da "il manifesto" del 11 Maggio 2003
Fermi tutti, quel virus
è mio
Quattro laboratori di ricerca
internazionale hanno lanciato la corsa per brevettare il virus della Sars, per «impedirne
la privatizzazione». Ma già si parla di consentire agli altri scienziati solo un
«ragionevole accesso» alle informazioni. Un modo di procedere che contraddice i valori e
le finalità della ricerca La contraddizione. Molti ricercatori si scambiano via Internet
le informazioni che scoprono; qualcuno, invece, pensa a capitalizzarle
FRANCO CARLINI,
Venerdì scorso i casi segnalati di Sindome
Respiratoria Acuta (Sars) erano 7.183 secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, e
514 i morti; 3.023 invece i ricoveri. Ma c'è un'altra cifra inquietante: sono già tre le
domande di brevetto per il virus, forse anche quattro, e questo ci immette in un'altra
tipica contraddizione di questi tempi: fin dai primi giorni della malattia polmonare, gli
scienziati di tutto il mondo hanno accentuato la collaborazione tra di loro, si sono
scambiati campioni di tessuti e informazioni e la rete Internet anche in questo ha avuto
un ruolo fondamentale. Lo strumento di base è stata la normale posta elettronica, ha
spiegato da Vancouver Steven Jones, durante una teleconferenza organizzata dalla rivista
«Science».
Appena ricostruita la sequenza del corona virus, essa venne immediatamente messa in
pubblico sull'Internet «e nel giro di pochi minuti la gente è stata in grado di
scaricarla e analizzarla nel propri laboratori e nei propri computer. L'Internet ha avuto
un grande impatto su come i dati sono stati condivisi e su come i ricercatori hanno
collaborato».
Però sembra che valga la regola che fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio, e così
piovono le domande di brevetti. Sono tre i laboratori che si sono subito dati da fare.
L'uno è proprio quello canadese, la British Columbia Cancer Agency, che fu la prima a
sequenziale il virus probabilmente responsabile della Sars grazie all'opera del suo Genome
Sciences Centre. Ma anche l'università di Hong Kong ha fatto lo stesso. Il microbiologo
Malik Peiris ha confermato alla stampa che la pratica è stata messa in mano alla società
Versitech Ltd., che gestisce i diritti di proprietà intellettuale dell'università
stessa. I ricercatori di Hong Kong furono i primi a «vedere» il virus sotto il
microscopio, a metà marzo.
In coda all'Ufficio Brevetti c'è anche il Centers for Disease Control and Prevention di
Atlanta, effettivamente il più grande e attrezzato centro di ricerca statunitense in tema
di microbiologia e malattie virali. Sembra che la sua richiesta di brevetto riguardi
l'intera proprietà del coronavirus e del suo patrimonio genetico. Così almeno risulta al
Washington Post. Una quarta richiesta di brevetto, per ora non confermata, potrebbe venire
dall'azienda biotecnologia californiana Chiron, insieme al Genome Institute of Singapore
che rapidamente avevano decodificato le 30mila unità dell'Rna del virus.
Tutti dichiarano virtuosamente di avere chiesto il brevetto solo come misura
precauzionale, nel timore cioè che altri, concorrenti, ottenendolo, possano chiudere le
strade alla ricerca e all'utilizzazione. Ha dichiarato Llelwyn Grant, portavoce dei Cdc di
Atlanta: «Lo scopo del brevetto è di evitare che qualcuno controlli la tecnologia. Lo
abbiamo fatto per dare all'industria e ad altri ricercatori un ragionevole accesso». Va
notato l'uso della parola «ragionevole», volutamente indefinita e ambigua, laddove
invece la scienza dovrebbe procedere attraverso un pieno accesso alle conoscenze e ai
campioni.
E dunque alcuni ricercatori hanno reagito negativamente a queste mosse commerciali. Tra di
loro, secondo il Wall Street Journal, il capo del gruppo di ricerca canadese, Marco Marra.
Egli non ha voluto che il suo nome venisse associato al brevetto, anche se questo gli
avrebbe fruttato delle belle somme nei futuri usi commerciali. Marra sostiene che i geni
non dovrebbero essere brevettati perché non sono delle vere invenzioni e perché ormai il
decifrarli è cosa di routine e rapida.
Mancherebbero dunque, due dei requisiti sdella brevettabilità: che ci sia stata una
invenzione creativa da parte del titolare e che l'applicazione non sia ovvia.
Anche il tedesco Bernhard Nocht, dell'Istituto di Medicina Tropicale di Amburgo, di che ha
pubblicato la sua identificazione del virus sulla importante rivista New England Journal
of Medicine ha volutamente rinunciato a brevettare alcunché: si tratta di una scoperta,
ha detto, e non di un'invenzione.
La memoria torna a quel vecchio saggio di Jonas Salk, l'inventore nel 1952 di uno dei
vaccini contro la poliomielite, che tuttora porta il suo nome: «nessun brevetto» - disse
in un'ìntervista del 1955, poco prima di morire. «Non si può brevettare il Sole».
Non la pensano così, ovviamente, le industrie farmaceutiche. Se la Sars continuerà a
propagarsi e soprattutto se diventasse una epidemia permanente e ricorrente, com'è oggi
l'influenza, i fatturati potrebbero essere significativi per chi metta in commercio kit
diagnostici, farmaci e vaccini. Ecco allora che, nel dubbio, la Acacia Research Corp.,
nello stato di Washington, ha depositato una domanda preliminare di brevetto per 60
farmaci di tipo «anti-sense» che potrebbero essere utilizzati in un eventuale vaccino,
impedendo al virus di replicarsi nell'organismo ospite. Sinceramente il presidente della
Acacia ha dichiarato: «i brevetti per noi sono come un biglietto della lotteria».
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