Unità 04.08.2003


Uno Stato vendicativo contro i ragazzi

«Il problema della giustizia penale minorile è capire se essa debba essere finalizzata al recupero dei ragazzi oppure essere di natura squisitamente punitiva. Il ministro Castelli, non fa che ripetere che bisogna decidere se stare dalla parte di Abele o di Caino, ovverosia, se punire o meno. La pena, tuttavia, deve, necessariamente, avere un carattere di recupero e non di vendetta. A maggior ragione quando si tratta di minorenni, altrimenti si rischia di intraprendere una tendenza verso l’involuzione anziché rafforzare la tutela dei minori e la cultura giuridica minorile da cui essa deriva».
Franco Occhiogrosso, uno dei massimi esperti di giustizia minorile, è il presidente del Tribunale dei minori di Bari e membro dell’”Associazione italiana giudici per i minorenni e per la famiglia”.
Conosce il bunker di Cagliari?
«No, ma se la descrizione dell’Unità corrisponde a verità, si tratta di una struttura che fa a pugni con tutti i principi sui minori e che viola numerose norme, dalle regole di Pechino (un documento dell’Onu che sancisce alcuni principi ai quali si deve ispirare la custodia dei minori), alle regole della Convenzione Onu dell’89. Non capisco su quali basi vengono realizzate queste strutture e mi chiedo, altresì, come sia possibile un tale utilizzo visto che le strutture penali minorili debbano essere sottoposte al controllo e alla verifica dei magistrati di sorveglianza».
Pensa che luoghi come questi, possano aiutare il reinserimento sociale ?
«Come ci può essere recupero in condizioni di brutalità ?»
Ritiene che ci sia il rischio di un dobbio binario di giustizia minorile: uno per i ragazzi italiani e un altro per quelli stranieri?
«Negli scorsi anni c’era la tendenza - che oggi si ta riducendo - a discriminare gli zingari adducendo come motivo la mancanza di dimora dove poter espiare misure alternative al carcere. Da tre-quattro anni, invece, ha preso piede l’abitudine di “deportare” ragazzi, soprattutto stranieri, dal carcere della città dove vivono a un altro dall’altro capo dell’Italia. Questi trasferimenti avvengono con la scusa dei “motivi contingenti” come quella dei lavori in corso nel carcere di provenienza. E con la giustificazione che essendo senza famiglia, il giovane non verrebbe sradicato dagli affetti. Il che non è vero, giacché hanno comunque dei legami - anche se si tratta soltanto della fidanzata o dei parenti - non meno significativi di cui il giovane viene privato. Ciò che incide negativamente sul reinserimento. Il problema ripeto, è se la pena debba essere finalizzata al recupero o essere solo punitiva».
E in che direzione si sta andando?
«Verso una netta involuzione. Le farò un esempio. Quando un giudice minorile deve decidere se applicare al ragazzo una misura alternativa al carcere, ascolta le indicazioni dei servizi sociali che gestiscono le comunità dove il minore espierebbe la pena. Ebbene, queste comunità sono a carico del Ministero che da qualche tempo ha dato ai servizi sociali una direttiva: evitare le misure alternative. L’alibi è che non ci sarebbero i soldi. La conseguenza è l’imbarbarimento della cultura minorile. È urgente una riforma della giustizia minorile e il centro-sinistra aveva presentato un disegno di legge. Purtroppo non c’è stato il tempo sufficiente a realizzarla».
Il governo sta varando, però, la riforma dei tribunali per i minori. Cosa ne pensa?
«Su questo aspetto, sono in totale dissenso con la linea governativa. Come del resto lo è anche l’Unicef, Telefono Azzurro e altre organizzazioni per i minori. Non siamo contrari all’unificazione delle competenze e riteniamo necessaria una riforma. Ma non questa che istituisce sezioni specializzate che non si occupano solo di minori ma anche di patrimonio, di proprietà. Di tutto insomma. I giudici, invece, devono continuare ad essere specializzati e accompagnati dagli esperti - i cosiddetti giudici onorari - occuparsi solo di minori. Questa riforma, invece, farà diventare i giudici degli impiegati burocratizzati e le udienze saranno come quelle delle separazioni coniugali: non ci sarà il tempo di ascoltare la voce dei minori».