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La tentazione di mandare tutto (metaforicamente) a mare e di
andarsene (letteralmente) al mare è forte.
In questi giorni il senso di sgomento per le gravissime conseguenze della
finanziaria sugli organici e sulle disponibilità è talmente alto che supera
di gran lunga qualunque altra sensazione e spinge più al silenzio che alla
parola. Supera persino quella relativa allo scempio che si sta facendo
della cosa pubblica, dalla giustizia alla par condicio e all'imparzialità
dell'informazione, dall'immagine internazionale del paese ai servizi
sanitari, dalle disponibilità per i servizi degli enti locali alle
disumanità professate nei confronti degli immigrati, dai morti durante le
manifestazioni (degne degli anni di Tambroni) al vilipendio di intere
branche dello stato, come la magistratura.
Tutti ricordiamo come, agli inizi di aprile, il governo abbia
disperatamente tentato di scaricare la patata bollente delle tabelle di
valutazione addosso a chiunque, cercando, in vista delle amministrative, di
dare un colpo al cerchio e uno alla botte. La stessa soluzione dei 18 punti
(che voleva essere salomonica ma che il bambino lo ha tagliato a metà,
invece di riuscire a trovare la madre) non era risolutiva e aveva
scontentato sia gli specializzati SISS che le altre categorie di docenti di
terza fascia.
La scelta di oggi indirizza nuovamente l'ago della bilancia in una
direzione, almeno apparentemente, aderendo al plauso che le associazioni di
docenti SISS avevano espresso, alcune settimane fa, a favore del governo e
prontamente rimesso in discussione, appena pochi giorni dopo, quando
sembrava che la scelta dovesse andare in direzione opposta.
Sulle varie modalità di abilitazione si è detto tanto. Si è detto
probabilmente quasi tutto anche in queste pagine.
Nei prossimi giorni le tensioni tra i lavoratori saliranno nuovamente alle
stelle.
Prima che tutto ciò arrivi di nuovo al parossismo vorrei dire una cosa a
tutti, dall'alto (se così possiamo dire) dei miei dieci anni di gavetta.
Una cosa che deve essere chiara, oltre ogni ragionevole dubbio.
Chi plaude ai partiti di maggioranza (e sia ben chiaro che mi rivolgo a
entrambi gli schieramenti, siano essi vicini ad Alleanza Nazionale, all'UDC
o a chicchessia in area di maggioranza) ha il sacrosanto diritto di
sostenere il governo (perché, in fondo, nonostante Mediaset, siamo in
democrazia) ma niente sarebbe assurdo come l'idea di scaricare il governo
stesso delle sue responsabilità!
Niente sarebbe più iniquo che far passare la situazione attuale come un
frutto spontaneo degli eventi. Nessuno potrà dire, da un lato: "Noi ve
li avevamo dato e il TAR ve l'ha tolto: vedete i giudici come sono tutti
rossi e cattivi!"
E contemporaneamente dire, dall'altro lato: "Avete visto che vi
abbiamo accontentato! Abbiamo solo fatto finta di farlo fare ai giudici.
Lasciate che gli altri sbraitino, si calmeranno e cambieranno
mestiere!"
Il signor presidente del consiglio dice (e dice bene!) che chi vince le
elezioni governa.
Ma qualcuno dovrebbe ricordargli che chi governa si assume le responsabilità
di ciò che fa.
La
vicenda che stiamo vivendo in queste ore è una sconfitta della politica,
una sconfitta per i lavoratori, indipendentemente da chi si troverà a
perdere il posto di lavoro e da chi lo sta guadagnando.
Lo dice uno che il posto di lavoro lo ha perso due volte...
Nessuno ha da gioire, perché i salvati di oggi sono solo i sommersi di
domani!
Ricordatevelo, colleghi che venite dalle SISS. Guardatevi intorno e fatevi
bene i conti!
Fateli completamente. Non cadete nella trappola.
Alla
responsabilità di stare portando avanti a tappe forzate un riforma che
nessuna delle componenti della comunità scolastica ha voluto e contribuito
a progettare, alla responsabilità di aver prodotto una legge
incostituzionale come quella per gli insegnanti di religione (che consegna
di fatto le assunzioni nella scuola italiana a uno stato estero), alla
responsabilità di aver regalato l'esclusività del reclutamento agli
imprenditori privati, costringendo gli insegnanti a dieci anni di schiavitù
nei diplomifici, alla responsabilità di aver smantellato gli organici,
tagliato dovunque in maniera indiscriminata, attentato ai diritti dei più
deboli, lavoratori e alunni, si aggiunge la responsabilità di una gestione
fallimentare dell'amministrazione che, se la pretese efficientiste e
privatistiche, che spirano nei palazzi che contano, venissero applicate
seriamente, avrebbe portato al licenziamento del manager già poche
settimane dopo il suo insediamento.
Se fosse un amministratore delegato (e certo la scuola pubblica non ha
bisogno di una cosa del genere ma di una guida serena che applichi principi
di equità che solo un buon 'padre di famiglia', e non un 'padrone delle
ferriere', potrebbe avere!) il ministro sarebbe stato congedato da tempo da
qualunque azienda privata.
Uno sola cosa resterebbe da fare al ministro, dott.a Moratti, e al
sottosegretario, on. Aprea per non peggiorare il ricordo che il paese avrà
di loro negli anni a venire: dimettersi e chiudere finalmente questa
stagione di incertezze e veleni tra i lavoratori!
Naturalmente né il ministro, né il sottosegretario si sognano lontanamente
di fare una cosa del genere.
E a noi poveri mortali cosa resta?
Bah! Probabilmente evitare che il silenzio l'abbia vinta sulla parola e,
civilmente, democraticamente, pacificamente ma fermamente, mettere i
puntini sulle i.
Non le famose tre "I".
Ma tutte le altre.
Tutte!
Con
molta malinconia.
Raf
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