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Franco Ottaviano
Espressioni come "Costruiamo una Rete", "mettiamoci in
Rete" rimbalzano ormai in ogni riunione di movimento, in ogni
incontro fra esperienze affini e persino diverse. Il linguaggio
informatico si sovrappone a quello politico. Una modalità tecnologica -
Internet - suggerisce un'idea di organizzazione. Non si tratta di un
ambiguo scambio di piani lessicali ma l'allusione a un procedimento più
complesso, a un bisogno di esplorare un nuovo modo di agire collettivo
oltre il conosciuto dell'istituzionalizzazione politico-partitica.
Il nesso politica-Internet compare nel dibattito sull'organizzazione
politica dalla seconda metà degli anni Ottanta. Procede in parallelo alla
crisi dei partiti. Il termine "modello a rete" affolla i
documenti sull'autoriforma di tutte le formazioni della sinistra
tradizionale, eppure ancora oggi è difficile rinvenirne tracce concrete
nelle attuali strutture organizzative. Anzi si può dire senza timore di
essere smentiti che non esistono riflessioni compiute sulle ragioni del
fallimento di queste enunciazioni. Oggi si sarebbe tentati di affermare
che esiste una radicale incompatibilità fra il modello di partito che
abbiamo conosciuto e la Rete nella sua forma dinamico-culturale, non come
semplice innovazione informatica. Modello piramidale dei partiti e
orizzontalità della Rete, al di là di ogni dichiarazione, restano
inconciliabili.
La trama e la tela
Al di fuori e persino in conflitto con il sistema partito, la Rete dei
movimenti assumeva le sue poliformi configurazioni. Per alcuni studiosi
dell'argomento, questo sviluppo si deve in larga misura alla sua stessa
estraneità ai modelli partitocratici e al loro funzionamento, o meglio
alla cultura organizzativa che sottintendono: si alimenta nella
costruzione di un diverso circuito sociale e si cimenta con inedite forme
della comunicazione e delle relazioni di gruppo associato e soggettive.
Un processo che si svolge contestualmente alla crisi del pensiero critico
e alla bassa intensità conflittuale che caratterizza gli anni Novanta,
esercitando una funzione di resistenza e al tempo stesso rifondativa
senza la quale sarebbe difficile spiegare l'esplosione movimentista degli
ultimi anni. L'espansione della Rete cresce nel silenzio della momentanea
affermazione del cosiddetto "pensiero unico". Si afferma non
come modello ipotetico, ma piuttosto come pratica ed esplorazione di
nuovi paradigmi della politica. Inafferrabile nella sua immaterialità, si
definisce come sperimentazione continua. Un'operazione che nel suo
divenire muta le stesse culture politiche originarie, i vari
"ismi" che compongono la galassia della sinistra critica:
ecologismo, pacifismo, femminismo. Voci cui la Rete fornisce una nuova
visibilità.
Progressivamente, accanto all'enfasi sulla new economy, sulle nuove
tecnologie applicate al mercato anche l'uso "altro" della Rete
conquista i media. Costruisce la sua trama. Non a caso i francesi la
definiscono la "Tela" e il femminismo in rete usa espressioni
come "tessere la trama dei nuovi saperi". Il "subcomandante"
Marcos, mescolando poesia e politica, tradizione e innovazione,
esplorando nuovi linguaggi, dal Chiapas lancia i suoi messaggi, le sue
lettere "alla signora società civile" e da un lontano e
sconosciuto angolo del Messico convoca (1996) la sua Prima conferenza (altre
ne seguiranno in Europa). La Rete, inoltre, socializza le lotte dei
migranti, dei precari, degli universi marginali, informa di quello che
nessuno saprebbe senza l'apporto di questo spazio immateriale usato da
soggetti singoli e collettivi che confrontano fra loro esperienze e
progettualità in cui circolano conoscenze e informazioni. E la Rete balza
alla cronaca mondiale nel 1999 quale elemento costitutivo del
"popolo di Seattle", della babele delle 1300 associazioni e
gruppi che danno vita al vertice anti Wto. Diffonde "l'epopea"
della battaglia e al tempo stesso diventa modo di essere del movimento.
E' dunque impossibile separare la storia del "movimento dei
movimenti" (quello no-global) dall'uso che fa dei supporti
informatici. La sua storia sta ed è la Rete. Così nasce Attac in Francia
e poi nel mondo, così nascono in Italia la Rete Lilliput, la Rete
nord-est dei Centri sociali, reti locali, reti nazionali, reti
internazionali, portali e network. E riviste prima del tutto sconosciute
autoprodotte entrano nel circuito, scardinando le rigidità della
distribuzione editoriale e di mercato. Militanti immettono in Rete i loro
diari di partecipazione alle manifestazioni. Senza la Rete non sarebbe
stato possibile l'esplodere del fenomeno dei "girotondi", così
come la manifestazione sindacale del 23 marzo 2002 e quella del 14
settembre a piazza S. Giovanni a Roma, il social Forum di Firenze, e per
ultima la manifestazione pacifista dello scorso 15 febbraio. La
preparazione di ognuno di questi appuntamenti rappresenta una lezione: un
modo inedito di partecipazione: una Rete che non ha confini identitari,
di gruppo, di partito.
Internet, la Rete delle Reti, è nuovo spazio sociale a-gerarchico, in cui
non conta la forza strutturata del gruppo, dell'associazione ma le idee che
immette nel sistema, la capacità di far condividere obiettivi, di animare
non solo l'attivista politico di sempre ma il singolo secondo i suoi
tempi di vita.
Una comparazione fra i siti dei movimenti e quelli dei partiti rivela che
nella stragrande maggioranza dei casi i partiti espongono quelli che gli
esperti del settore definiscono siti "vetrina" o siti
"bacheca", che nella sostanza non mutano il modello gerarchico
del partito-organizzazione. Si presentano come sistemi chiusi al
contrario dei siti dei movimenti che si connotano per le loro aperture,
per il dinamismo relazionale nel confronto con altri movimenti (richiamo
costante ad altri link, circolazione delle informazioni, attivazione di
contributi e adesioni soggettive e collettive, eccetera). Si assiste al
tentativo di costruire un'originale spazio pubblico, per sua natura
dialogante, che sollecita - in vario modo - l'incontro/relazione con
altri.
Solo in questo modo l'espressione generica del "mettersi in
Rete" non è assimilabile alle vecchie forme unitarie del
coordinamento organizzativo, ma diventa strumento di una destrutturazione
delle forme della decisione e dell'agire politico per rifondarle,
ridisegnando procedure partecipative che superano il presenzialismo
attraverso il comunicare orizzontale. Ovviamente non serve nessuna enfasi
tecnologica, nessuna retorica sul mezzo e sulle sue funzioni risolutive.
Tutt'altro. L'accento va posto sulla cultura comunicativa che presuppone.
Uso deliberatamente l'espressione "comunicazione" perché
implica un superamento delle tradizionali culture dell'organizzazione.
"Mettersi in rete", "lavorare in Rete", non si
identifica col coordinarsi, costruire luoghi o forme di unificazione,
bensì nuovi flussi di comunicazione, di interscambio, nuovi modi di
pensare ed esercitare la progettualità sociale. Tutto ciò non investe
unicamente il mondo dei "navigatori", ma esige la loro capacità
di interagire col resto del corpo sociale. Fra l'altro i dati ci dicono
quanto ancora sia parziale la diffusione dell'informatica. Nonostante le
differenze fra i calcoli forniti dai diversi istituti, il numero totale
delle persone che accedono alla rete in Italia oscillerebbe tra i 9 e i
12,7 milioni. Secondo uno studio del Censis (luglio 2002 ) il 63 % delle
persone che possiedono un computer a casa dispone di un collegamento alla
rete, anche se solo il 36% lo usa. Non dissimili i dati Eurisko (giugno
2002): del 70%, il 43% lo usa ma la metà con una frequenza minima. A
tutto questo andrebbe aggiunto il dato generazionale dei fruitori della
Rete, diffusa soprattutto fra i più giovani. La tendenza è comunque alla
crescita. Eurisko ritiene che l'attuale penetrazione sia solo il 46%
dell'ipotetico potenziale.
Una cultura comunicativa
In Italia, l'opposizione schematicamente intesa si è già dotata delle sue
reti. L'elenco è sterminato: Rete Lilliput, Attac-Italia, disobbedienti,
Centri sociali, movimenti ecologicisti, portali di grande valenza, cito
per tutti il circuito Indymedia. Lo stesso vale per i vari movimenti
sorti in opposizione al governo Berlusconi: "girotondi",
girandole, opposizione civile, Articolo 21, laboratori per la democrazia
e la legalità. Esistono, inoltre, nonostante la loro staticità, le Reti
dei partiti e dei sindacati.
Cito solo qualche esempio. La ricchezza dell'anagrafe dei movimenti
collegati al sito Centomovimenti(www.centomovimenti.it/anagrafe.htm);
opposizione civile a cui fanno riferimento 103 associazioni e gruppi
locali (www.opposizionecivile.com/associazioni.htm); la Rete Lilliput
organizzata con oltre un'ottantina di nodi locali, nodi tematici, liste
di discussione e forum (www.retelilliput.org), i numerossimi siti dei
Social forum nazionali, locali, tematici. I portali come Altremappe; il
nuovo portale delle Ong italiane (www.ong.it) lanciato al Social forum di
Firenze; Unimondo, partner italiano di Oneworld, la maggiore rete
mondiale in materia di ambiente, diritti umani e sviluppo sostenibile (10
milioni di pagine visitate ogni mese da utenti di 120 paesi), in Italia
raggruppa oltre 350 associazioni; Villaggio Volint (www.volint.it)
finalizzato alla formazione a distanza destinata a operatori del non
profit; Peacelink, portale pacifista (1 milione di contatti al mese). E
l'elenco potrebbe continuare. Quello che colpisce è l'intreccio fra
sociale, culturale e politico: una miscela che trasforma gli ambiti di
una politica fatta di presunti specialismi e professionismi.
Frammentare e convergere
La questione che si pone, il "mettersi in Rete", ripresa
nell'assemblea dello scorso 10 gennaio da Sergio Cofferati, che tanto ha
fatto discutere, consiste nell'immettere nella Rete idee, progetti,
obiettivi capaci di funzionare come opportunità da condividere. Un
processo aperto che si cimenta con un'altra idea di democrazia e di
partecipazione che pone in discussione il vecchio modo di intendere e
praticare i processi decisionali e le forme della rappresentanza. Nella
tradizione politica, in particolare della sinistra, l'unità è un mito
ideologico e identitario. La Rete suggerisce, al contrario, condivisione
e coinvolgimento attivo fra diversi: frammenta e ricompone continuamente.
Allude ad una convergenza su obiettivi e scadenze in divenire.
Si discute tanto di esigenza programmatica, si evoca - in qualche caso
con un po' di retorica - la necessità di programmi e poi di unità. Ma i
punti cardine del confronto per costruire un'alternativa al centrodestra
e per collocare questo disegno nello scenario mondiale non sono già oggi
tutti davanti a noi? Pace, globalizzazione, democrazia, diritti, lavoro,
informazione solo per citarne alcuni. Su ognuno di questi capitoli la
Rete possibile ha prodotto e produce idee, continuamente. Su ognuno di
questi capitoli vi è stata un'inadeguatezza dei partiti della sinistra,
del centrosinistra, dell'Ulivo. Nessuno può accampare certezze sicure e
vincenti. Perché non far diventare questi capitoli altrettanti "nodi
concettuali" che attraversano le Reti e inventano, nel confronto
libero, una progettualità sociale comune?
Alla pari, senza rendite di posizione che provengono dalla storia e forza
organizzativa, senza borie di partito, di sindacato, di movimento ma solo
con la forza delle idee, dei progetti e dalla passione civile che sono in
grado di animare.
Questa intenzionalità può alimentare la formazione di una nuova
"comunità politica" rispettosa delle differenze, non fondata su
schieramenti o logiche di comando, ma sulla tensione comune. Conferenze
programmatiche, o leadership, decise dall'alto, di una parte e non del
tutto, servono a poco. Il resto verrà dopo e a condizione che tutto ciò
sia davvero un laboratorio continuo di energie creative capaci di
oltrepassare il presente e cimentarsi col futuro del nostro paese e del
pianeta, capace di inventare nuovi paradigmi interpretativi e immetterli
in modo dinamico e plurale nel circuito sociale e politico, di creare un
corto circuito virtuoso fra saperi sociali diffusi, individuali e
collettivi.
Lo slogan "un nuovo mondo possibile" non è solo immaginazione
ma costruzione quotidiana.
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