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Vicini alla scuola

16 Ottobre 2020

"C'era due volte la scuola italiana" a cura di Proteo Fare Sapere Bergamo

SINTESI e RIELABORAZIONE di Ciro Indellicati
Dei contributi inviati da:
Antonio Bettoni, Maria Laura Cornelli, Francesca Perrone, Eva Picco, Vittorio Semperboni, Stefania Spiritelli, Roberto Villa.

  1. Pur con le contraddizioni e difficoltà, di questo periodo si deve approfittare, per ricostruire un legame culturale tra il mondo della politica, delle forze sociali ed il mondo della conoscenza, alla ricerca di un denominatore comune per realizzare una riforma che attui il necessario cambiamento per guardare con fiducia al futuro dei nostri/e ragazzi/e e del nostro Paese.
    Il PROTOCOLLO PEDAGOGICO ha perciò bisogno di nutrirsi della elaborazione del corpo docente, in un percorso di formazione e di auto formazione.
    È utile sottolineare che il ruolo dei dirigenti scolastici a questo proposito diventa fondamentale e addirittura indispensabile in quanto promotore, facilitatore e mediatore del dibattito didattico/educativo che auspichiamo si sviluppi nelle nostre scuole
  2. C’è però un ostacolo che rende difficile quando non impossibile coinvolgere i docenti a partecipare attivamente a un lavoro di elaborazioni e proposte. L’impedimento, il freno potente che inchioda tutto e trascina al ribasso è l’ACCANIMENTO BUROCRATICO che imperversa nelle scuole e che pesa su tutti, dai dirigenti scolastici ai docenti.
    Si scaricano sulle scuole e sulle spalle dei docenti una quantità di richieste e prescrizioni il più delle volte inutili, quando non dannose; la bulimia di progetti, la compilazione di troppi documenti - la proliferazione di acronimi ne è un esempio lampante - riunioni spesso superflue (poiché la quantità di ore da espletare è la principale preoccupazione, ovviamente a discapito della qualità), imposizione di test, decisioni non condivise, aggiornamenti calati dall’alto e senza reale costrutto e utilità, stanno fiaccando anche i docenti meglio disposti e motivati.
    Probabilmente la cultura dell’Autonomia, così come era stata pensata in origine, ha perso tensione e non ha sortito gli effetti desiderati, provocando un cortocircuito tra le spinte centraliste Ministeriali e un malinteso senso dell’Autonomia. Su questo terreno tanto i dirigenti scolastici, quanto gli Organi Collegiali e gli stessi docenti, non hanno saputo trovare risposte adeguate.
    È QUESTO IL PRIMO IMPEDIMENTO DA SUPERARE. Ogni proposta, anche la migliore, urterebbe contro il muro di gomma della stanchezza, della passività, del senso di inutilità, contro la frustrazione di chi è rassegnato, sfiancato da questa pressione inutile e assurda. Bisogna perciò esserne consapevoli e cercare alleanze e interlocutori che premano verso un alleggerimento della eccessiva PRESSIONE BUROCRATICA di un modello di scuola ideologico che ha voluto spostare la dimensione del lavoro docente da quella “intellettuale” e creativa a quella “amministrativa” ed esecutiva, alla quale in troppi si sono piegati.
    Dobbiamo assolutamente evitare che IL PROTOCOLLO appaia come una proposta tra le tante, e che, come tante sia poi destinata a naufragare annegata tra i tanti documenti o tra i tanti progetti calati dall’alto, o dei buoni propositi che poi restano solo tali.
  3. Dopo anni di smarrimento di qualsiasi pensiero pedagogico e della polverizzazione delle associazioni professionali (compresa Proteo), di fronte all’impatto della pandemia, stiamo assistendo ad un risveglio di interesse e attenzione da parte della società e della politica attorno ai temi della scuola, della didattica e della pedagogia. La necessità di ripensare completamente la scuola ci offre l’occasione per trovare nuove sinergie.
    Il PROTOCOLLO PEDAGOGICO, in cui crediamo profondamente, ha bisogno per crescere e affermarsi, di nutrirsi della elaborazione e della riflessione dei docenti e di tutto il mondo che attorno alla scuola ruota.
    A questo proposito pensiamo che Proteo possa e debba ritrovare sia a livello centrale sia periferico la spinta a farsi promotore di momenti di aggiornamento e ricerca-azione che vivano nei territori, che entrino nelle singole scuole.
    Tuttavia, contare solo sul volontariato e l’auto-formazione, ci pare, in questo quadro, un rischio che potrebbe vanificare tutta la proposta.
  4. Il PROTOCOLLO PEDAGOGICO deve diventare la base di partenza per una elaborazione condivisa che renda più forte e diffusa l’insieme delle proposte e delle idee in esso contenute, in sinergia, a livello nazionale con le associazioni pedagogiche storiche (CIDI, MCE, ecc.) progressiste e di sinistra, e a livello territoriale con le associazioni che con noi condividano prospettive e orizzonti pedagogici.
    Una proposta complessiva e coordinata con altri soggetti formativi, potrebbe avere maggior penetrazione e diffusione capillare su tutto il territorio nazionale.
    Se vogliamo “muovere”, se vogliamo motivare gli insegnanti e coagularli intorno alla nostra proposta, abbiamo la necessità di proporre percorsi di formazione che offrano STRUMENTI CONCRETI DI LAVORO, di innovazione e cambiamento ai docenti e alle scuole. Ovviamente attraverso tutta la nostra rete organizzativa nazionale e territoriale.
    Il nostro documento ha bisogno di determinazione, coraggio e visione. Non dobbiamo però pensare che le condizioni attuali offrano facile terreno per trasformazioni positive. AL CONTRARIO, la situazione con le sue limitazioni sanitarie, organizzative e logistiche, rischia di determinare arretramenti e chiusure.
    L’applicazione sic et simpliciter del protocollo sanitario senza una mediazione pedagogica e didattica sta già determinando una perdita educativa, un arretramento con danni per gli alunni, mai più recuperabili.
    Si rischia di ritrovare il modello trasmissivo della lezione frontale come modello pedagogico prevalente.
    Per chi ha i propri punti di riferimento nei grandi maestri del pensiero pedagogico, da Mario Lodi a don Milani e oltre, si prospettano condizioni di lavoro difficilissime.
    Non si tratta solo di elaborare emozioni e storie vissute in questi mesi, ma anche aiutare a costruire conoscenze e riflessioni sulla pandemia, le sue cause e le sue conseguenze; dall’ambiente al concetto di conflitto tra libertà e limite, tra libertà e responsabilità.
    La complessità del nostro tempo ci impone una revisione del modello di scuola per la quale il PROTOCOLLO potrebbe essere un riferimento importante proprio perché analizza il paradigma scolastico attuale con una prospettiva di futuro. Senza rifiuti a priori degli strumenti tecnologici e digitali, ma con la consapevolezza critica che, la padronanza delle metodologie e delle strategie didattiche per lo sviluppo delle competenze di cittadinanza, possono essere gestite positivamente in aula come da remoto, in modo innovativo, alternativo e inclusivo.
    Questo ci responsabilizza ulteriormente e ci impone di trovare le alleanze più utili ad affermare attraverso il PROTOCOLLO PEDAGOGICO, i valori in cui crediamo e che sono la nostra bussola, l’ago che indica la giusta direzione.
  5. La scuola ha bisogno di rivedere e adeguare pratiche didattiche inclusive e ha altrettanto bisogno di un serio lavoro sulla maturazione del senso di responsabilità, autonomia, sul rispetto della legalità alla cui costruzione anche le famiglie devono assolutamente collaborare.
    Si parla di necessario investimento in qualità delle strutture e degli operatori della scuola, ma va sottolineato che è un problema anche di quantità di operatori - partendo per esempio, da un’analisi e riflessione su come è impiegato l’organico potenziato - che consenta di costituire gruppi - classe meno numerosi, non soltanto per gestire la sicurezza, ma anche e soprattutto per poter interagire meglio in tutte le direzioni (docenti-studenti, studenti-studenti) e per sostenere ed affiancare in particolare i più fragili.
    Anche sul versante delle discipline e materie di studio e nei diversi ordini scolastici, occorrerebbe avviare finalmente, dopo anni di vuoto, una riflessione e un ripensamento, anche alla luce delle inevitabili trasformazioni, degli statuti epistemologici, dei nuclei essenziali e dei concetti fondanti che le innervano.
    Ma attenzione, limitarsi a elaborazioni teoriche, a “belle parole”, o peggio inventarsi nuovi e inconcludenti armamentari che andrebbero ad aggiungersi alla già eccessiva mole di moduli e modelli da compilare, provocherebbe il risultato opposto: ulteriore rifiuto del cambiamento e altra rassegnazione.
    È bene precisarlo, non perché si abbia l’intenzione di andare incontro a pigrizie o richieste di facili ricette, ma per OFFRIRE AI DOCENTI EFFICACI E CONCRETI STRUMENTI DI INNOVAZIONE DIDATTICA.
    Le proposte, gli strumenti, le idee e le azioni che ne possono scaturire, potranno essere uno spunto per progettare compiti di realtà connessi con una visione qualificata e non banale delle competenze.
  6. Ed eccoci al nocciolo: come conciliare tutte le “buone prassi” con la richiesta al termine di ogni periodo e agli scrutini di concretizzare un percorso formativo in fieri con un voto numerico? Qualcosa va cambiato!
    Dopo anni di interventi normativi che hanno puntato su una valutazione sommativa, è fondamentale che si comprenda la necessità di recuperare i valori pedagogici di una valutazione formativa, che tenga finalmente in debito conto i processi di crescita degli alunni e degli studenti.
    È irrinunciabile una profonda e radicale rilettura della Valutazione, che bisogna finalmente riportare al suo significato originario: valutare vuol dire “scambio di valore”, quindi necessariamente è inevitabile che si coinvolgano i discenti in un processo di autovalutazione dialogata e condivisa.
    Anche su questo terreno è necessario tenere presente che l’uso del voto come strumento selettivo, come “arma”, è diffuso e difeso tra la maggior parte dei docenti. Per vincere tali ritrosie e opposizioni è indispensabile offrire ai docenti strumenti alternativi validi, flessibili ed efficaci per valutare in modo “formativo” senza aggiungere ulteriori e farraginosi arnesi, impiegando in alternativa un sistema di indicatori/indici facilmente utilizzabili.

Dunque, se davvero si vuole una rivoluzione della scuola si devono rimettere i bambini e i ragazzi al centro del nostro agire; si deve partire dalle retrovie dove tutto può succedere e dove la relazione didattico educativa è il fulcro della battaglia più importante da vincere: il cambiamento.

Bergamo, Ottobre 2020

Ciro Indellicati, presidente Proteo Fare Sapere Bergamo

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