da www.aprileperlasinistra.it

Idee, movimenti e linguaggi. In rete
L'inedita connessione politica-internet. Non solo new global

Franco Ottaviano

Espressioni come "Costruiamo una Rete", "mettiamoci in Rete" rimbalzano ormai in ogni riunione di movimento, in ogni incontro fra esperienze affini e persino diverse. Il linguaggio informatico si sovrappone a quello politico. Una modalità tecnologica - Internet - suggerisce un'idea di organizzazione. Non si tratta di un ambiguo scambio di piani lessicali ma l'allusione a un procedimento più complesso, a un bisogno di esplorare un nuovo modo di agire collettivo oltre il conosciuto dell'istituzionalizzazione politico-partitica.
Il nesso politica-Internet compare nel dibattito sull'organizzazione politica dalla seconda metà degli anni Ottanta. Procede in parallelo alla crisi dei partiti. Il termine "modello a rete" affolla i documenti sull'autoriforma di tutte le formazioni della sinistra tradizionale, eppure ancora oggi è difficile rinvenirne tracce concrete nelle attuali strutture organizzative. Anzi si può dire senza timore di essere smentiti che non esistono riflessioni compiute sulle ragioni del fallimento di queste enunciazioni. Oggi si sarebbe tentati di affermare che esiste una radicale incompatibilità fra il modello di partito che abbiamo conosciuto e la Rete nella sua forma dinamico-culturale, non come semplice innovazione informatica. Modello piramidale dei partiti e orizzontalità della Rete, al di là di ogni dichiarazione, restano inconciliabili.

La trama e la tela
Al di fuori e persino in conflitto con il sistema partito, la Rete dei movimenti assumeva le sue poliformi configurazioni. Per alcuni studiosi dell'argomento, questo sviluppo si deve in larga misura alla sua stessa estraneità ai modelli partitocratici e al loro funzionamento, o meglio alla cultura organizzativa che sottintendono: si alimenta nella costruzione di un diverso circuito sociale e si cimenta con inedite forme della comunicazione e delle relazioni di gruppo associato e soggettive. Un processo che si svolge contestualmente alla crisi del pensiero critico e alla bassa intensità conflittuale che caratterizza gli anni Novanta, esercitando una funzione di resistenza e al tempo stesso rifondativa senza la quale sarebbe difficile spiegare l'esplosione movimentista degli ultimi anni. L'espansione della Rete cresce nel silenzio della momentanea affermazione del cosiddetto "pensiero unico". Si afferma non come modello ipotetico, ma piuttosto come pratica ed esplorazione di nuovi paradigmi della politica. Inafferrabile nella sua immaterialità, si definisce come sperimentazione continua. Un'operazione che nel suo divenire muta le stesse culture politiche originarie, i vari "ismi" che compongono la galassia della sinistra critica: ecologismo, pacifismo, femminismo. Voci cui la Rete fornisce una nuova visibilità.
Progressivamente, accanto all'enfasi sulla new economy, sulle nuove tecnologie applicate al mercato anche l'uso "altro" della Rete conquista i media. Costruisce la sua trama. Non a caso i francesi la definiscono la "Tela" e il femminismo in rete usa espressioni come "tessere la trama dei nuovi saperi". Il "subcomandante" Marcos, mescolando poesia e politica, tradizione e innovazione, esplorando nuovi linguaggi, dal Chiapas lancia i suoi messaggi, le sue lettere "alla signora società civile" e da un lontano e sconosciuto angolo del Messico convoca (1996) la sua Prima conferenza (altre ne seguiranno in Europa). La Rete, inoltre, socializza le lotte dei migranti, dei precari, degli universi marginali, informa di quello che nessuno saprebbe senza l'apporto di questo spazio immateriale usato da soggetti singoli e collettivi che confrontano fra loro esperienze e progettualità in cui circolano conoscenze e informazioni. E la Rete balza alla cronaca mondiale nel 1999 quale elemento costitutivo del "popolo di Seattle", della babele delle 1300 associazioni e gruppi che danno vita al vertice anti Wto. Diffonde "l'epopea" della battaglia e al tempo stesso diventa modo di essere del movimento.
E' dunque impossibile separare la storia del "movimento dei movimenti" (quello no-global) dall'uso che fa dei supporti informatici. La sua storia sta ed è la Rete. Così nasce Attac in Francia e poi nel mondo, così nascono in Italia la Rete Lilliput, la Rete nord-est dei Centri sociali, reti locali, reti nazionali, reti internazionali, portali e network. E riviste prima del tutto sconosciute autoprodotte entrano nel circuito, scardinando le rigidità della distribuzione editoriale e di mercato. Militanti immettono in Rete i loro diari di partecipazione alle manifestazioni. Senza la Rete non sarebbe stato possibile l'esplodere del fenomeno dei "girotondi", così come la manifestazione sindacale del 23 marzo 2002 e quella del 14 settembre a piazza S. Giovanni a Roma, il social Forum di Firenze, e per ultima la manifestazione pacifista dello scorso 15 febbraio. La preparazione di ognuno di questi appuntamenti rappresenta una lezione: un modo inedito di partecipazione: una Rete che non ha confini identitari, di gruppo, di partito.
Internet, la Rete delle Reti, è nuovo spazio sociale a-gerarchico, in cui non conta la forza strutturata del gruppo, dell'associazione ma le idee che immette nel sistema, la capacità di far condividere obiettivi, di animare non solo l'attivista politico di sempre ma il singolo secondo i suoi tempi di vita.
Una comparazione fra i siti dei movimenti e quelli dei partiti rivela che nella stragrande maggioranza dei casi i partiti espongono quelli che gli esperti del settore definiscono siti "vetrina" o siti "bacheca", che nella sostanza non mutano il modello gerarchico del partito-organizzazione. Si presentano come sistemi chiusi al contrario dei siti dei movimenti che si connotano per le loro aperture, per il dinamismo relazionale nel confronto con altri movimenti (richiamo costante ad altri link, circolazione delle informazioni, attivazione di contributi e adesioni soggettive e collettive, eccetera). Si assiste al tentativo di costruire un'originale spazio pubblico, per sua natura dialogante, che sollecita - in vario modo - l'incontro/relazione con altri.
Solo in questo modo l'espressione generica del "mettersi in Rete" non è assimilabile alle vecchie forme unitarie del coordinamento organizzativo, ma diventa strumento di una destrutturazione delle forme della decisione e dell'agire politico per rifondarle, ridisegnando procedure partecipative che superano il presenzialismo attraverso il comunicare orizzontale. Ovviamente non serve nessuna enfasi tecnologica, nessuna retorica sul mezzo e sulle sue funzioni risolutive. Tutt'altro. L'accento va posto sulla cultura comunicativa che presuppone.
Uso deliberatamente l'espressione "comunicazione" perché implica un superamento delle tradizionali culture dell'organizzazione. "Mettersi in rete", "lavorare in Rete", non si identifica col coordinarsi, costruire luoghi o forme di unificazione, bensì nuovi flussi di comunicazione, di interscambio, nuovi modi di pensare ed esercitare la progettualità sociale. Tutto ciò non investe unicamente il mondo dei "navigatori", ma esige la loro capacità di interagire col resto del corpo sociale. Fra l'altro i dati ci dicono quanto ancora sia parziale la diffusione dell'informatica. Nonostante le differenze fra i calcoli forniti dai diversi istituti, il numero totale delle persone che accedono alla rete in Italia oscillerebbe tra i 9 e i 12,7 milioni. Secondo uno studio del Censis (luglio 2002 ) il 63 % delle persone che possiedono un computer a casa dispone di un collegamento alla rete, anche se solo il 36% lo usa. Non dissimili i dati Eurisko (giugno 2002): del 70%, il 43% lo usa ma la metà con una frequenza minima. A tutto questo andrebbe aggiunto il dato generazionale dei fruitori della Rete, diffusa soprattutto fra i più giovani. La tendenza è comunque alla crescita. Eurisko ritiene che l'attuale penetrazione sia solo il 46% dell'ipotetico potenziale.

Una cultura comunicativa
In Italia, l'opposizione schematicamente intesa si è già dotata delle sue reti. L'elenco è sterminato: Rete Lilliput, Attac-Italia, disobbedienti, Centri sociali, movimenti ecologicisti, portali di grande valenza, cito per tutti il circuito Indymedia. Lo stesso vale per i vari movimenti sorti in opposizione al governo Berlusconi: "girotondi", girandole, opposizione civile, Articolo 21, laboratori per la democrazia e la legalità. Esistono, inoltre, nonostante la loro staticità, le Reti dei partiti e dei sindacati.
Cito solo qualche esempio. La ricchezza dell'anagrafe dei movimenti collegati al sito Centomovimenti(www.centomovimenti.it/anagrafe.htm); opposizione civile a cui fanno riferimento 103 associazioni e gruppi locali (www.opposizionecivile.com/associazioni.htm); la Rete Lilliput organizzata con oltre un'ottantina di nodi locali, nodi tematici, liste di discussione e forum (www.retelilliput.org), i numerossimi siti dei Social forum nazionali, locali, tematici. I portali come Altremappe; il nuovo portale delle Ong italiane (www.ong.it) lanciato al Social forum di Firenze; Unimondo, partner italiano di Oneworld, la maggiore rete mondiale in materia di ambiente, diritti umani e sviluppo sostenibile (10 milioni di pagine visitate ogni mese da utenti di 120 paesi), in Italia raggruppa oltre 350 associazioni; Villaggio Volint (www.volint.it) finalizzato alla formazione a distanza destinata a operatori del non profit; Peacelink, portale pacifista (1 milione di contatti al mese). E l'elenco potrebbe continuare. Quello che colpisce è l'intreccio fra sociale, culturale e politico: una miscela che trasforma gli ambiti di una politica fatta di presunti specialismi e professionismi.

Frammentare e convergere
La questione che si pone, il "mettersi in Rete", ripresa nell'assemblea dello scorso 10 gennaio da Sergio Cofferati, che tanto ha fatto discutere, consiste nell'immettere nella Rete idee, progetti, obiettivi capaci di funzionare come opportunità da condividere. Un processo aperto che si cimenta con un'altra idea di democrazia e di partecipazione che pone in discussione il vecchio modo di intendere e praticare i processi decisionali e le forme della rappresentanza. Nella tradizione politica, in particolare della sinistra, l'unità è un mito ideologico e identitario. La Rete suggerisce, al contrario, condivisione e coinvolgimento attivo fra diversi: frammenta e ricompone continuamente. Allude ad una convergenza su obiettivi e scadenze in divenire.
Si discute tanto di esigenza programmatica, si evoca - in qualche caso con un po' di retorica - la necessità di programmi e poi di unità. Ma i punti cardine del confronto per costruire un'alternativa al centrodestra e per collocare questo disegno nello scenario mondiale non sono già oggi tutti davanti a noi? Pace, globalizzazione, democrazia, diritti, lavoro, informazione solo per citarne alcuni. Su ognuno di questi capitoli la Rete possibile ha prodotto e produce idee, continuamente. Su ognuno di questi capitoli vi è stata un'inadeguatezza dei partiti della sinistra, del centrosinistra, dell'Ulivo. Nessuno può accampare certezze sicure e vincenti. Perché non far diventare questi capitoli altrettanti "nodi concettuali" che attraversano le Reti e inventano, nel confronto libero, una progettualità sociale comune?
Alla pari, senza rendite di posizione che provengono dalla storia e forza organizzativa, senza borie di partito, di sindacato, di movimento ma solo con la forza delle idee, dei progetti e dalla passione civile che sono in grado di animare.
Questa intenzionalità può alimentare la formazione di una nuova "comunità politica" rispettosa delle differenze, non fondata su schieramenti o logiche di comando, ma sulla tensione comune. Conferenze programmatiche, o leadership, decise dall'alto, di una parte e non del tutto, servono a poco. Il resto verrà dopo e a condizione che tutto ciò sia davvero un laboratorio continuo di energie creative capaci di oltrepassare il presente e cimentarsi col futuro del nostro paese e del pianeta, capace di inventare nuovi paradigmi interpretativi e immetterli in modo dinamico e plurale nel circuito sociale e politico, di creare un corto circuito virtuoso fra saperi sociali diffusi, individuali e collettivi.
Lo slogan "un nuovo mondo possibile" non è solo immaginazione ma costruzione quotidiana.