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Vicini alla scuola

03 Giugno 2021

Ripartire dall’estate con lo sguardo verso il nuovo inizio, di Dario Missaglia

La circolare sul Piano estate 2021 del Ministero dell’Istruzione, risponde in parte ad alcune importanti richieste e proposte avanzate dalle Associazioni professionali nei giorni scorsi, benché non abbia visto un confronto preliminare innanzitutto con le OO.SS. di categoria.

Questo limite pesante, che non è solo di metodo, deve essere rimosso al più presto perché la gestione del Piano è complessa, non priva di rischi e con certezze anche finanziarie meno eclatanti di quanto la cifra del mezzo miliardo di euro lascerebbe apparentemente credere a prima vista. E anche perché non sono poche le questioni irrisolte e non chiare del provvedimento ministeriale.

La circolare infatti non chiarisce innanzitutto la natura del provvedimento; se si tratta cioè di un intervento emergenziale, provvisorio, quasi una sorta di “ristoro” per le scuole messe a dura prova da un anno difficile o di un provvedimento che, a partire dai prossimi mesi, vuole sperimentare la ricostruzione di quel rapporto tra scuola e territorio, fondamentale per fare dell’istruzione un bene comune per il Paese. Nel primo caso saremmo di fronte a una parentesi illusoria e perdente di cui non abbiamo bisogno. Il “piano estate” ha senso se si configurerà come parte costitutiva di quel “patto per la scuola” da definire tempestivamente con le OO. SS., per rendere esplicita la cornice, istituzionale e politica, entro la quale collocare le misure necessarie per un nuovo inizio della scuola. Un inizio a oggi ancora troppo scoperto su versanti decisivi: i protocolli di sicurezza, le risorse e soprattutto la questione fondamentale degli organici necessari per avviare con certezza le attività didattiche a settembre, senza ricalcare lo scenario inaccettabile dello scorso anno. Un piano dunque che si configuri davvero come ponte ma non come un ponte verso il baratro. Per queste ragioni quelle condizioni di certezza devono essere affrontate subito.

L’eccessivo e ammiccante ricorso alla narrazione pedagogica, non è in grado di coprire queste debolezze. Cosa fare, dal punto di vista didattico e pedagogico, l’amministrazione lo lasci decidere alle scuole, alla capacità progettuale dei dirigenti scolastici, dei docenti, degli organi collegiali e al dibattito che non mancherà nel mondo professionale e pedagogico. Non esiste una pedagogia ministeriale e non è neppure opportuna, al di là del segno culturale che essa sceglie o di volta in volta propone. A me piace pensare a una amministrazione che può essere apprezzata nel momento in cui comunica con chiarezza, offre strumenti di semplificazione delle procedure, assicura supporto e indirizzo al personale cui si rivolge. Una amministrazione che non teme il confronto e anzi lo assume come una condizione importante per la qualità dei provvedimenti ai quali deve mettere mano. Tutto ciò conta molto di più di una citazione di J. Lennon.

Attenzione dunque ai processi e alla partita, delicatissima, che si apre nel mondo della scuola.

Certo, molti insegnanti, in particolare quelli che si sono impegnati in tutti i modi per mantenere un contatto con gli alunni in questi mesi difficili, avvertono i segni della stanchezza e dello stress da pandemia.  È del tutto comprensibile. Ma la “scuola estiva”, dizione del tutto impropria, non deve essere intesa come il prolungamento dell’anno scolastico o un corso di recupero generalizzato. E chi potrebbe essere interessato a una simile prospettiva? È una opportunità che si apre; non è obbligatoria per nessuno e sarà possibile solo se le scuole, attraverso l’impegno di quanti volontariamente vorranno impegnarsi,  sapranno con intelligenza e capacità costruire una relazione positiva con tutti i soggetti del territorio, a partire dal Comune, per progettare alcuni percorsi formativi aperti, partecipati, attraverso i quali apprendimento, socialità, relazione, costituiscano il senso di diverse azioni attuabili anche con il concorso di soggetti esterni alla scuola. Un’occasione anche per piccoli e grandi, dopo mesi di confinamento o nella solitudine o nella disciplina del “distanziamento sociale” anche in classe, per diventare protagonisti di quali attività da realizzare. Per realizzare alcune esperienze che lascino il segno della ritrovata socialità e di riconquistata possibilità di apprendere; qualità più che quantità.

È inoltre un’opportunità di riaffermazione della centralità della scuola pubblica, del suo ruolo sul territorio e anche l’opportunità di sperimentare forme di collaborazione, di curricoli non solo verticali ma anche orizzontali, di attività laboratoriali con competenze esterne alla scuola. Un laboratorio didattico a cielo aperto da esplorare guardando al futuro, alla auspicabile ripresa di una scuola in presenza che cercherà di fare tesoro di questa inedita esperienza.

Vi è già chi protesta per la centralità riconosciuta al ruolo della scuola e chi spera che una generalizzata passività lasci la porta aperta ad altri soggetti che non attendono altro per potersi appropriare non solo dei fondi disponibili ma soprattutto della funzione “sostitutiva” che ne deriverebbe. È questa la vera posta in gioco, neppure troppo nascosta dalla parte più aggressiva del terzo settore, ed è questa la ragione di fondo per cui Proteo e l’associazionismo della scuola, hanno deciso di prendere posizione e fare quanto possibile per stare al fianco di chi vorrà misurarsi con questa difficile sfida, cercando di offrire contributi specifici, di natura sia tecnica che pedagogica.

Proteo lo farà con convinzione perché quando abbiamo messo mano a quel documento tanto apprezzato  che abbiamo chiamato “Protocollo pedagogico”, avevamo segnalato per tempo le conseguenze molto delicate e purtroppo esplose visibilmente,  che la pandemia avrebbe prodotto sulle condizioni della nostra infanzia e adolescenza: paure, angosce, chiusure in se stessi, con conseguenze pesanti sulla condizione emotiva, sociale, cognitiva; e i più giovani hanno manifestato i segni inequivocabili della depressione, dell’ansia, della reazione violenta o autodistruttiva. Che la scuola possa allora essere il luogo di ricostruzione della socialità, del ritrovarsi insieme, degli incontri in cui proporre e realizzare progetti, è innanzitutto una grande opportunità di ricostruzione del tessuto civile ed educativo del nostro Paese. Un’occasione anche per ridare vita alle arti, al sapere, alla conoscenza senza il vincolo di orari rigidi o gruppi precostituiti, e valorizzando tutte quelle risorse (gruppi di volontariato, cooperative, genitori organizzati) che potranno realizzare tante attività progettate. Valorizzando soprattutto il territorio, il Comune e la sua dimensione educativa: biblioteche, teatri, palestre, parchi, per ridare senso a un rapporto, quello tra scuola e territorio, fondamentale non solo per l’estate ma per il futuro stesso della scuola.

Qualcuno dirà che questa “non è scuola”; ed è vero non è la scuola della lezione direttiva, del libro di testo, dell’interrogazione e del voto. Non è la scuola che avevamo prima perché siamo cambiati noi, i bambini, gli studenti, il senso del conoscere, dell’apprendere, dell’insegnare. Forse i contorni del futuro non sono ancora chiari ma sappiamo tutti che nuove sono le risposte che anche la scuola deve cercare di offrire al suo essere davvero la ricchezza e la speranza del futuro.

Le nuove risposte si costruiscono con nuove esperienze, nuove idee, risorse e strumenti per agire. Soprattutto con persone che assumono una responsabilità.

Il Piano estate 2021 può costituire un laboratorio di nuove esperienze; mentre cercherà di ridare a piccoli e grandi una occasione di vita sociale e di apprendimento in gruppo, sarà anche occasione per immaginare nuove tecniche didattiche, nuove relazioni istituzionali, modelli di organizzazione del lavoro. Indicazioni per il futuro che ci attende. 

Dario Missaglia

30 aprile 2021

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