Sotto il camice batte un cuore no global
Non si
placa lo scontro sui diritti di proprietà intellettuale relativi a geni e
organismi viventi
Sanità privata Una tavola rotonda organizzata
dall'università di Bologna e dalla European genetic foundation sui brevetti per
i test genetici
LUCA
TANCREDI BARONE
Anche
sotto un camice da laboratorio può nascondersi un cuore da no global. Alla
vigilia dell'apertura del vertice di Cancun, domenica scorsa a Bertinoro
(Forlì), a margine di un seminario sulla genetica del cancro, l'università di
Bologna e la European genetic foundation hanno
organizzato una tavola rotonda intitolata: «L'opposizione europea ai brevetti
per i geni BrCa1 e BrCa2 un anno dopo», condotta vivacemente dalla giornalista
Sylvie Coyaud. I diritti di proprietà intellettuale relative a geni e - in
generale - a organismi viventi sono una questione scottante su cui lo scontro
feroce è in atto da anni. In questi giorni per esempio scadeva il termine per
presentare ricorso contro il secondo brevetto per i test genetici predittivi
del tumore al seno e alle ovaie, un brevetto concesso nel 2001 alla Myriad
Genetics (circa 500 impiegati nel 2002) di Salt Lake City (Usa) dall'Epo,
Ufficio brevetti europeo con sede a Monaco di Baviera. Fino a oggi non c'è
stata risposta neppure al primo dei ricorsi, presentato più di un anno fa da
medici e genetisti europei e americani, contro la concessione dell'esclusiva
all'azienda statunitense anche nell'Unione europea. I geni BrCa1 e 2, scoperti
a metà degli anni `90 dall'azienda statunitense (che allora aveva solo una
ventina di addetti), segnalano solo una predisposizione ad ammalarsi
di cancro. Una maggiore probabilità cioè di contrarre il tumore: uno strumento
in mano alla cosiddetta medicina predittiva. I test della Myriad non sono
peraltro neppure i migliori disponibili sul mercato: l'Institut Curie di Parigi
ne ha messo a punto uno migliore che coinvolge anche altri geni e costa meno di
quello americano, ma non può produrlo perché la Myriad rifiuta di cedergli
l'uso dei propri brevetti.
Il costo per persona per test del kit della Myriads è -
tenetevi forte - di 2900 dollari. Un'enormità. Tanto che, come ha sottolineato
uno degli scienziati presenti al convegno, forse tutta questa polemica non
sarebbe nata se la Myriad fosse stata meno esosa.
«Scoprire un nuovo gene è come identificare le coordinate di
un oggetto sconosciuto in un oceano con un radar», ha spiegato Gianni Romeo,
docente di genetica medica dell'università di Bologna e responsabile dell'unità
per lo studio della predisposizione genetica ai tumori presso l'Agenzia
internazionale per la ricerca contro il cancro (dell'Oms a Lione) nonché
promotore del dibattito. «Ma questo non basta: il secondo passo è quello di
individuare quale sia la natura dei geni», ha continuato. Non solo: secondo
Romeo, «un fattore essenziale dietro alla scoperta di geni come questi è sempre
il contributo dei pazienti e delle famiglie che hanno letteralmente dato il
proprio sangue per la ricerca».
Lucio Luzzatto, direttore dell'Istituto nazionale per la
ricerca sul cancro di Genova, ha sottolineato l'insensatezza della possibilità
di brevettare un gene: «Sarebbe come se Galileo avesse chiesto di brevettare i
satelliti di Giove o Linneo le piante che aveva studiato. E poi non
dimentichiamo che se la Myriad ha potuto brevettare il test, è perché l'82%
della ricerca biomedica americana viene finanziata con fondi pubblici. È
partendo da questi risultati, gratis e disponibili per tutti, che la Myriads ha
potuto identificare i geni e predisporre i test».
Alla tavola rotonda prendeva parte Sean Tavtigian, anche lui
oggi al centro dell'Oms di Lione, ma che in passato è stato per 3 anni vice
presidente e direttore delle ricerche sul cancro proprio della Myriad Genetics:
per forza di cose, ha giocato il ruolo del «cattivo».
«I brevetti della Myriad sono di due tipi - ha spiegato - il
primo copre il prodotto, e quindi la preparazione di un frammento puro di Dna;
il secondo copre un'applicazione specifica, l'individuazione in un paziente
cioè della eventuale sequenza di Dna (integra o con mutazioni) che codifica le
copie di BrCa1 e 2. Per ottenere questi brevetti, i criteri sono la novità, la
non ovvietà e l'utilità commerciale della scoperta». Secondo lui il problema
non sono i brevetti in sé, ma solo «fin dove si è spinta la legge sui brevetti
e la facilità con cui si ottengono anche per miglioramenti minuscoli». In ogni
caso, «le aziende hanno il dovere verso i propri azionisti di ottenere
risultati commercialmente remunerativi.»
Hervé Chneiweiss, neurologo e genetista del Collège de
France ed ex consulente tecnico per le bioscienze e l'etica del ministro
francese della ricerca, ha sottolineato che «per la Myriad dimostrare
l'originalità del loro metodo non è stato semplice, perché molti laboratori del
mondo sapevano già come ottenere il test. Una delle molte ragioni per cui
stiamo conducendo questa battaglia contro l'Epo è che con questi costi per la
società, per una sanità pubblica, è impossibile coprire le spese per la
prevenzione».
Anche la britannica Diana Eccles, esperta di consulenza
genetica sui tumori familiari, fa parte degli scienziati contrari a questo
brevetto. «La comunità scientifica inglese è contraria essenzialmente per tre
motivi: non capiamo la legittimità della possibilità di brevettare dei geni,
riteniamo che ci siano gravi questioni di monopolio e di proprietà privata e
temiamo la deriva dei brevetti sui materiali viventi», ha spiegato. Anche se «i
test della Myiriad sono efficienti».
Fra gli oncologi che hanno promosso il ricorso contro l'Epo
c'è anche Massimo Federico, dell'università di Modena. Il suo laboratorio, che
effettuava i test da anni, è stato prima costretto a interromperli. Poi,
nonostante le minacce legali della Myriad (ancora mai messe in atto), dopo
qualche mese hanno deciso di riprendere i test, modificando il modulo di
consenso informato e coinvolgendo anche il Policlinico e l'università di
Modena. «Ma in questa battaglia di giustizia abbiamo bisogno del sostengo della
Regione e del ministero della salute».
Di motivi per contestare i diritti di proprietà
intellettuale nell'era della tecnoscienza ce ne sarebbero abbastanza. Ma
Emanuela Carbonara, ricercatrice di economia politica a Bologna, ha fornito
anche altre ragioni: «I brevetti erano nati anche per incoraggiare i singoli e
le industrie ad investire in ricerca: paradossalmente oggi si è finiti con meno
ricerca, perché i brevetti in mano alle aziende di fatto bloccano lo sviluppo
di nuovi metodi, costringendo chiunque voglia ricercare nuove soluzioni a
pagare enormi royalties. Allo stesso tempo le
aziende si adagiano sugli allori dei brevetti ottenuti». La conoscenza dunque
non dovrebbe essere brevettabile: secondo la ricercatrice, questo andrebbe
contro la stessa logica del libero mercato: «i brevetti impediscono
all'informazione di circolare e frenano il mercato. Se pensiamo che siano i
privati a dover fare ricerca dovremmo incentivarli diversamente. Forse si
dovrebbe immaginare un organismo internazionale legato al Wto o all'Oms che
possa individuare i beni pubblici essenziali da proteggere».