LE NUOVE PEDAGOGIE CRESCONO NEI TERRITORI ASIMMETRICI
Pubblicato su “Carta” n.36
Non può sfuggire, a chi segue con attenzione il movimento contro la globalizzazione liberista, la sostanziale marginalità della riflessione e della ricerca sui modelli formativi e sui contenuti educativi. Nel movimento si sono sviluppate, invece, poderose aree di ricerca e di iniziativa sui meccanismi di integrazione che il sistema globale mette in atto per portare sotto il suo controllo le coscienze e il senso comune di ampi strati della popolazione mondiale. Basterebbe solo ricordare la contestazione della neutralità della scienza in ampi campi di applicazione produttiva: i farmaci, i prodotti biologici, il software informatico.
Questa
critica si è sviluppata con una radicalità straordinaria, pari se non superiore
all’altra grande stagione di messa in discussione della neutralità del sapere
che fu il movimento del ’68.
Il
sistema formativo è senza dubbio uno tra i più importanti strumenti di
riproduzione sociale, di integrazione sul piano delle conoscenze e dei
comportamenti.
Da dove
nasce questa asimmetria di attenzione fra la contestazione della neutralità
della scienza e una ricerca per una nuova “pedagogia critica”, adeguata alla
critica della globalizzazione?
Sicuramente
tutto questo è il segno di un oggettivo mutamento di centralità del sistema
formativo fra gli strumenti di controllo e integrazione sociale. Gran parte
dell’assimilazione e del controllo è oggi ampiamente svolto dai media, dal
sistema dei consumi, dalla comunicazione sociale spontanea: gli alfabeti si
ricompongono sotto la spinta combinata di questi fattori, con grande precocità
nell’esperienza infantile e giovanile. La televisione, la pubblicità, i simboli
che veicolano e sono veicolati dai beni di consumo, costituiscono l’universo
pervasivo di un sistema di conoscenze e di comportamenti che fanno “cultura”.
Il risultato è una forma di analfabetismo da eccedenza informativa che segna il
profilo personale di ciascuno di noi oggi. Guardiamo di più, vediamo di meno.
Il rumore di fondo prodotto da un eccesso di informazione sembra far declinare
l’importanza di un sistema esplicito di alfabetizzazione simbolica nella
scuola. Mai come in questo tempo il bambino e la bambina che vanno a scuola
sono portatori di un sistema simbolico sufficientemente organizzato,
massificato e semplificante. La radice della perdita di centralità della scuola
ha il suo cuore più interno in questo spostamento di campo.
Ciononostante,
il bisogno di ricollocare il ruolo della formazione scolastica in un quadro
così mutato è di estrema importanza. Si può infatti facilmente notare che il
compito assegnato alla scuola nei paesi occidentali non è più tanto quello
dell’integrazione sociale centrale, ma quello, ancora molto importante, della
integrazione “residuale” dei corpi. L’estensione del dominio sui corpi
infantili è una modalità essenziale per rinforzare il controllo e
l’integrazione delle menti. La relazione fra i corpi in formazione è ancora il
debito eversivo che i sistema dell’educazione mediatica virtuale deve pagare al
reale dell’esistenza.
La
scuola, da centro motore dell’alfabetizzazione simbolica, leggere e far di
conto, diventa ambiente di adattamento sociale, mutuato dal rilancio di una
modalità familistica in cui i piccoli continuano ad essere “minori” e proprietà
degli adulti e in cui le relazioni sociali devono essere strutturate per la
costruzione di soggetti passivi e facilmente adattabili alla “modernizzazione”
globale.
Per
questa ragione, anche una battaglia per il diritto allo studio, scenario e
obiettivo delle politiche riformatrici del passato, deve essere sempre meglio
collegata con una trasformazione di senso della scuola, della sua forma
organizzativa, dei suoi saperi e delle stesse professioni che in essa vengono
utilizzate. C’è l’urgenza di ritornare al problema cardine della “pedagogica
critica”: produrre liberazione e non integrazione, autonomia dai
condizionamenti, apertura di possibilità non ancora date. Mi sembra il nodo da
sciogliere per riadeguare le azioni di trasformazione dei sistemi di
formazione, liberandosi dall’angustia delle discussioni su cicli, moduli,
debiti, crediti, materie, funzioni, ormai declinazione utile per nascondere i
processi profondi di descolarizzazione e mercificazione della formazione che
vengono operati dalle politiche attuali.
I grandi
momenti del mutamento sociale, solo per stare alla storia del nostro paese,
sono sempre stati in relazione con lo sviluppo di una riflessione critica sul
sistema formativo. Il nostro dopoguerra prima e poi gli anni dopo il ’68,
mostrano questo stretto legame fra grandi movimenti di trasformazione e
produzione di una “pedagogia critica”.
Come si
può oggi alimentare questa ricerca con il punto di vista dei movimenti contro
la globalizzazione capitalistica e riequlibrare l’asimmetria a cui accennavo?
Partirei
dall’affermare, pericolosamente (!), il bisogno di mettere da parte, per un
momento, le riforme “fredde”che mirano in primo luogo a creare nuovi processi
temporali, nuove enciclopedie dei saperi, ritmi di funzionamento, ruoli
professionali, tutti mirati a conservare la capacità di indurre adattamento
passivo, a riprodurre comportamenti acritici, facilitare la lenta
trasformazione di potenziali cittadini in sudditi consumatori e produttori.
Penso
invece a un movimento che produca spazi “liberati” localmente, re-pubbliche per
relazioni conoscitive animate dalla curiosità, esperienze sociali fertili,
tempi distesi, ridondanti e discorsivi della vita a scuola, in cui si possa
tentare l’ipotesi titanica di una scuola critica: uno spazio che sia insieme di
trasmissione dell’eredità culturale, un’occasione organizzata di conoscenza e
interpretazione della complessità del presente e soprattutto una dimensione,
fra tante, di progettazione del futuro, di allargamento delle possibilità personali
e collettive.In questa prospettiva di rinnovato ruolo di “civilizzazione”, la
scuola può ritrovare un senso e superare la sua obsolescenza.
Perché
penso alla dimensione “locale” di questa azione riformatrice?
Per due
importanti ragioni. La formazione, buona o cattiva, è nell’esperienza delle
persone irreparabile, non può dipendere dal tempo della riforma realizzata. In
qualche modo deve essere, qualsiasi sia la condizione in cui si opera,
garantita, come insopprimibile diritto di cittadinanza.
Nella
storia dell’educazione è sempre stata
viva questa consapevolezza di agire oggi, comunque, creamdo l’altrascuola nella
scuola quotidiana esistente.
La
seconda ragione sta nel fatto che questo processo di liberazione “locale” di
territori nella scuola può oggi avere migliori fortune di tante generose
“sperimentazioni” del passato.
Quelle
sperimentazioni sempre più deviarono dalla ricerca di nuovi modi del fare
scuola a progettazione di nuove ingegnerie istituzionali. Si fecero attrarre
dalle sirene del globale politico istituzionale, inducendo spesso una
sottovalutazione del locale reale, delle persone concrete, delle loro storie di
differenza culturale, di genere, di condizione sociale.
Produrre
risultati di liberazione più accettabili nel concreto è certo esposto al
rischio dell’isolamento esemplare, della occasionalità dei mutamenti e
soprattutto della difficoltà a generalizzare i paradigmi scientifici capaci di
controllare successi e insuccessi educativi.
Eppure,
solo per guardare alla storia della pedagogia e della didattica democratica,
come non vedere che in alcune esperienze, penso al gigantesco contributo di
Freinet e alle esperienze straordinarie del Movimento di cooperazione
educativa, si sono costituiti paradigmi ancora efficaci per il nostro tempo.
Intendo
riferirmi allo sforzo di coniugare lo spazio “artificiale” della scuola con il
livello di sviluppo della comunicazione sociale, al livello delle tecnologie
disponibili, la tipografia e il giornale a scuola per i tempi della scuola di
Freinet. Quel punto di vista può essere oggi riproposto con le opportune
contestualizzazioni.
In
questa dimensione, le esperienze locali di innovazione educativa e formativa
acquistano un valore “staminale”. Il locale, che muta le relazione educative
fra le persone, mostra una forte
simmetria con la complessità della globalizzazione e ne costituisce una
concreta occasione di critica consapevole. Gli insegnanti che riformano la
scuola possono oggi disporre di straordinari strumenti di cooperazione, di
generalizzazione delle loro esperienze concrete. I bambini e i giovani, d’altra
parte, non sono soggetti senza cultura, a scuola portano codici complessi,
posseduti spesso senza controllo critico, marcati dal loro appartenere ad un
mondo di simboli e valori vissuti come indiscutibili.
A scuola
si dà la possibilità, una possibilità tra le altre, di spazi di smontaggio e
ricomposizione dei saperi per imparare a muoversi nella rete intricata delle
conoscenze. Si apre una possibilità di demolizione dell’ovvio, del banale, dell’ingiusto.
Si può rispondere anche se parzialmente, al bisogno di farsi delle mappe
personali per navigare in un mondo per lo più indecifrabile, tanto più quando è
offerto come l’unico mondo possibile. Si possono sperimentare pratiche non
competitive, nel simbolico è più facile, per cui se io ti do del mio e tu mi
porti il tuo, nessuno ci perde e dallo scambio risulta una ricchezza per tutti.
Un’abitudine alla gratuità delle relazioni umane che può funzionare da antidoto
al devastante egoismo e individualismo imperante.
Ogni
sforzo di ricerca e di immaginazione deve avere, ne sono consapevole, qualche
prova di fattibilità esistente.
Un
modello utile viene sicuramente dal paradigma di produzione, libera e
cooperante, di molti scienziati, soprattutto nel campo della produzione di
quegli strumenti simbolici per eccellenza, i software informatici, ormai
materia prima fondamentale della produzione di beni materiali e di beni
immateriali e di tutto il simbolico comunicativo. Le reti, combinate con la
didattica locale, innovativa e critica, mi sembrano una risposta possibile alla
mercificazione, produzione e dissoluzione della scuola democratica.
Questa idea non ci sottrae al bisogno di usare la statualità e le sue leggi formali per garantire i diritti dei cittadini, ma capovolge l’ottica e il senso di marcia del processo. Mette al primo posto la riforma di uno spazio pubblico ricostruito come base di nuove relazioni democratiche. Si tratta di riavviare un’idea di riforma autorganizzata, mette in secondo piano ciò che è del governo e dello Stato, rivaluta la dimensione pubblica, le relazioni delle comunità aperte e interagenti con altre comunità. Resistere alla destra della mercificazione del sapere e della privatizzazione delle scuole può avere successo se alla resistenza si accompagna la liberazione di spazi, di risorse umane e materiali, in uno spirito libertario di ricerca e autorganizzazione. Nulla a che vedere con l’idea di questa autonomia scolastica che è diventata tentazione di idiotismo localistico e sperimentazione di un prolungamento regressivo e repressivo fra famiglia e scuola.
L’altra
idea di riforma fa la scelta del sociale, del differente e del concreto per
alimentare un cambiamento più generale dei diritti. In questo processo ci si
ispira ai movimenti e al loro nuovo modo di rapportarsi con la politica.
D’altra parte, almeno nel nostro paese, le riforme sono sempre arrivate dopo,
quasi con un compito notarile, a consolidare processi sociali già operanti;
basti pensare che la più importante riforma della nostra scuola, quella del
1962, della scuola media, venne dopo il realizzarsi del picco di
scolarizzazione di massa che è del 1957. Coltivare l’idea che la riforma dei
comportamenti professionali possa avere solo una dimensione “direttiva”,
dall’alto, è pura illusione.
Insegnanti,
medici e giornalisti fanno un delicato mestiere,in cui la dichiarazione di
stare da una parte, dalla parte della liberazione critica, deve essere
accettata come una componente essenziale della stessa efficacia della professione.
Stare dalla parte della persona a cui il loro lavoro è rivolto è stare dalla
parte di un altro mondo possibile. Il resto serve solo a consolidare il mondo
come è, riducendo le possibilità di civilizzazione, facendo degli insegnanti,
come si diceva un tempo, puri apparati della riproduzione dello Stato.
Anche
per i sindacati si può delineare un nuovo e originale compito: creare le
condizioni di esercizio delle riforme locali, battendosi per le risorse, per
una disponibilità professionale degli insegnanti, modellata sui bisogni della
scuola piuttosto che sui vincoli dei bilanci. Gran parte della riforma,
infatti, è il mutamento della professione dell’insegnante, il suo saper essere
“mediatore evanescente” dell’eredità culturale per un processo di autoformazione
dei giovani. A questa professione si può ridare dignità e importanza civile,
oltre che il gusto di misurarsi con una delle leve della costruzione del
futuro.