…tutti insieme … di Emanuela Cerutti
Penso
che la laicità sia difficile ospite in casa Italia, questione di
mentalità
o di comodo, di equilibri da non spezzare.
Più
facilmente abbiamo forme che chiamerei di "laicismo", così come di
"continuismo":
pasticciate insomma, dipendenti forse da convinzioni
fluttuanti.
Penso
in effetti che il "continuismo" sia una forma degenerata di quella
"continuità"
che potrebbe dare armonia ai percorsi storici e che non
preclude
il cambiamento.
La
grossa responsabilità credo sia fare del "bipartigianismo" uno
strumento
per
non affrontare i reali problemi, nella fattispecie della scuola,
stendendo
un documento che parrebbe non essersi accorto dell'anno passato,
senza
nessi concreti insomma, come se il dire stesse là ed il fare qua.
Quindi
per non cambiare.
Certo,
loro per lo meno ci hanno provato, ed essendo gente che conta magari
qualcosa
otterranno: se non altro il nulla di fatto.
Perchè
la scuola non sia qualcosa di neutrale, cioè inutile e semplicemente
palliativo,
quando non strumentale al potere che per definizione conserva,
credo
che occorra far seguire atti alle parole, mettere in campo un
contropotere
che è quello della base che vive e sperimenta sulla sua pelle
le
contraddizioni, cercando contatti e modi per cambiare le cose che non
vanno,
i soldi che non ci sono, le risorse che mancano, le divisioni che si
creano,
la noncultura che permane, i revisionismi che mutilano la storia e
così
via...
Stendere
un progetto alternativo, si diceva una volta anche nel Didaweb, un
progetto
attorno al quale sviluppare idee e modelli applicabili. Ma chi lo
vuole
davvero?
I
dieci punti finali del buonsenso mi hanno per contrasto ricordato le 10
tesi
di De Mauro: riporto entrambi i pezzi anche se un pò lunghi, per dare
l'idea
di cosa vuol dire secondo me parlare senza dire nulla e parlare per
cercare
di cambiare.
Emanuela Cerutti
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BUONSENSO
1.
Per un paese civile che intenda tenere il passo con lo sviluppo non
solo
economico è di vitale importanza / condizione irrinunciabile disporre
di
un sistema formativo in grado di rispondere alla domanda di formazione
delle
persone e della società civile nelle sue varie componenti, dalle
imprese
al sistema politico, dalle comunità locali alle famiglie;
2.
Il sistema educativo di istruzione e formazione in Italia è
quantomeno
discontinuo sia nelle sue forme organizzative che per la sua
qualità,
ed ha bisogno di essere riformato in modo globale, rispettando i
valori
della tradizione ma con una chiara consapevolezza di quanto la
società
sia cambiata, esprimendo così una diversa domanda di formazione;
3.
I governi che si sono succeduti almeno nell'arco delle ultime due
legislature
hanno mostrato di esserne consapevoli, ed hanno avviato una
politica
di riforme, che non è stata per il momento completata. Punti
acquisiti
sono l'autonomia delle unità scolastiche e l'attribuzione di
maggiori
poteri nel campo dell'istruzione alle Regioni con la modifica
dell'art.117
della Costituzione e la rinnovata considerazione per il sistema
dell'istruzione
e formazione professionale;
4.
Sulla scorta dell'esperienza passata, e delle nostre personali
convinzioni,
formuliamo l'ipotesi che sia necessario individuare dei punti
che
sono di interesse del paese in quanto tale e non di una o dell'altra
maggioranza.
Su tali punti è opportuno, per il bene comune dei giovani,
giungere
ad un accordo di massima che valga fino all'attuazione competa
della
riforma, - fatte salve le indicazioni provenienti dalla
sperimentazione
- anche nel caso di un'alternanza delle parti politiche al
governo
5.
Il sistema educativo di istruzione e formazione che emerge da questa
ipotesi
di accordo non è un sistema mediocre, su cui c'è accordo perché non
scontenta
nessuna, ma è anzi un sistema di qualità diffusa, su cui c'è
accordo
perché punta ad un miglioramento continuo dei processi educativi e
formativi,
garantendo sia il successo formativo nelle forme più adatta a
ciascuna
persona, sia l'eccellenza per i migliori, grazie alla
valorizzazione
e alla pari dignità dei diversi percorsi, che non si ottiene
abbassando
demagogicamente la difficoltà dei percorsi tradizionali, ma
garantendo
la qualità nella diversità;
6.
La riforma che può dare vita a un sistema di qualità è
necessariamente
una riforma in continua ma non immemore trasformazione,
capace
di sviluppare i valori della tradizione e di accogliere i
suggerimenti
che vengono da una scuola che sa creare cultura su se stessa,
ma
anche di far proprie le indicazioni che vengono dal sistema produttivo e
dalla
società civile: una scuola in cui l'autonomia non è confuso e
velleitario
nuovismo, ma esercizio consapevole della responsabilità
educativa,
e la partecipazione non è una delega rassegnata o disinteressata,
ma
valorizzazione delle potenzialità educative delle famiglie, delle
imprese,
delle comunità locali.
7.
Il compito di chiunque si interessi di scuola, negli ambiti in cui
può
essere ascoltato, è quello di sottolineare instancabilmente e -
speriamo
- non inutilmente che una società che non si occupa della crescita
pienamente
umana dei suoi giovani membri non solo non potrà mai essere
civile,
ma proprio per questo non sarà mai nemmeno ricca, ed è compito
primario
dei decisori politici garantire le risorse e le condizioni per cui
questa
crescita possa avvenire, nella scuola e fuori della scuola;
8.
L'intero discorso della riforma non può avvenire senza tenere
presenti
i recenti sviluppi della normativa costituzionale sull'attribuzione
di
poteri alle regioni, che dovrà essere definito non appena la normativa
sarà
stata completata.
9.
Perché la riforma finalmente decolli e possa svilupparsi occorre
saperle
garantire un quadro di consapevolezze e di consensi da parte sia
degli
"addetti ai lavori" che delle famiglie e della pubblica opinione in
generale,
che devono essere messi nelle condizioni di condividerne le
profonde
ragioni culturali.
10.
In un'opera di convincimento reciproco, fra una società che deve
cambiare
il suo modo di leggere la scuola e una scuola che deve accogliere
le
esigenze di innovazione culturale che emergono dal mondo circostante, un
ruolo
significativo viene attribuito alle tecnologie, da non intendersi solo
come
risorse tramite cui aggiornare il patrimonio delle attrezzature
didattiche,
ma come stimolo ad ampliare e differenziare le prospettive sul
sapere
e come occasione per ripensare i meccanismi dell'organizzazione del
lavoro
dentro la scuola.
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APPUNTI
DI ALCUNE TESI PER LE SCUOLE DI SOCIETÀ SOSTANZIALMENTE
DEMOCRATICHE
di
Tullio De Mauro
1)
La scuola opera e se ne intende pienamente l'opera solo guardandola nel
suo
rapporto di dare e avere reciproco con tutta la cultura, e non soltanto
la
cultura intellettuale, scientifico-letteraria, ma la cultura complessiva,
antropologica,
di una popolazione.
2)
Se si considera la scuola nell'orizzonte della cultura, appare più chiaro
che
i problemi di istruzione e formazione di un particolare Paese si vedono
e
si pongono e devono risolversi fuori di un'ottica solo sincronica e/o solo
nazionale.
Si vedono, si pongono e si risolvono là dove si collocano: in
rapporto
a una più o meno lunga tradizione storico-culturale e nel mutuo
scambio
con altre culture.
3)
Istruzione e formazione hanno un costo. Hanno anche una redditività
economica
perfino se ci si restringe al solo Pil e al solo reddito
individuale.
La redditività emerge tanto più se, accettando le critiche alla
restrizione,
si guarda (come parecchi economisti suggeriscono: in Italia
Sylos-Labini)
alle capacità produttive individuali e collettive e alle
capacità
di scelte autonome, individuali e sociali.
4)
Scuola e formazione restituiscono il loro costo fornendo, quando le
forniscono,
quelle "idee" che "sono a capo della produzione" (Cattaneo)
e
dunque
impegnandosi nella vitalizzazione di tutta la cultura di una
popolazione,
garantendone il coerente rapporto con una tradizione
identitaria
e con l'accesso a nuovi saperi e antichi e nuovi life skills.
5)
Allo sviluppo di scuola e formazione come luoghi di potenziamento della
cultura
individuale e collettiva, portano anche (a) l'esigenza della
flessibilità
delle produzioni e dei lavori retribuiti e (b) l'esigenza di
fare
fronte alle conseguenze della fragilità dei sistemi complessi.
6)
Allo stesso luogo riconduce anche l'esigenza di non lasciare crescere,
ma
di fronteggiare e, se possibile, azzerare le divaricazioni che l'attuale
modo
di sviluppo crea sia all'interno di ciascuna area culturale e
nazionale,
sia tra aree diverse.
7)
Da 4-6 deriva, forse prima, indipendentemente da ogni scelta ideologica,
la
necessità di rafforzare scuole e luoghi della formazione rendendole
operanti
non solo verso le fasce giovani, ma verso tutte intere le
popolazioni
attraverso il longlife learning.
8)
Se la scelta è quella di una organizzazione democratica non solo formale
(diritto
di voto), ma sostanziale (pari opportunità nell'accesso alle
risorse
economiche e culturali), la necessità di 7 non è più la conseguenza
che
una destra saggiamente conservatrice, non fascisteggiante, deve subire
con
rassegnazione per sopravvivere, ma è, dovrebbe essere, l'obiettivo
centrale
di un progetto politico democratico, che nel raggiungimento di
quell'obiettivo
trova la misura della sua efficacia.
9)
Coloro che guidano i processi d'apprendimento e formazione, gli
insegnanti,
devono rendersi consapevoli di non essere impiegati degli Stati
o,
peggio, dipendenti di imprese private, ma pubblici professionisti dello
sviluppo
delle capacità culturali e produttive, individuali e collettive:
devono
formarsi e trasformarsi in funzione di ciò e avere un soldo (la
parola
salario essendo sdegnata da taluni) pari alla loro decisiva funzione.
10)
Forse anche a chi protegge (fascisticamente o no) differenze e alti
redditi,
ai conservatori e alle destre, e certamente ben più a chi intenda
lavorare
per una democrazia sostanziale, toccano il compito e l'obbligo di
progettare
e costruire quanto occorre per realizzare gli obiettivi 8 e 9 non
solo
nel Nord del mondo e nelle aree di più consistente Pil, ma in tutto il
mondo,
per tutte e tutti, no lesser than one. Riuscire a esprimere gruppi
dirigenti
in grado di rispettare e, prima ancora, di intendere questo
compito
e obbligo, è una questione di sopravvivenza che tocca tutte e tutti,
no
lesser than one. Ovvero, per chi trovi più chiaro il titolo originale
cinese
del film di Zhang Yimou, Yi ge dou bu neng shao.