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Vicini alla scuola

15 Ottobre 2020

Pensieri sul Protocollo pedagogico, di Franco De Anna

AVEVO DECISO DI SMETTERE… POI… L’ORGANIZZAZIONE
Riprendo, non ostante i buoni propositi, qualche pillola di riflessione sulla “didattica all’epoca del COVID”, sulla scorta non tanto delle mie opinioni (?!) quanto dei dati sul monitoraggio effettuato in molte scuole marchigiane (quasi 2000 docenti, 3200 genitori, 2300 studenti coinvolti; vedi link di seguito) e delle riflessioni che ne scaturiscono, e che ho richiamato in altri post.
La tentazione mi è venuta leggendo il documento di PROTEO FARE SAPERE (http://www.proteofaresapere.it/news/notizie/protocollo-pedagogico-ritorno-scuola) ed ascoltando/vedendo la sua presentazione on line da PavoneRisorse (http://www.gessetticolorati.it/wordpress/?p=7644&fbclid=IwAR1dif_Rt8MKsHtdjj7AOAtJPokDb1PfzEl-S21_5Q5DYdofRtv4HKZkxL0) da parte di Raffele Iosa e Dario Missaglia.
Tra le tante e fondamentali proposte di quel documento e nelle parole dei presentatori, mi hanno colpito i riferimenti alla necessità di dare alla generosa disponibilità offerta dai docenti nel tentare di costruire strumenti e modalità per affrontare l’emergenza e soprattutto per andarne oltre, un riferimento organizzativo del lavoro e di quell’impegno che superi i modelli tradizionali.
Una articolazione organizzativa che non si esaurisca negli “istituti organizzati” (dal Collegio ai Consigli di Classe, ai Dipartimenti disciplinari…) e contemporaneamente capace di dotarsi di una “memoria” delle esperienze, significativa, disponibile, capace di innescare imitazioni, “copiature”, variazioni.
Trovo significative convergenze tra le preoccupazioni e le proposte avanzate in quel documento e le opinioni, percezioni, esperienze rilevate nel nostro monitoraggio. Riporto solo qualche dato rinviando al documento complessivo del Centro Studi AUMIRE.
Abbiamo rilevato il grado di collaborazione riconosciuto dal singolo docente ai diversi interlocutori. Il grado “MOLTO E ABBASTANZA” è così distribuito
Team/i colleghi di classe 84, 9% delle risposte
Coordinatore di classe  84,8%
Colleghi di disciplina  75,4%
Rappresentante di classe 67,7%
Animatore Digitale 47,1%.
Sono nettamente dominanti le collaborazioni di tipo “prossimale”. Il lavoro “più vicino”. Sono invece “lontane” le collaborazioni non immediatamente connesse al lavoro concreto.
Risposte “POCO O NULLA”:
Esperti Esterni (università, formatori…)  82,2% delle risposte (il mondo accademico della “ricerca educativa” sembra alimentare il confronto culturale e di opinioni ma solo “da fuori”? n.d.r).
Staff del Dirigente Scolastico 44,6%; (il “molto” è limitato al 16,9%);
Dirigente Scolastico 51,2%; (il “molto” limitato al 14,2%).
La rilevanza delle collaborazioni “prossimali” (i vicini professionali) è confermata anche analizzando le risposte relative alle collaborazioni indicate istituzionalmente e/o nei “modelli organizzativi avanzati” (articolazioni professionali, staff, ruoli leadership,) anche dai dati relativi allo stesso uso della dimensione on line nei rapporti collettivi.
Il massimo della partecipazione “on line” si ha per i “Collegi dei Docenti” (quasi la totalità delle risposte) a seguire i “Consigli di Classe” (82,8%). Cioè i “collettivi” istituzionali (dove non si può non esserci).
Da notare che per gli stessi “dipartimenti disciplinari” (occorrerebbe verificare dove e come siano stati costituiti n.d.r. Chiedo aiuto a Alfonso D’Ambrosio) la loro rilevanza è indicata essenziale da meno della metà delle risposte dei docenti (48,2%).
Evidentemente la “comunicazione professionale” in senso stretto segue altri canali diversi da quelli istituzionali o formalizzati nei modelli organizzativi. Informali.
PREVALGONO I CANALI PROSSIMALI, appunto.
Interpretazione forzata: la crisi segnata dalla chiusura della scuola per la pandemia, anche in tale caso porta in evidenza le contraddizioni di una organizzazione del lavoro, prigioniera da un lato del formalismo rituale dei richiami alla collegialità, e che dall’altro cerca e “si aggiusta” attraverso i rapporti informali della prossimità operativa ovviamente lasciati alla “disponibilità” dell’incontro.
Sotto tale profilo nulla di nuovo: è sempre necessario il “doppio sguardo” alla organizzazione.
Quello che ad essa guarda come un insieme ordinato di procedure, responsabilità formalizzate, organigrammi, ruoli definiti, ecc.
L’altro sguardo è diretto alle relazioni tra le persone, ai significati e valori condivisi, prima di tutto ai significati assegnati (esplicitamente e, soprattutto sotteraneamente) al lavoro comune.
Spesso, e specialmente nelle organizzazioni tributarie ai modelli della Amministrazione pubblica, la prima dimensione sembra esaurire e schiacciare la seconda. Il susseguirsi delle “procedure” codificate occulta la dinamica reale dei rapporti collettivi.
Poi accade che le “procedure” si blocchino. Come nel nostro caso. Come se un coperchio venisse sollevato: l’ordine apparente della organizzazione non riesce più ad occultare le dinamiche a volte scomposte e irrisolte della realtà operativa.
Sempre per “forzare” e per usare (impropriamente?) un linguaggio da “psicologia dell’organizzazione”. L’emergenza ha costituito una sorta di “INCIDENTE CRITICO” collettivo, che ha coinvolto migliaia di professionisti che operano in una organizzazione di grandissime dimensioni ma articolata e diffusa quasi molecolarmente sul territorio (tante “filiali”? Così credo vorrebbero molti a Viale Trastevere e purtroppo anche in altre sedi insospettate).
E come accade in ogni “incidente critico” vengono decostruite le certezze consolidate, le autorappresentazioni che consentono l’equilibrio del soggetto entro il noi dell’organizzazione, il senso condiviso del proprio lavoro, il “canone”… ecc. … ecc. … Rimando a qualche buon testo di psicologia delle organizzazioni. La messa in decostruzione dei significati e dei ruoli.
Mi verrebbe un esempio cattivo: come riconnettiamo i tanti, ripetuti e rituali richiami alla leadership o al management quando si parla dei Dirigenti scolastici, con i dati che richiamavo più sopra, del basso livello di riconoscimento da parte dei “dipendenti” della loro funzione entro la crisi?
Come dico sempre in una battuta: “il leader sa cosa va fatto…. Il manager sa fare le cose…” A parte splendidi e singolari esempi la fase di emergenza è stata popolata da grovigli di lamentazioni e ricerca di “ditemi cosa bisogna fare, dove sta scritto e come si fa”. Più che comprensibile, ma appunto: un incidente critico che decostruisce l’artefatto di tanti costrutti consolanti che ci siamo ripetuti, anche in contesti critici della dirigenza scolastica, come il suo reclutamento, la sua formazione, la sua valutazione, la collocazione entro la dirigenza pubblica… Per contro la ripetuta contestazione contro gli “sceriffi”, come un calco simmetrico ai precedenti costrutti di lamentazione amministrativa.
Ma per concludere. Se assumiamo l’emergenza come “incidente critico” che decostruisce e chiede di ristrutturare il repertorio dei significati che si attribuiscono a professionalità essenziali per la continuità di quella mega organizzazione (che è, e ciò è fondamentale, anche una “istituzione” che declina e riproduce diritti, identità culturali, cittadinanza) occorre “chinarsi” (clinica) alla cura ed alla ricostruzione di quei significati, insieme con i protagonisti di quell’incidente clinico.
Non c’è una organizzazione da ricostruire nei suoi involucri. C’è un lavoro comune di cui ricostruire i significati. L’incidente cambia tutto.
Ma sempre per mantenere il riferimento alla psicologia dell’organizzazione: a fronte di quel collettivo e coinvolgente “incidente critico”, come affrontiamo la sua rielaborazione collettiva? chi si assume il compito del DEFUSING e poi del DEBRIEFING?
Anche per questo ho molto apprezzato il documento citato in apertura.
https://www.centrostudiaumire.it/index.php/area-riservata/didattica-a-distanza-rilevazione-per-il-monitoraggio-2019-2020

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