Se i geni sono ridotti a merce
Per gran parte dell'epoca
moderna, la scienza si è limitata a manipolare, controllare e
forgiare oggetti di materia inerte. Ma se si compiono le
stesse operazioni su un organismo vivente, analizzarne la
leicità comporta non solo un giudizio sulla loro utilità, ma
una valutazione etica. Questa permeabilità della barriera tra
fatti e valori è tanto più evidente nei casi della
brevettabilità del vivente e degli organismi geneticamente
modificati. Anticipiamo stralci della relazione che il fisico
romano presenterà al convegno «Scienza e etica» che si terrà
oggi all'Università di Roma
MARCELLO CINI
La
barriera tradizionale fra fatti e valori è
diventata permeabile. E' ormai esperienza comune che i
dibattiti e le polemiche interne alla scienza cominciano a
entrare nelle arene del discorso e dell'azione non
scientifiche. Le scoperte scientifiche sono messe in
discussione, criticate o utilizzate insieme ad altre fonti di
conoscenza disponibili, da parte di un pubblico sempre più
vasto. Una cosa è infatti manipolare, controllare, forgiare un
oggetto fatto di materia inerte e altra cosa è compiere le
stesse operazioni su un organismo vivente o addirittura
sull'uomo. Nel primo caso il lecito può coincidere con
l'utile, nel secondo il lecito dovrebbe almeno dipendere anche
da una valutazione di natura etica. Nasce dunque il problema
del rapporto fra conoscenza e etica, cioè del
nesso fra la ricerca della «verità» e il perseguimento di
«retti» comportamenti individuali e collettivi. All'origine
del problema c'è un motivo semplice: i «fatti» che coinvolgono
nel bene e nel male la vita delle persone - e sono sempre di
più i «fatti» di questa natura che la scienza produce
direttamente - diventano anche carichi di «valori». E'
una novità sostanziale, anche rispetto all'acquisizione
tardonovecentesca da parte della filosofia della scienza che i
«fatti» della scienza sono comunque «carichi di teoria»
(theory laden). La penetrazione dell'etica nella sfera
della conoscenza diventa ancor più evidente quando i «fatti»
condizionano in modo diverso la vita di persone diverse. E'
chiaro infatti che questo comporta l'introduzione di criteri
di equità e di giustizia nei giudizi di «verità».
Non
basta. Le scelte di oggi avranno conseguenze rilevanti, non
tutte positive né facilmente prevedibili sulla vita degli
uomini e delle donne di domani. (....)
Dice a questo
proposito il filosofo Hans Jonas: «Con quello che facciamo
qui, ora, e per lo più con lo sguardo rivolto a noi stessi,
influenziamo in modo massiccio la vita di milioni di uomini di
altri luoghi e ancora a venire, che nella questione non hanno
avuto alcuna voce in capitolo... Il punto saliente è
costituito dal fatto che l'irrompere di dimensioni lontane,
future, globali nelle nostre decisioni quotidiane,
pratico-terrene, costituisce un novum etico, di cui la
tecnica ci ha fatto carico; e la categoria etica che viene
chiamata principalmente in causa da questo nuovo dato di fatto
si chiama: responsabilità.»
La generalità di
questa esortazione richiede tuttavia la formulazione di una
domanda: Chi sono i soggetti sociali chiamati in causa e quali
sono i compiti ad essi richiesti nel farsi carico della
categoria etica responsabilità?
Il primo
soggetto chiamato in causa è la comunità degli scienziati che
svolgono attività di ricerca nei settori di punta dove la
contaminazione fra fatti e valori si manifesta. Vengono
infatti rimesse in discussione le norme della deontologia
professionale che ne hanno regolato la prassi fino alla fine
del secolo appena terminato, e che tuttora continuano a essere
proclamate ferme e incrollabili da molti di loro.
(....)
Come ricostruire dunque norme deontologiche
valide, capaci di ridare all'attività di ricerca strumenti
validi per ottenere risultati affidabili e offrire agli attori
sociali (individui singoli, comunità, gruppi di interessi,
istituzioni pubbliche e private e quant'altri) gli elementi
per compiere scelte razionalmente giustificabili e moralmente
soddisfacenti?
Una prima risposta a questa domanda ci
viene dall'introduzione, ormai accolta da una serie di
documenti ufficiali e da norme dell'Unione Europea (gli Stai
Uniti si defferenziano anche su questa come su molte altre
questioni) del principio di precauzione.
La base
fattuale del principio di precauzione è data dalla
constatazione che viviamo ormai nella «società del rischio»
(un termine coniato da Ulrich Beck in un testo ormai classico
con questo titolo che risale alla metà degli anni `80),
definita come la nuova fase della società industriale, in cui
«il rapporto tra produzione di ricchezza e
produzione di rischi si inverte dando priorità alla
seconda rispetto alla prima». Chiunque segua anche
superficialmente la sterminata letteratura sui temi della
globalizzazione dell'economia, dell'individualizzazione del
lavoro, della crisi delle tradizioni e della fine della natura
come realtà esterna indipendente dalle azioni umane (dallo
stesso Beck a Giddens e a Bauman, da Wallerstein a Reich, da
Lash a Sennett) sa che stiamo vivendo una transizione epocale
della cultura della modernità.
Siamo passati, da una
fase nella quale era diffusa l'aspettativa che la crescita
della conoscenza della realtà sociale e naturale avrebbe
permesso di intervenire su di essa sempre più efficacemente e
razionalmente in modo mirato e controllato, a una fase in cui
la proliferazione di questi interventi è a sua volta origine
di imprevedibilità e di insicurezza. Un aspetto centrale di
questo passaggio è la diffusione a livello di massa della
coscienza che "il rischio prodotto è il risultato
dell'intervento umano nelle circostanze della vita sociale e
nella natura."
Secondo la formulazione che ne danno
danno i due autori (Kourilski &Viney) che per primi hanno
affrontato la questione, «il principio di precauzione implica
l'adozione di un insieme di regole finalizzate ad impedire un
possibile danno futuro, prendendo in considerazione rischi
tuttora non del tutto accertati». La precauzione occupa un
ambito intermedio fra quello in cui si applicano le procedure
della prevenzione (cioè dell'attivazione di misure volte a
evitare o a limitare le conseguenze di un agente di rischio
accertato) e quello delle semplici congetture (che non
giustificano la sospensione di uno sviluppo tecnologico utile
del quale i futuri possibili effetti avversi, in assenza di
evidenze anche parziali, possano soltanto essere
ipotizzati).
E' chiaro tuttavia che l'applicazione di
questo principio lascia largi margini di discrezionalità sia
agli scienziati che si occupano della valutazione del
rischio sia ai decisori che si occupano della gestione
del rischio. Per quanto riguarda questi ultimi è evidente che
essi sono particolarmente sensibili agli umori dell'opinione
pubblica e alla pressione dei media. Spetta dunque alle
associazioni che hanno per obbiettivo la tutela della salute e
la salvaguardia dell'ambiente allertare i cittadini, senza
catastrofismi ma con documentata attenzione, sui possibili
rischi che superino la soglia della congettura per entrare nel
campo delle previsioni fondate su evidenze
significative.
Per quanto riguarda i ricercatori,
invece, occorre per prima cosa riconoscere la differenza
profonda esistente fra ricerca privata e ricerca pubblica e
dunque fra i dipendenti (o i consulenti) di imprese private
legati al segreto industriale e gli operatori degli enti
pubblici di ricerca che dovrebbero rispondere dei loro
programmi alla collettività che li finanzia, o per lo meno
concordare con i suoi rappresentanti le scale di priorità da
rispettare. I primi hanno come dovere contrattuale quello di
massimizzare i dividendi dei propri azionisti mentra i
secondi, dovrebbero in primo luogo esplorare a fondo le
evidenze di rischio, non ancora divenute
certezze, ma già più solide delle congetture,
che giustificgerebbero l'adozione di una sospensione
precauzionale dell'immissione sul mercato dei prodotti che
sono frutto delle ricerche dei primi.
Come si fa a
metterli insieme, in una categoria ideale al disopra delle
parti come se fossimo tutti uguali ai fondatori della Royal
Society? Come si fa a non stupirsi nel constatare che la
elementare norma di correttezza civile, oltre che giuridica,
secondo la quale controllori e controllati non possono
coincidere, non vige all'interno della scienza? Oggi molti
scienziati di grido sono al tempo stesso consulenti delle
multinazionali o addirittura azionisti delle industrie di
punta e al tempo stesso membri delle commissioni governative
che dovrebbero certificarne i prodotti dal punto di vista
dell'efficacia e della sicurezza.
Un controllo efficace
sarebbe dunque quello di istituire albi professionali separati
per chi partecipa allo sviluppo di innovazioni destinate ad
essere immesse sul mercato, e chi deve non solo identificare e
valutarne gli eventuali danni già prodotti o che potrebbero
insorgere in futuro, ma anche investigare e prefigurare i
diversi scenari (valutandone i diversi gradi di incertezza)
che dalla loro diffusione potrebbero a breve, o a lungo
termine derivare. Ognuno è libero di stare da una parte o
dall'altra, ma deve dirlo.(....)
E' questo l'argomento
affrontato da Jürgen Habermas in un libro, intitolato Il
futuro della natura umana (che ha per sottotitolo I
rischi di una genetica liberale) fortemente critico nei
confronti dell'ottimismo ufficiale dell'establishment
scientifico e del potere economico. (...)
Lasciando
da parte alcuni temi che pure coinvolgono il rapporto fra
scienza ed etica quali le nuove tecniche riproduttive, il
trapianto di organi, la morte assistita ecc. (che possono
essere «tranquillamente affidate agli esperti guidati
dall'etica professionale»), Habermas si concentra sulle «sfide
veramente inedite costituite soprattutto dall'ingegneria
genetica mirante alla selezione e alla modificazione
delle caratteristiche ereditarie, nonché dalla relativa
ricerca scientifica rivolta alle future terapie in cui diventa
impossibile distinguere tra ricerca di base e applicazione
medica». Queste sfide rimettono «alla nostra disponibilità
quella base fisica che noi siamo "per natura"». Ciò che per
Kant era ancora il «regno della necessità», diventato
successivamente nella prospettiva evolutiva il «regno della
casualità», diventa il «regno della libertà».
Questo
spostamento di confine, che a prima vista può essere visto
come mezzo per accrescere l'autonomia individuale, potrebbe
tuttavia compromettere, secondo Habermas, la possibilità di
«considerarci autori responsabili della nostra storia di vita
e di rispettarci a vicenda come persone uguali per nascita e
valore», in quanto la manipolazione della struttura del genoma
e la speranza di certi scienziati di poter presto dirigere il
processo evolutivo, mettono in crisi la distinzione
categoriale tra soggettivo e oggettivo, naturale e
artificiale. «Venire a sapere che il proprio genoma è stato
programmato potrebbe - secondo Habermas - non soltanto creare
disturbo al senso di naturalezza per cui esistiamo come corpo,
ma anche far nascere un modello inedito di relazione fra le
persone caratterizzato da una peculiare asimmetria».
L'argomentazione di Habermas prosegue analizzando gli effetti
dell'indebolirsi della tradizionale distinzione fra ciò che è
spontaneamente «cresciuto» e ciò che è oggettivamente
«prodotto». E' essenziale a questo punto la distinzione tra
interventi prenatali sul genoma che abbiano come scopo la
guarigione o la prevenzione di malattie diagnosticabili nella
fase del preimpianto (eugenetica negativa), da quegli
interventi sul genoma che lo manipolano nella prospettiva di
un attore che produce su un «oggetto» la situazione da lui
desiderata a partire da finalità proprie (eugenetica
positiva).
Nel primo caso si può presumere che
l'individuo adulto non metterà mai in discussione l'intervento
deciso quando era un embrione, ma nel secondo il giovane che
sia stato geneticamente manipolato scoprirà il proprio corpo
come qualcosa di tecnicamente prodotto. «Le intenzioni
pianificatrici dei genitori - spiega l'autore - hanno il
peculiare statuto di un'aspettativa unilaterale e
incontestabile» il cui risultato non potrà mai essere rimesso
in discussione. Al programmato è infatti impedito
pregiudizialmente di scambiarsi di ruolo col suo
programmatore. Cade quindi che è fondamentale per una società
democratica di individui autonomi e uguali. La programmazione
genetica consolida dunque una dipendenza tra persone le quali
sanno di non potersi, in linea di principio, scambiare le
posizioni sociali. Ma questo tipo di dipendenza
irreversibile fa cadere una condizione essenziale
dell'agire comunicativo perché elimina i reciproci e
simmetrici rapporti di riconoscimento caratterizzanti una
comunità morale e giuridica di persone libere ed
eguali.
Esiste dunque «il pericolo che - attraverso gli
interventi genetici migliorativi - intenzioni `estranee' e
geneticamente fissate si impadroniscano della storia di vita
delle persone programmate. Perciò ci chiediamo preoccupati se
un siffatto atto reificante non modifichi il nostro
poter-essere-sé-stessi e il nostro rapporto con gli altri.»
Saremo noi ancora in grado di pensarci come persone che si
concepiscono come gli autori indivisi della loro vita e come
persone eguali a tutte le altre per nascita e
valore?
Certo - conclude Habermas - queste
preoccupazioni valgono «nella misura in cui noi abbiamo ancora
un interesse esistenziale a far parte di una comunità morale.
Non è affatto ovvio che sia per noi desiderabile assumere lo
statuto di appartenenti a una comunità che pretende uguale
rispetto per chiunque e solidale responsabilità con
tutti.»
La sua convinzione, tuttavia - e siamo in molti
a condividerla - è che «senza l'emozione dei sentimenti morali
di obbligazione e colpa, rimprovero e perdono, senza la
libertà del rispetto morale, senza la felicità dell'aiuto
solidale e lo sconforto del fallimento morale, senza la
`gentilezza' di un procedimento incivilito nel trattamento di
conflitti e contrasti, noi dovremmo sentire come
insopportabile questo universo abitato dagli
uomini.»
Facciamo dunque attenzione a non imboccare,
inconsapevolmente ma irreversibilmente questa strada.
|