Storia di due stupri
nell'Iraq occupato
Tra
smentite ufficiali, conferme anonime e intimidazioni, si delinea la crudele
vicenda di due adolescenti di Sowera violentate dai soldati americani, e forse
morte entrambe. Una in seguito alle sevizie, l'altra dalla famiglia
«disonorata»
GIULIANA
SGRENA
INVIATA
A BAGHDAD
La
notizia è apparsa il 9 giugno senza grande clamore. Un trafiletto a fondo
pagina - la prima pagina - sul giornale Assaah: a Sowera, nel
distretto di Wassit, secondo testimoni, oltre diciotto soldati americani hanno
stuprato due ragazze - 14 e 15 anni - e poi le hanno abbandonate vicino
all'ospedale in condizioni orribili, una è morta e l'altra è stata assassinata
dai parenti. Gli americani si sono poi ritirati dalla città per paura di
vendette. La notizia è stata poi ripresa dall'agenzia francese Afp. Il comando
americano da Camp Doha ha risposto negando i fatti e accusando il giornale Assaah di essere
nelle mani di ex-saddamisti, soprattutto il suo proprietario sheikh Ahmed
Kubaysi, leader del Iraqi national unified movement. Un
sunnita che, ospite dell'ambasciata francese, la settimana scorsa, dopo aver
esaltato i principi della rivoluzione francese, aveva condannato l'occupazione.
La notizia del probabile stupro ci era stata anticipata il giorno prima della
pubblicazione sul giornale (bisettimanale) da un esponente dell'Associazione
irachena per i diritti umani, che tuttavia era in attesa di maggiori
informazioni e soprattutto della documentazione sul caso. Abbiamo cercato di
rintracciarlo, senza riuscirci, mentre un altro esponente dell'associzione ci
ha detto che effettivamente stanno cercando di raccogliere informazioni, perché
in questa situazione potrebbe esserci chi è interessato a mettere in cattiva
luce gli americani.
Un muro di omertà
Allora ci siamo rivolti al direttore del giornale Assaah, N'ima Abdulrazzaq, che abbiamo trovato costernato
per lo «scivolone», e anche terrorizzato. Prima ci ha detto di aver pubblicato
la notizia, inviata dai corrispondenti di al Kut, pur avendo qualche dubbio e
per questo non l'avrebbe «sparata». Poi, dopo la reazione degli americani, è
andato direttamente sul posto con altri due giornalisti per indagare
sull'accaduto ma si è trovato di fronte a un muro di omertà. Anche chi gli ha
confermato la notizia - un sottotenente della polizia e un esponente prestigioso
locale - non voleva che fosse indicato il suo nome o che si facessero delle
riprese. Infine un medico dell'ospedale, Khodeira Abbas, che aveva visitato una
delle ragazze, ha detto che dall'esame è risultata vergine, quindi si sarebbe
trattato solo di giochi sessuali. In base a questa dichiarazione la notizia
dello stupro era falsa e quindi il direttore ci aveva anticipato la smentita,
che ieri è stata regolarmente pubblicata, e il licenziamento dei due
corrispondenti di al Kut, il capoluogo del governatorato di Wassit.
Eppure non sembra si possa trattare di pura invenzione o di
una montatura, anche per la delicatezza della questione. N'ima Abdulrazzaq
ammette, ma senza prove non c'è nulla da fare. Ci vorrebbero tempo e soldi per
dimostrarlo e lui, dice, non se lo può permettere. Per il buon nome del
giornale, e per non compromettere ulteriormente la sua carriera, è meglio
rimangiarsi tutto. E poi sbotta: prima ci accusavano di essere filoamericani e
ora di essere filosaddamisti, solo perché siamo indipendenti!
Ma, alla fine N'ima, che aveva lavorato per 14 anni al
giornale Rafidayn prima di fondare alla fine
di aprile Assaah, ammette che c'è dell'altro.
Un americano che si è spacciato per giornalista è venuto lunedì nel suo
ufficio, subito dopo la pubblicazione della notizia, e lo ha minacciato dicendo
che potrebbe perdere il suo lavoro e non solo. N'ima, teme che gli americani lo
vengano a prendere da un momento all'altro. E mentre parliamo con lui, la
macchina davanti all'edificio viene bersagliata con sei colpi di pistola, i
vetri vanno in frantumi. Non sembra proprio che si tratti dei soliti ladri. E'
un avvertimento in piena regola.
Decidiamo di andare a fondo della questione. Sowera è un
centro agricolo, sul Tigri, a una settantina di chilometri a sud-est di
Baghdad. Il fiume è costeggiato da vaste e floride piantagioni e campi:
ortaggi, palme da datteri, aranci, limoni, fichi, melograni. Quasi tutta la
popolazione è dedita all'agricoltura. Grazie alla mediazione di un' antica
famiglia locale riusciamo ad entrare in contatto con alcuni abitanti del luogo
e ad avere la loro testimonianza con la promessa della massima segretezza sui
nomi e sul luogo dove li abbiamo incontrati. Il nostro intermediario, persona
degna di fede, garantisce per loro. Le minacce nei loro confronti non vengono
solo dagli americani ma anche dai leader religiosi e tribali. E' un disonore da
nascondere, è un onta da lavare all'interno della famiglia tribale e della
comunità religiosa.
Nonostante tutti i tentativi di nasconderla, la notizia è
circolata nella cittadina. «I fatti risalgono a una decina di giorni fa,
racconta Mohammed - chiameremo così i nostri testimoni -. Le due sorelle erano
andate spontaneamente dagli americani, che avevano installato la propria base
nell'ex sede del partito Baath, e non era la prima volta. Ma quella sera le
hanno trattate in quel modo crudele e poi, non sapendo cosa fare, le hanno
portate al vicino ospedale. Il direttore si è rifiutato di ricoverarle ma i
soldati l'hanno minacciato e quindi non ha potuto fare altro che accettare.
Pare, secondo i racconti di qualcuno del personale dell'ospedale, che una delle
ragazze fosse avvolta in una coperta in una pozza di sangue, dovuta
probabilmente ad una emorragia». Mohammed ricorda che quando erano arrivati gli
americani e avevano imposto il coprifuoco nella cittadina assolutamente
tranquilla, tutti si chiedevano il perché. «Poi abbiamo cominciato a notare
strani via vai di notte. I soldati avevano distribuito delle riviste
pornografiche ai ragazzini e chiedevano loro di procurare delle ragazze in
cambio di qualche dollaro. Probabilmente anche le due ragazze in questione
avranno accettato qualche invito degli americani per qualche soldo, perché
appartengono a una famiglia estremamente povera».
Dopo che la notizia è cominciata a circolare è intervenuto
il rappresentante locale di al hawza,
l'autorità islamica sciita con sede a Najaf e anche sulla porta del tribunale
di Sowera è attaccato il ritratto dell'ayatollah Mohammed Baqer al-Hakim,
leader dell'Alto consiglio per la rivoluzione islamica in Iraq. Poi è intervenuto presso la famiglia lo sheikh della
tribù: la legge tribale impone l'uccisione della ragazza per salvare l'
«onore», e la vendetta nei confronti degli autori, gli americani.
La legge tribale
Non è possibile verificare se la legge tribale ha già
colpito la ragazza sopravvissuta, oppure se mettendo a tacere queste voci potrà
essere salvata. Comunque della famiglia in questione, da allora, si è vista in
giro solo la madre. «Nascondere una ragazza non è difficile in un luogo dove le
donne non escono quasi mai di casa», dice Mohammed. L'ordine sia del leader
religioso che di quello tribale è di negare la notizia. E i giornalisti che
l'hanno diffusa rischiano la vita. Tanto è vero che i loro nomi pubblicati su Assaah, secondo i nostri interlocutori sembrano pseudonimi,
e speriamo che lo siano. Queste sono le testimonianze che siamo riusciti a
raccogliere e che ci sono sembrate spontanee, ma continueremo a seguire il
caso, se ci saranno novità.
Intanto, gli americani, dopo aver negato i fatti, hanno
abbandonato la loro postazione. «Vengono qui solo ogni tanto per
pattugliamenti, per controllare perché al hawza
sta raccogliendo armi, ma per ora non si azzardano a fare perquisizioni nelle
case, temono evidentemente una vendetta, che probabilmente verrà dopo che la
questione sarà regolata all'interno della tribù», sostiene Mohammed.
Ma a parte gli americani, da chi è amministrata la città?,
chiediamo. «Assolutamente autogestita. Forse il nostro è l'unico paese al mondo
in cui molte città sono autogestite», ironizzano e aggiungono che il caos è
totale. Lanciamo una provocazione: ma per ora non pagate le tasse e così vi
arricchirete, almeno i proprietari terrieri che stanno vendendo i loro
raccolti. «Inshallah, ma poi ci porteranno via tutto», risponde il capo
famiglia. Ma esiste almeno una polizia locale? «Nella stazione di polizia
c'erano tre agenti locali, che avevano anche arrestato alcuni saccheggiatori. I
ladri avevano proposto un lauto riscatto in cambio della loro liberazione, ma i
poliziotti integerrimi non avevano accettato. La notte seguente un attacco alla
caserma con un Rpg aveva liberato i saccheggiatori e messo in fuga i
poliziotti. Da allora non c'è più nessuno». Anche la sicurezza è autogestita e
le vendette sono all'ordine del giorno in un paese dove è più difficile trovare
una bombola di gas che un kalashnikov.