La scuola media nella sacra famiglia unita
di Andrea Bagni
Piccola
premessa.
Non è facile oggi trovare le energie per mettersi a leggere i nuovi documenti
pedagogici prodotti dallo staff di Moratti-Bertagna. Ho dovuto fare appello al
senso del dovere…
La stessa “caduta del desiderio” verso la politica della scuola la leggo
negli occhi dei miei colleghi e colleghe: difficile organizzare vere assemblee
sindacali o portare certe questioni nei collegi: si va incontro a deserti di
silenzio. Qualcuno mi dice, è perché manca l’informazione sul disastro che
avanza, dobbiamo spiegare tutto, svegliare chi dorme e mobilitarlo. Io non
credo: credo non manchi tanto l’informazione quanto la speranza, quel minimo
di fiducia in se stessi e nelle possibilità di cambiare l’esistente, senza la
quale non ci si muove. Ci si lamenta magari, si mugugna, ma non ci si muove.
Forse oggi gli insegnanti sono vivi o in uno spazio iper-ravvicinato, quello
della classe, dell’amore pedagogico per bambine e bambini, ragazzi e ragazze
(uno spazio sentito ancora come liberabile e da proteggere, magari con strategie
di aggiramento - se non libero e protetto) oppure nel macrospazio della società
e della politica. L’istituzione scolastica, la sfera delle leggi, delle
riforme, dei parlamenti, mi pare sia vissuta come separata e impermeabile,
capace di procedere in una totale indifferenza per la scuola reale e i suoi
abitanti.
Chiaro che non va bene.
Chiaro anche che con quella percezione di un incendio devastante e
inarrestabile, di fronte al quale conviene scavare buche di sopravvivenza o
volare alti come l’albatros di Baudelaire, bisogna fare i conti. Bisogna
ricostruire speranze e relazioni di resistenza. Territori e reti oltre le
barricate (sapendo che molte buche possono generare frane…).
Peraltro, la distanza dalla scuola reale non è solo del treno aziendale
morattiano. A me pare appartenga a tutto il discorso pedagogico del
centrodestra, che nei suoi aspetti “alti” non ha nessuna chance di fare
scuola; in quelli più bassi autorizza una didattica valoriale quanto
autoritaria e insieme tecnocratica.
Perché, ad esempio, non mancano riflessioni di alto livello nelle nuove
Indicazioni per i piani di studio personalizzati nella Scuola Secondaria di 1°
grado. Anzi si ha la sensazione di trovarsi di fronte ad una elaborazione molto
lontana dalla pedagogia da ipermercato delle “tre i” di Berlusconi (che
peraltro abbiamo sentito parlare inglese con Bush…).
Nelle Indicazioni si parla in modo suggestivo, mi sembra, di una conoscenza
secondaria fondata su “modelli” epistemologici, rappresentazioni selettive e
mai esaustive della complessità della realtà, che si appoggiano su analogie
per costruire un linguaggio intersoggettivo, convenzionale e problematico,
aperto all’indagine sui nessi fra i diversi approcci disciplinari, consapevoli
della loro parzialità, verso un quadro unitario della conoscenza. Luogo dei
problemi e dei significati che danno senso all’apprendimento.
Si parla di una funzione emancipatrice della scuola dai condizionamenti sociali
(con un bel po’ di faccia tosta si cita l’art. 3 della Costituzione). Di una
rete continua di rimandi fra conoscenze e educazioni per cui le discipline non
sono mai separate da risonanze emotive, propensioni etiche, comportamenti che
“fanno lievitare”. E viceversa.
Si cerca anche di aprire spazi di “mediazione professionale” attenti alle
dinamiche individuali e di classe, nel passaggio dagli obiettivi specifici
d’apprendimento agli obiettivi formativi da calibrare sulla psicologia e sulle
“dissonanze cognitive” interne alle narrazioni personali dei singoli
allievi.
Insomma molta attenzione alla complessità del processo
d’insegnamento-apprendimento: olistico (anzi rappresentato dall’ologramma),
bisognoso di trovare motivazione nella “relazione educativa”, contrapposta
alla logica di scambio e anche al “rapporto” fra ruoli diversi, codificati,
fondati su codici professionali e doveri piuttosto che sulla presa in cura
dell’altro, sul suo “stare a cuore” (il suo bene, realizzazione del
nostro).
Per certi versi un’attenzione alla dimensione emotiva, “altruistica”,
perfino sentimentale dell’insegnamento, che secondo me è bene prendere sul
serio, perché forse rappresenta il meglio del contributo cattolico alla
formulazione di un’idea vitale di scuola.
Si parla continuamente di centralità della persona e del suo “progetto di
vita”, e sembra di essere lontanissimi dalla tecnica modellistica, banalmente
utilitaristica del pensiero unico che ha pensato la scuola in questi anni.
E invece no.
È un pessimo matrimonio quello che si realizza fra slancio etico, cura
relazionale e riforma istituzionale della Moratti. D’altra parte non è sempre
una pessima relazione quella che si stabilisce fra eticità e stato, in termini
di “coronamenti” religiosi, educazioni alla spiritualità, crocefissi
obbligatori sopra le cattedre - come dovessero sovrintendere al giudicare, dare
voti, selezionare i non meritevoli, per metterli in croce…)?
Perché intanto l’impianto tecnocratico rimane a contenere e dare ordine al
tutto, in una specie di organizzazione gerarchica delle procedure (eccola la
solita pedagogia di riferimento) che contiene la flessibilità delle relazioni
educative per veicolare meglio, senza frizioni negli snodi operativi, il
processo produttivo.
E dagli “obiettivi specifici d’apprendimento” si passa a quelli
“formativi”, poi questi confluiscono nelle “Unità di Apprendimento”
(proprio con la maiuscola, come i documenti delle brigate rosse) individuali e
di gruppo; l’insieme delle Unità dà origine al “Piano di Studio
Personalizzato” da cui si ricava il ”Portafolio delle competenze
individuali”, per orientare la scelta (delle famiglie) delle 200 ore
aggiuntive di recupero-sviluppo-eccellenza e poi del ciclo successivo. In
coerenza con il “Profilo educativo culturale e professionale” previsto per
ogni studente e con il vecchio mitico Pof, in cui si collocano interamente i
Piani Personalizzati.
Come diceva Gassman nei Soliti ignoti, tutto scien-scien-scientifico (perché
tartagliava un po’).
Meglio: tutto tenuto sotto controllo. E armonico.
Però questa volta i controllori sono più invadenti (essendo “buoni”:
avendo a cuore il futuro dell’allievo/a) e non fanno solo il loro mestiere ma
sono Maestri e Guide. E trattandosi di educare la personalità integrale,
l’affettività e la sessualità, il progetto esistenziale eccetera del
fanciullo, naturalmente il grande collaboratore scolastico è la Famiglia
(l’ultima, di solito, a sapere qualcosa della sessualità dei figli e delle
figlie).
Il preadolescente delle Indicazioni non è mai solo. Non ha mai un desiderio
suo, una passione personale, una semplice domanda, un dubbio da porre; anche le
“dissonanze cognitive” sembrano appartenere tutte ad un’analisi
epistemologica esterna: non si creano nella classe, dove non deve (e non può)
accadere niente che non sia programmato prima e altrove, che sia davvero nuovo,
imprevisto, capace di sorprendere (e insegnare) anche agli adulti.
Insomma non c’è nessuna nozione di libertà in questa scuola.
La sfera della didattica è tutta una costruzione di mattoncini (le “Unità”)
di cui tenere calcolo e contabilità (debiti, crediti, valutazioni sistematiche
esterne biennali – chissà quanto sensibili alla sfera delle emozioni…), di
cui rendicontare. Mai un paesaggio vero, da coltivare. Un giardino indiano, un
territorio da attraversare.
La sfera delle relazioni sembra inglobata (la Moratti direbbe implementata) a
rendere meno banalmente meccanicistico il tutto, ma è ricondotta ad una
chiusura soffocante di percorsi scolastico-familistici, sostanzialmente
paternalistici. Nessun conflitto possibile in questa scuola. Nessuna politica in
questa casa-comunità armoniosa. Nessuna polis. La sacra famiglia è soggetto a
pieno titolo della programmazione (con il che il sacro è già perduto per
sempre).
L’adolescenza forse finirà per arrivare prestissimo così: come totale
rifiuto di Padri, Madri, Professori… Forse sarà un bene, ma certo qualche
adulto/a un po’ rispettoso della libertà giovanile, capace di dialogare con
essa, sarebbe bene rimanesse…
E le famose “educazioni”?
Dopo la bella cautela della prima parte delle Indicazioni sulla separazione
dell’educazione alla convivenza civile (alla cittadinanza, stradale,
ambientale, alla salute, alimentare e all’affettività) dalle discipline,
quello che arriva alla fine è un banale elenco di conoscenze e abilità le più
variegate – davvero c’è di tutto: dai segnali stradali e gli stemmi
regionali, all’“identificare gli elementi significativi della coscienza
professionale nei vari settori lavorativi” (mi ricorda un vecchio sussidiario:
il buon falegname, il bravo maniscalco, il brillante avvocato); dalla
predisposizione corretta di menù equilibrati, al chiedere certificati via
internet, fino all’“individuare, analizzare, visualizzare ed esporre i
collegamenti esistenti fra globalizzazione, flussi migratori e problemi
identitari” (e l’abilità da acquisire in storia è “comprendere che
domande poste dal presente al futuro trovano la loro radice nella conoscenza del
passato”: tutto il tempo in un giro solo di sintassi…). Conoscenze e abilità
distinte rigorosamente attraverso un geniale passaggio epistemologico dal
sostantivo al verbo: obiettivo conoscitivo, “analisi scientifica dei problemi
ambientali”, abilità: “analizzare da un punto di vista scientifico le
maggiore problematiche dell’ambiente”. Poi dice uno non si appassiona alla
pedagogia e alla didattica…
Ma di nuovo l’equivoco serio è non riuscire davvero a pensare la scuola come
luogo di processi viventi, aperti, problematici, per cui “il contributo di
ciascuno alla soluzione dei problemi di tutti” (nell’educazione ambientale),
o l’accettazione di sé, l’autostima, l’“essere consapevole delle
modalità relazionali da attivare con coetanei e adulti di sesso diverso (solo
di sesso diverso?), sforzandosi di correggere le eventuali inadeguatezze”,
tutta questa roba viene codificata nelle forme di una programmazione
classificatoria per obiettivi, profili, unità d’apprendimento, crediti,
portfolii ecc.. Come se all’analfabetismo delle emozioni si potesse rispondere
con una didattica breve dei comportamenti emotivi o dei codici etici. E non si
accetta che siano ricaduta, processo stocastico, risonanza intima della scuola
(non formalizzabile in questionari e tabelline) in una dimensione altra e
fluida, in un altrove che è costruito non da libretti d’istruzione “usa e
getta” ma dalla grammatica profonda delle biografie dei ragazzi e delle
ragazze. Tutto deve entrare nel processo produttivo. Essere monitorato, ricevere
voti, richiedere ripetenze. Ci toccherà assegnare debiti - da saldare tramite
sportelli, da verificare attraverso somministrazione di test - in “affettività-sessualità-moralità”
oppure in “autistima”? (sarebbe bellissimo però il debito in autostima,
molto Woody Allen prima maniera…).
Sento già i colleghi e le colleghe che mi dicono: che t’importa, lascia
perdere, tanto in classe ci andiamo noi e faremo sempre cose un po’ più
umane.
Io un po’ spero che abbiano ragione. Ma poi non mi sembra che mi basti. Non mi
basta per niente e vorrei che ogni tanto si dicesse forte che certe cose non si
fanno proprio, che non è giusto farle. Che fare scuola non è quella roba lì,
organizzazione di una megamacchina che imprigiona tutti i desideri e uccide
tutte le domande. E poi offre Prozac e Ritalin ai “quasi adatti”, o in
qualche accogliente CIC la presa in cura della “persona”.
Della bella persona che mi fu tolta, ricorda Francesca. E il modo dovrebbe
ancora offendere.