UN CARABINIERE VI SALVERA' di Marco Bascetta da Global
Ora l’Italia è effettivamente entrata in una guerra che nemmeno Bush ha dichiarato conclusa. Con la consueta ipocrisia umanitaria che non impedirà di sparare a facinorosi e ribelli
Peace keeping è un assurdo. Forza di pace una ipocrisia.
Il lessico della repressione si adegua al caramelloso paternalismo dei media e
ai sermoni della domenica, nel consueto alternarsi di severità e
commiserazione. Persino l’espressione più sobria e classicamente autoritaria di
«ordine pubblico» viene impiegata con parsimonia. Quando le guerre diventano
«operazioni internazionali di polizia», le polizie si trovano facilmente in
guerra.
Dunque una festosa armata di forze militari, reparti di
polizia, specialisti di questo e di quello si trovano oggi in Iraq con lo scopo
di «costruire la pace». Tra questi i carabinieri italiani, incaricati, così si
dice, di difendere aiuti e aiutanti dagli aiutati e cioè da quella fame e
quella disperazione restia a mettersi ordinatamente in fila e poco incline
all’equanimità. Da quando esistono i poveri e la carità, la magnanimità dei
forti e l’indigenza dei deboli, vige anche l’inossidabile principio, secondo
cui i disgraziati non sono in grado di fare il proprio bene. Perché
interpellarli allora? In fondo, come tutto il resto, gli «aiuti umanitari» sono
anch’essi una tecnologia, con le sue procedure, i suoi dispositivi e i suoi
esperti: esperti del bastone ed esperti della carota, medici e carabinieri. Né
più né meno che come avviene usualmente nel trattamento della marginalità
sociale nelle società opulente. Fin troppe buone intenzioni democratiche e
coscienze in cerca di pacificazione si sono facilmente perdute su questa
strada. Se fossero invece gli iracheni a incaricarsi di proteggere ciò che
merita di essere protetto, forse l’idea di giustizia e di ordine dei vincitori
rischierebbe talvolta di essere contraddetta e il logoro spettacolo dei
baciabambini e delle dame di carità di subire qualche incresciosa interruzione.
Si dirà, allora che la società irachena è stata inquinata
e corrotta da una lunghissima e pervasiva dittatura, circostanza che
impedirebbe qualsiasi ricostruzione che non avvenga sotto la più stretta e
attenta vigilanza. Inconvenienti della democrazia d’esportazione. Tutto vero.
Fatto sta che la «desaddamizzazione» si annuncia piuttosto modesta e già i
primi funzionari del deposto regime vengono cooptati, riciclati nella nuova
amministrazione «democratica». Non è la prima volta che accade nella storia.
Anche i solerti ed efficienti funzionari del terzo Reich furono prontamente
reimpiegati nell’edificazione della Bundesrepublik, tanto che a Bonn, negli
anni ’60, i tedeschi si ritrovarono come presidente della nuova Germania un
signore di nome Luebke che solo qualche anno prima aveva dedicato la sua
«professionalità» alla progettazione dei campi di concentramento. Fu il
movimento degli studenti, non certo i garanti istituzionali della democrazia a
costringerlo a ritirarsi. Né molto diversamente era andata nello sconfitto
impero giapponese. E perfino gli odiati comunisti, la
deprecabile nomenklatura, le torve figure delle diverse polizie
socialiste, tornarono buone al momento della riconversione mercantile dei paesi
dell’est. Perché, alla fine dei conti, il controllo sociale, l’esercizio del
potere non sono che tecnologie e vocazioni. C’è chi le possiede e chi no. La
«governabilità», nella sua desolante assenza di contenuti, nell’astrattezza e
universalità del suo principio non ha colore. Perché l’Iraq made in Usa dovrebbe
fare eccezione?
Questa tecnologia, per la sua stessa estraneità
autoreferenziale deve dunque essere protetta. Questo è il peace keeping , il
braccio armato della «governabilità», l’eufemismo che racchiude una funzione
decisiva della guerra planetaria permanente.Tanto è scontato, ovvio, banale il
cinismo della politica di potenza, quanto è ridicolo, grottesco, incredibile il
linguaggio mediatico che lo veicola. Non vi è talk show (una delle poche
industrie che con la guerra moltiplicano davvero grandemente i propri
fatturati) che non metta in scena questo spettacolo contemporaneo della
«banalità del male».
La pace è diventata ovunque un affare di polizia, una
questione di «protezione» armata più che di concordia e di esercizio della
libertà. Questo è il compito che i carabinieri italiani vanno a svolgere in
Iraq, un compito di guerra, se solo si volesse guardare con un minimo di onestà
a cosa è oggi la guerra che, non a caso, il presidente Bush si è ben guardato
dal dichiarare conclusa nel suo «storico» discorso a bordo della portaerei
Lincoln, per non assumersi le responsabilità della pace né dover sottostare
alle regole che ne conseguono. Ma la cronaca stessa dell’occupazione americana
già basterebbe ampiamente a chiarire quale è il ruolo, fuori da ogni retorica
umanitaria, che le forze armate, ivi incluse quelle dei vassalli e dei
postulanti, sono chiamate a svolgere in Iraq: si tratta di arrestare, di
reprimere, di sparare sui manifestanti e sugli assembramenti giudicati
minacciosi, ostili, dissidenti. Dov’è il confine, chi lo giudica e chi lo
definisce? Ancora inconvenienti della democrazia d’importazione. E’ un impiego
decisamente adatto per gli eroi del Tuscania di Genova, già resi edotti di che
cosa costituisca una minaccia e di come si debba reagire. Si guardino, dunque,
sciiti, kurdi e affamati d’ogni etnia dal brandire un estintore e dai sassi
volanti. E’ un contesto imperdibile per tornare ai fasti legionari della
Somalia e alle orrende ombre di torture e quant’altro che li sovrastano. Dunque
un Italia belligerante a tutti gli effetti, servile e meschina nella migliore
tradizione dei suoi governi, dedita non già alla caccia dei grandi criminali di
guerra, ma alla facile persecuzione dei ladri di polli con la pelle scura. Non
c’è bisogno di essere profeti per immaginarsi apparire sul piccolo schermo
della Rai di regime la bambina dagli occhi sgranati in braccio all’alpino di
turno, l’episodio edificante dei salvati (i sommersi, per definizione, non
compaiono in tv). In fondo i baciabambini si assomigliano tutti da Saddam a
Berlusconi, e i nostri Tg sono maestri nel celebrarli. E’ dunque adesso, dopo
tante acrobazie su come stare, senza starci, dentro la guerra americana, nella
indigeribile finzione del peace keeping, che l’Italia entra con le sue forze
armate in una guerra persino ufficialmente inconclusa. Tutto ciò si consuma nel
balbettio di una sinistra che dall’alto del suo realismo politico non manca di
credere, ma soprattutto di raccontare, la favola della guerra umanitaria. Ma
anche i movimenti abbassano la guardia e sembrano ignorare che l’impresa
d’oltremare dei militi italiani non farà meno danni dei convogli di materiale
bellico che transitavano, a suo tempo, dalle basi americane ai porti della
penisola.
Tutto questo, aldilà delle sue implicazioni morali,
comporta dei costi, un impiego di risorse che, mascherate dalla retorica
dell’intervento umanitario, andranno a saldare i conti pericolanti dell’
unilateralismo americano. A chi saranno sottratte queste risorse:
all’università, alla sanità, alla previdenza sociale? Quanto costerà proteggere
gli aiutanti dagli aiutati e a spese di chi? E’ a questo punto, ben più che
durante la pioggia di bombe e il Blitzkrieg angloamericano, che la guerra
permanente entra nella vita quotidiana di tutti, non solo per una
questione di distribuzione delle risorse, ma anche per l’imporsi e il
consolidarsi di un modello di ordine e di convivenza che non sa
garantirsi che attraverso l’uso della forza. Forza di pace, si capisce. Neanche
più di interposizione fra due fronti in procinto di scannarsi
vicendevolmente, ma pronta a colpire un nemico ubiquo, indefinito, mutevole
secondo le circostanze. In un certo senso il dopoguerra iracheno assomiglia,
almeno temporaneamente, nel momento del caos e della catastrofe sociale, alle
periferie metropolitane, alle infide downtown, ai ghetti e alle banlieus, con
i loro fanatismi e i loro odii, con la loro disperazione e i loro legami
comunitari, le loro derive identitarie e ineliminabili latenze di
rivolta. E gli strumenti per governarlo assomigliano altrettanto a quelli,
tutt’altro che teneri, impiegati nel controllo sociale della marginalità
metropolitana. Nel laboratorio di Baghdad guerra e ordine pubblico,
riorganizzazione sociale e controllo confluiscono gli uni negli altri, si
fondono e si condizionano reciprocamente. Mentre le libere forze dell’economia
di mercato penseranno a tutto il resto. Medici, imprenditori e carabinieri a
garantire gli uni e gli altri. Che piaccia agli iracheni o meno. Si può anche
chiamarlo peace keeping, ma è la più classica ed efferata catena del comando.
E’ a questa guerra che stiamo partecipando.
M.B.