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30 Settembre 2015

Un ricordo di Pietro Ingrao

  Quando si vuole rendere omaggio alla memoria di una grande personalità, qual è stata quella di Pietro Ingrao, è molto facile farsi tentare dagli artifici della retorica; ma cedere a questa tentazione significherebbe, in questo caso, entrare in contraddizione con alcune peculiari caratteristiche dello "stile Ingrao", col suo modo di interpretare la vita e la politica; significherebbe, dunque, tradire in un certo senso la sua memoria. Ci sono due parole (e due relativi concetti) che riassumono efficacemente l'umanità di Pietro Ingrao: rigore e sobrietà. A questi concetti è opportuno attenersi anche nel ricordalo.

    In questa sede ci piace sottolineare come il suo rapporto con la politica fu assimilabile a quello che il ricercatore ha con la scienza: non considerare mai nulla come certo e definitivo, ma coltivare l'esercizio del dubbio, interrogare e interrogarsi su quel che viene dopo, sull'oltre, in un flusso ininterrotto di ricerca e di elaborazione teorica. Perciò rifuggiva da concezioni dogmatiche così come da verità assolute e ciò che in qualche circostanza del suo percorso politico è stato interpretato, nel suo atteggiamento, come indecisione o "non scelta" (anche nelle rievocazioni di questi giorni non sono mancati improvvisati e improvvidi accenni di questo tenore) celava sempre, in realtà, profonde e intime riflessioni, talora veri e propri tormenti.

    Un tema che ha attraversato buona parte del suo pensiero politico è quello del rapporto tra democrazia e socialismo, ma più in generale della espansione della democrazia, intesa come conquista di sempre più ampi spazi di partecipazione alla cosa pubblica da parte dei cittadini: partiti e istituzioni diventano, in questo senso, strumenti di socializzazione della politica, dunque di diffusione del potere (o dei poteri) nel più vasto ambito sociale. Precisamente su questo terreno Ingrao incrocia alcune questioni nodali relative al movimento sindacale. Un testo illuminante è, a questo proposito, un articolo comparso sul numero di Rinascita del 3 gennaio 1975, intitolato La nuova frontiera del sindacato e ripubblicato un paio d'anni dopo nella prima edizione di Masse e potere. Ovviamente, si tratta di uno scritto che va contestualizzato, tuttavia la questione del rapporto fra movimento sindacale e istituzioni di democrazia rappresentativa, che Ingrao pone al centro del suo contributo, resta ancora oggi, pur in tutt'altra situazione politica e sociale, questione di evidente attualità. Ingrao, con una critica serrata a certe spinte pansindacaliste, che coltivavano l'illusione di scavalcare il tema della democrazia politica e dello Stato ("come può il sindacato nuovo caricarsi di tutte le implicazioni che la battaglia per un nuovo tipo di sviluppo comporta, e scendere sul terreno di una proposta generale e 'statale', senza divenire partito tout court?"), poneva con forza il tema dell'insediamento sociale e territoriale dell'organizzazione sindacale (i "Consigli di zona"), vista come strumento di aggregazione e costruzione di consenso intorno a piattaforme, tattiche e strategie di lotta. Propriamente in questo senso pareva ad Ingrao si dovesse affrontare l'altra grande questione dell'autonomia del sindacato: "non con l'autosufficienza autarchica, con la separazione dalle forze politiche, ma anzi organizzando il confronto con esse ... trovando in questa nuova dialettica lo spazio per dare al sindacato un orizzonte che non sia solo 'redistributivo' e che tuttavia gli mantenga l'immediatezza rivendicativa che gli è propria. ... E' fuori di questa strada che il sindacato invece viene limitato o in un orizzonte corporativo (e quindi di disordine disgregante) o nell'inerzia subalterna, che è poi il suo declino e l'impoverimento della stessa democrazia politica".

    Vorremmo infine sottolineare un'altra "costante" della vita politica di Pietro Ingrao: l'attenzione al mondo delle giovani generazioni, alle caratteristiche peculiari delle loro domande, delle loro culture, dei loro movimenti. Vedeva nella condizione giovanile una delle possibili chiavi interpretative delle contraddizioni aperte in seno all'intera società; dunque nessun atteggiamento di paternalistica, benevola, comprensione per le istanze dei giovani ma, ancora una volta, la severità di un'analisi capace di mettere a fuoco i problemi con lenti capaci di coglierne tutta la complessità. Per questo, fino alle ultime settimane di vita, il suo sguardo penetrante sulla realtà è parso sempre aggiornato, mai invecchiato o superato. Anche sulla crisi che ancora attraversiamo seppe dire parole non solo lucidissime, ma persino in qualche modo 'profetiche': "Viviamo il tempo buio di una crisi inedita e strutturale del capitalismo, una crisi economica, sociale, ambientale e alimentare determinata da decenni di politiche neoliberiste: si apre la strada ad una vera e propria crisi di civiltà il cui emblema è la guerra tra i poveri. Il rischio è l’uscita da destra dalla crisi: la progressiva frantumazione del mondo del lavoro, il passaggio dal welfare alla carità, lo svuotamento della democrazia, resa sempre più impermeabile ai conflitti e ai soggetti sociali, e la ripresa di ideologie nazionaliste, razziste, fondamentaliste, sessiste e omofobe. È un processo che in Italia ... potrebbe essere rafforzato da una ulteriore deriva maggioritaria e dalla cancellazione definitiva di ogni possibile rappresentanza dell’opposizione sociale. Pensiamo in primo luogo all’ascolto di questa giovane generazione di invisibili, o meglio di invisibili alla politica, una generazione che ha reclamato il diritto alla conoscenza, alla cittadinanza, al reddito sociale." Sono parole pronunciate in occasione della campagna elettorale per le elezioni europee del 2009, ma che oggi ci fanno dire col cuore e con la mente: caro Pietro, ancora una volta avevi visto giusto.

 

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