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27 Aprile 2020

Un’altra pagina

1. La scuola in movimento
Il movimento esploso nelle scuole in questo periodo di forzato dominio del distanziamento sociale rappresenta un fatto imprevisto e di grande interesse.

Un movimento in evoluzione, ancora da decifrare in tutti i suoi aspetti, in cui abbiamo colto spontaneismo, improvvisazione, apprendimento sul campo, cooperazione a distanza. Sono emersi visibili alcuni errori (spesso troppi compiti assegnati, talvolta poco coordinamento degli interventi, ecc.), ma il valore umano, pedagogico e sociale di questa onda lunga è stato significativo ed è entrato nelle famiglie alle prese con una chiusura forzata delle proprie relazioni e una gestione molto complicata della giornata dei propri figli. Un soffio di fiducia. Quei bambini e adolescenti in una condizione di costrizione difficile per tutti, ma per loro certamente sofferta oltre misura, hanno avvertito che fuori dalle mura domestiche c’erano degli adulti che si interessavano di loro, della loro giornata; che cercavano, ben sapendo che nulla di virtuale può sostituire la ricchezza e le emozioni di un luogo chiamato scuola/classe, di dare un senso, anche una finalità di cultura e istruzione a queste giornate così difficili.

È un movimento di persone che hanno avvertito una responsabilità deontologica di fronte al proprio lavoro e alla società. Non ci eravamo forse più abituati: ma non è questo il senso più significativo dell’impegno politico? Il civismo che avevamo visto sepolto sotto la coltre della virulenta narrazione della destra al potere è riemerso offrendoci finalmente, nel mondo della scuola, una testimonianza limpida e partecipata. La vocazione democratica come desiderio fatto testimonianza concreta, di ricostruire legami sociali di solidarietà e impegno verso le nuove generazioni, è riemersa.

La scuola riprende una sua funzione politica, civile, sociale e lo fa in una delle condizioni più difficili e drammatiche della nostra storia dal secondo Novecento: trovo tutto questo sorprendente e promettente. Una leva per riaprire un ciclo nuovo della politica, della iniziativa nella scuola e non solo. È il messaggio, da me condiviso, che ho letto nel “Manifesto” sulla scuola proposto dalla FLC CGIL e dal suo segretario generale, Francesco Sinopoli.

2. Insegnamento e didattica a distanza
Non di meno, quel processo va sottoposto ad attenta riflessione: per “conservare”, come scriveva H. Arendt, e per pensare il futuro, come è nel DNA dell’educare. Comprendere, in una discussione a tante voci, i punti forti e i punti deboli di questa inedita esperienza.

Non vi è dubbio innanzitutto che il frequente e inedito utilizzo delle nuove tecnologie e lo scenario dei prossimi mesi stia aprendo nel mondo della scuola un dibattito su questi temi come mai era accaduto in precedenza. Del resto, una parte di docenti, considerata l’età anagrafica, è “immigrata” digitale e ha una conoscenza spesso non approfondita delle nuove tecniche e degli effetti di queste nella comunicazione educativa. Prevale pertanto una certa diffidenza che io stesso condivido, avendo osservato da vicino l’effetto deleterio di alcuni potenti mezzi: facebook in primis, ma anche altre suggestioni tecnologiche. In questi anni le nuove tecnologie sono state forze potenti al servizio di un modello sociale che ha demolito le pratiche di cooperazione professionale, le relazioni sociali, i legami comunitari. R. Sennett ci ha lasciato pagine memorabili su questo e richiama tutti noi all’esigenza di attrezzare un pensiero critico forte, denso di quei nuovi valori scientifici e umanistici auspicati da A. Sen e M. Nusbaumm per una nuova cultura della scuola, del lavoro, della società.

Il potere deleterio delle nuove tecnologie si scatena quando sono esse a dirigerci e non viceversa.
Nell’insegnamento, sia ben chiaro, uno strumento, per quanto evoluto possa essere, non sostituirà mai la persona. Insegnare infatti è una attività molto delicata, complessa, basata sulla relazione diretta, fisica ed emotiva, con l’altro. Per questa ragione insegnare è sempre una attività contestualizzata (non è la stessa cosa insegnare a piccoli o adolescenti, a bambini con disabilità, a cittadini extracomunitari, ad adulti, in una scuola di città o di campagna, del nord o del sud, ecc.). Ho appreso questo concetto, da giovane maestro elementare, leggendo le pagine di un grande maestro di pedagogia e didattica, Alberto Alberti. Ed è proprio questa dimensione della contestualizzazione a non essere riproducibile da una macchina.

Da qui occorre partire per una riflessione pedagogica sulle nuove tecnologie e il loro impatto con la didattica in presenza, con la comunicazione, con il lavoro cooperativo. Toccherà in sostanza ai docenti, e solo a loro, decidere in che modo e forma, una tecnologia possa essere utilizzata per concorrere a migliorare un percorso didattico e un modello organizzativo, definito e gestito in prima persona dai docenti e dalla loro cultura professionale. Ancora una volta nella storia, è il rapporto con la modernità che mette alla prova la capacità di chi insegna di padroneggiare i nuovi strumenti e non esserne vittima: è già accaduto con la carta stampata, con la televisione. Sono sfide da affrontare che forse avevamo lasciato un po’ sullo sfondo delle scadenze future e invece la pandemia le ha violentemente attualizzate. Mai come oggi non possiamo negarci il fatto che l’innovazione tecnologica stia già cambiando in profondità lo scenario sul quale si svolge la vita, quella di tutti noi. I bambini sviluppano abilità sconosciute fin dai primi anni: i giovani hanno una consuetudine con le nuove tecnologie straordinaria. Che cosa sta cambiando nel loro modo di apprendere? Possiamo noi pensare che obiettivi didattici, curricoli, repertori di conoscenza e abilità, restino gli stessi come se questa rivoluzione non stesse avvenendo?

Se rimuoviamo queste sfide, si entra in un altro territorio: quello della difesa, anche involontaria, della scuola e della didattica così com’è. Nulla di male se potessimo cantare le lodi della didattica corrente, ma a chi ne volesse tessere le lodi, ricorderei il monito di Tullio De Mauro che vedeva nel triangolo che lui definiva “perdente”, le ragioni dei tanti insuccessi educativi: la lezione, l’interrogazione, il tema. La scuola di classe che è sopravvissuta al ‘68 malgrado i nostri sogni, è la scuola in cui trionfa ancora l’uso esclusivo della parola (un solo e selettivo linguaggio), la comunicazione unidirezionale-autoritaria (la lezione), il componimento scritto tradizionale (con il suo carico di conformismo indotto). È la scuola degli irriducibili gentiliani di sempre; loro sono certamente in grado di essere conservatori anche a distanza e con gli effetti speciali delle nuove tecnologie.

Possiamo dunque essere cauti e riflessivi sulle nuove tecnologie come opportunità didattica, non dobbiamo essere per nulla cauti nel dire che resta aperto il tema di una nuova professionalità docente, di un rinnovamento profondo delle didattiche e dei modelli organizzativi nelle scuole. L’emergenza del coronavirus ci consegna la necessità di riprendere con forza il cammino interrotto di una nuova cultura dell’autonomia da costruire nel mondo della scuola. Siamo di fronte a una sfida culturale e politica, non tecnica. Se e quanto le nuove tecnologie potranno concorrere al raggiungimento di questo obiettivo è questione di sicuro interesse e importanza, ma secondaria.

3. Per una nuova cultura della vicinanza
Nei prossimi mesi questo Paese sarà chiamato a fare i conti con una crisi economica e sociale dalle proporzioni immani. Nessuno si faccia ingannare dalla quiete apparente delle abitazioni, delle aziende, delle fabbriche, degli uffici chiusi. È un silenzio greve, pesante, foriero purtroppo di ciò che accadrà perché l’impatto economico con la crisi sarà drammatico. Tutto ciò che si muoverà nella società entrerà nelle scuole e nelle università. Dovranno essere luoghi di elaborazione di lutti e dolori, di paure e angosce, di ricostruzione della socialità e della collaborazione, di costruzione di una memoria condivisa dei mesi che ci lasceremo alle spalle e di nuovi percorsi di istruzione di cui hanno diritto i nostri giovani, di fiducia nello stare insieme e qualche idea forte per ricominciare una nuova fase della società. Non sarà semplice.

In questi anni le nuove tecnologie ci avevano persuaso sul superamento delle distanze o almeno questo era il volto con cui tendevano a presentarsi: la “globalizzazione”. In questo annullamento delle distanze finivano per perdere significato i nostri spazi vicini di vita (le comunità, i partiti, le grandi strutture pubbliche, i luoghi e i soggetti della intermediazione sociale, ecc.) con le conseguenze che abbiamo visto con i nostri occhi: l’erosione dei legami sociali, la precarietà come condizione esistenziale e non solo lavorativa, la diffusione di un individualismo profondo, la regressione della cultura e l’avanzare di sottoculture dense di stereotipi e rancore. La comunicazione ha sostituito l’empatia, l’enfasi sulla sacralità delle nuove tecnologie ha disseminato l’illusione di soluzioni facili e veloci per qualsiasi problema trascinando con sé una buona dose di deresponsabilizzazione collettiva. La globalizzazione ha cancellato la vicinanza.

L’uso delle nuove tecnologie sta determinando modifiche profonde anche nei processi produttivi. Il possesso delle informazioni, delle nuove competenze, ha disegnato rischi di nuove marginalità, gerarchie, dipendenze, precarietà, ma anche di nuove opportunità. Il diritto alla conoscenza nel mondo del lavoro è diventato così non solo questione di garanzia di occupabilità ma anche di “potere” nella organizzazione del lavoro, di autonomia del lavoratore, di una nuova relazione con il proprio lavoro e gli esiti del lavoro. Una nuova sfida per il sindacato. Nei mesi che verranno anche il lavoro, nelle sue diverse forme concrete, non sarà più lo stesso e sarà il fattore decisivo per la rinascita del Paese.

La distanza imposta dalla pandemia è oggi quella anomala dimensione concreta che ci priva dell’incontro, della relazione, del contatto. Ed è per questo che i luoghi della vicinanza riscoprono il valore della loro insostituibilità; perché sono i luoghi delle relazioni, degli affetti, dei sentimenti, delle nostre azioni possibili, del lavoro concreto. Dopo questa tragedia, i luoghi della vicinanza non saranno più gli stessi e non saranno più le stesse le persone che hanno provato la privazione, la durezza della distanza e che hanno tentato di utilizzare nuovi strumenti e tecniche per neutralizzare gli effetti più deleteri della distanza.

Anche per la scuola si stanno creando forse le condizioni per superare una fase in cui è stato pagato il prezzo di una perdita evidente di valore sociale. Ora, a fronte della privazione forzata della socialità e delle dinamiche profonde che questa emergenza sta diffondendo, si intravedono i segni di una possibile nuova cultura della vicinanza; di un ribaltamento possibile dei valori e dei modelli di vita, di sviluppo, di lavoro, che hanno segnato questi ultimi decenni. Una nuova cultura della vicinanza è il nuovo possibile approccio alla ricostruzione, culturale e pedagogica, del rapporto tra scuola e territorio. La nostalgia della scuola come fatto “fisico” è la rappresentazione di un sentimento che coglie una verità profonda: l’apprendimento è un fatto sociale e non può vivere senza una dimensione di socialità aperta, sicura, strutturata. La scuola come spazio pubblico insostituibile nella più ampia comunità del territorio.

La spinta verso la vicinanza ridà senso agli spazi perduti e ci spinge a un profondo ripensamento dell’assetto della nostra società: per questo abbiamo bisogno di una nuova cultura politica e di una nuova visione educativa. Superare l’emergenza non per tornare al passato, ma per scrivere un’altra pagina.

Ridare senso ai legami di prossimità, perché anche il welfare, quello che noi vogliamo, non richiede solo finanziamenti, ma soprattutto persone capaci di solidarietà tra diversi. Uno spazio immenso per un sindacato generale e per chi crede che la scuola non sia solo adempimento, voti e direttive ministeriali, ma un nuovo sorprendente cantiere sociale. Per questo avremo più che mai bisogno di un sindacato dei diritti, della solidarietà e dell’etica della responsabilità. Decisive, ancora una volta, saranno le persone, le loro scelte, il loro impegno nella società. Anche sapendo utilizzare, con la necessaria consapevolezza, i migliori mezzi tecnologici a disposizione.

Dario Missaglia
Presidente nazionale Proteo

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