumenti culturali necessari a conquistare consenso. Davvero qualcuno pensa che, chiusa la parentesi tragica della pandemia, si potrà ritornare alla “normalità” del modello produttivista/consumista degli ultimi decenni, con relativa crescita progressiva ed esponenziale di tutte le disuguaglianze? Davvero qualcuno pensa che il flagello pandemico non abbia nulla a che fare con lo stravolgimento di equilibri naturali e biologici causato dallo sfruttamento globale del bene-terra? La battaglia ideale e culturale da ingaggiare è contro chi ancora nutre simili convinzioni. Ecco: vedo, appunto, la scuola al centro di questo impegno di lunga durata, la scuola in quanto istituzione deputata alla formazione e alla crescita culturale delle nuove generazioni, i futuri cittadini del mondo. Dobbiamo ragionare e programmare sul lungo periodo, ma non c’è tempo da perdere, soprattutto se vogliamo avviare un processo largamente partecipato e non affidarci a qualche improbabile task-force di “esperti”.

Ora l’attenzione è prevalentemente (e giustamente) rivolta, oltre che alla gestione degli esami e a “sperimentazioni estive” per la fascia 0-6, alla “riapertura” di settembre. Sarebbe, però, opportuno avviare contestualmente un confronto largo e partecipato sulla scuola del dopo-emergenza; anche perché, proprio su questa prospettiva, qualche voce isolata (ma dall’alto di autorevoli colonne di giornali) incomincia a farsi sentire, auspicando una scuola “rinnovata”, ma – udite, udite! – nel segno di un’impostazione tipicamente crociano-gentiliana: un bell’ossimoro!  Sarà bene allora chiarire, fin da subito, che quando parliamo di “nuovo umanesimo”, la scuola che abbiamo in mente marcia in direzione esattamente contraria a quella protonovecentesca, notoriamente selettiva e classista. Il nuovo paradigma culturale per una scuola profondamente riformata e all’altezza del nostro tempo dovrebbe prevedere il definitivo superamento del disciplinarismo, quindi della separazione ormai anacronistica e assurda tra saperi/discipline di contenuto “umanistico” e saperi/discipline di contenuto “scientifico”. Se vogliamo trarre lezioni dal passato, allunghiamo piuttosto il nostro sguardo fino ad abbracciare figure come Leonardo, come Galileo, cioè fino al loro “umanesimo scientifico”. Penso che questo nuovo paradigma dovrebbe rappresentare la necessaria premessa per sperimentare metodi e strumenti didattici sempre più orientati a porre al centro dell’azione educativa e formativa la persona dell’allievo/a. Perché il punto è proprio questo: quali persone, quale umanità pensiamo che debbano abitare il mondo del XXI secolo? E quale la relazione tra persona umana e mondo?  Quando parliamo e sentiamo parlare di “povertà educativa”, certamente dobbiamo preoccuparci dei bassi (e ahimè sempre più bassi) livelli di lettura, nonché di fruizione di beni culturali (musei, cinema, concerti, teatri), ma mai dobbiamo perdere di vista le grandi domande sul senso del vivere e dello stare al mondo, in questo mondo. Domande rispetto alle quali la scuola ha il compito ineludibile di fornire ai discenti gli “attrezzi”, gli strumenti critici perché ciascuno/a sia messo in grado di darsi risposte. Allora sì, sarà legittimo chiedere, più didattica laboratoriale, più tempi e più spazi per la relazione educativa e per l’insegnamento/apprendimento. Riproporre con ostinazione le finalità ultime del sistema scolastico ha una sua palese utilità, in questa fase: ci aiuta a scongiurare il rischio (ben concreto, peraltro) che a settembre ci si ritrovi con meno scuola, orari ridotti e riproposizione di una didattica a distanza “fai da te”. Se ciò accadesse, le conseguenze in termini di dispersione scolastica, di ulteriore aumento delle disuguaglianze, di vulnus ai processi di crescita di giovani e giovanissime generazioni sarebbero particolarmente gravi e si rifletterebbero negativamente sull’intero tessuto sociale. Ma perché ciò non accada, non c’è più tempo da perdere. Il momento delle scelte e delle decisioni è ora.

                                                                                                                                                                                    Gennaro Lopez

 

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