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Senza precedenti la rottura fra governo e scienziati
di Pietro Greco
Le dimissioni che il presidente del Cnr Lucio Bianco ha
presentato ieri sono l'epilogo di un processo che ha pochi precedenti nella
storia delle democrazie occidentali: la rottura profonda, in alcuni momenti
drammatica, tra la comunità scientifica e il governo di un paese.
Eppure l'alleanza fra questi due soggetti è alla base delle
società occidentali contemporanee. Già nel lontano 1948, Vannever Bush,
scienziato e presidente della Carnegie Institution, consigliere scientifico
di due presidenti degli Stati Uniti, Roosevelt e Truman, aveva descritto nel
suo testo più importante "Science, the Endless Frontier", (Scienza,
la frontiera infinita) la funzione della scienza come risorsa strategica di
un paese moderno.
E aveva certificato il ruolo (che col progetto Manhattan
era diventato evidente) della comunità scientifica come uno dei gruppi
fondamentali su cui si regge il governo di un paese.
Questa alleanza tra comunità scientifica e classe dirigente
politica nasce peraltro anche da reciproca convenienza a stare insieme, a
dialogare e ad arrivare a compromessi.
Da allora, non era mai accaduto che un governo occidentale
rompesse di fatto questa alleanza per imporsi con una serie di iniziative
legislative sui ricercatori, senza consultarli, senza cercarne il consenso.
Anzi, mostrando una sostanziale insofferenza al mondo dei valori, delle idee,
delle consuetudini che una comunità scientifica italiana - quella dei Fermi,
degli Amaldi, delle Levi Montalcini - ha elaborato in un secolo e mezzo di
Storia.
Certo, gli scienziati italiani non hanno proprio l'aria di
voler cedere con le mani alzate. Si sono battuti in questi mesi, cercando
continuamente il dialogo e vedendoselo rifiutato sistematicamente.
Non che questo fosse quel che desideravano gruppi di
ricercatori "estremisti" e votati al tanto peggio tanto meglio.
Anzi, il rifiuto di questo muro innalzato dal governo contro il dialogo è
sempre stato un elemento fondante della lotta degli scienziati italiani.
In qualche modo, questa attitudine è visibile anche nella
figura di Lucio Bianco, un uomo che difficilmente può non ispirare un senso
di moderazione per non dire di mitezza. Ieri, in una conferenza stampa pacata
nei toni ma decisa nei contenuti, Bianco ha messo in luce la formidabile
contraddizione di questo governo che ha diminuito gli stanziamenti per la
ricerca scientifica nonostante avesse promesso il contrario. Andando peraltro
in senso opposto rispetto alle scelte che hanno mosso l'Europa.
L'Unione infatti si è posta l'obiettivo di portare
l'investimento medio in ricerca al 3 per cento. Come è facile vedere,
l'Italia si muove nella direzione opposta.
Così, rischiamo di vedere un altro ministro, dopo quella
sanità Sirchia, costretto a riconoscere che, per motivi di cassa, si sta
distruggendo un intero comparto strategico pubblico come il tessuto della
ricerca.
Motivi di cassa, ma anche altri motivi. Lucio Bianco li ha
enunciati, spiegando come sia improduttiva per gli stessi fini che il governo
vuole perseguire, la logica aziendalistica con cui questo esecutivo guarda
alla scienza. Il presidente del Cnr ha spiegato e dimostrato, dati alla mano,
come la struttura pubblica della scienza sia necessaria per preservare la
ricerca di base come quella applicata. Molti industriali in Europa stanno
chiedendo esattamente questo, come ha fatto qualche mese fa il direttore
della fondazione scientifica che fa capo al gruppo Volkswagen. Spiegando che
le aziende non sono in grado di sostenere ricerche strategiche - di base o
applicate che siano - e che solo la mano pubblica può farlo.
Ma Lucio Bianco ha trovato - giustamente - anche il modo di
vantarsi per aver portato il governo davanti al Tribunale amministrativo e di
aver vinto. Perché ha dimostrato che il rispetto delle regole è essenziale
per governare il paese. Ora vedremo che cosa sarà del più importante ente di
ricerca italiano. Un ente che ha qualità, senza dubbio, ma è senza dubbio in
crisi. Finanziaria e strutturale. La sua riforma è stata avviata e doveva
essere portata a termine, senza la sovrapposizione forzosa di nuove norme.
Ma la sua crisi non si può certo attribuire solo a questo
governo. Riflette una carenza di lucidità politica che è vecchia di 40 anni.
Da quando l'Italia ha scelto di avere al centro del suo sistema la produzione
a media e bassa intensità tecnologica, lo sviluppo senza scienza. Decennio
dopo decennio, senza apparente discontinuità, gli investimenti pubblici e
privati in ricerca sono andati decrescendo sul complesso della ricchezza
prodotta nel nostro paese. Il contrario di quello che è avvenuto nei paesi
più avanzati, dove la scienza e l'innovazione si sono saldamente collocati al
centro dello sviluppo.
Se non altro, le dimissioni di Bianco mettono ora con
chiarezza, sul tavolo del governo e davanti all'opinione pubblica, l'insieme
drammatico di questi problemi.
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