Il
parere di Proteo Fare Sapere sulla Riforma Moratti
documento inviato al MIUR
Nell’analisi dei documenti
proposti sono stati individuati molti elementi nei confronti dei quali esprimere
divergenze. Ne vengono di seguito indicati alcuni, in quanto non si condivide
pressoché nulla dell’impostazione pedagogica e culturale a questi sottesa.
Questione “tempo”:
sulla
possibilità di iscrivere le bambine e i bambini a due anni e mezzo alla scuola
dell’infanzia e a cinque anni e mezzo alla scuola elementare, seppure in via
sperimentale, siamo contrari. La concezione del tempo che i documenti propongono
è davvero non rispettosa dei ritmi di maturazione dei bambini: essa gioca di
fatto sull’anticipare esperienze e occasioni, costringendoli a misurarsi con
situazioni non sempre adeguate.
Il tempo diviene l’elemento che
si “divora”, per conseguire “prima” di altri gli obiettivi, i progetti.
Nella cultura della scuola italiana, da molti anni, si parla di tempi distesi
per l’apprendimento, di rispetto dei tempi di vita e dei ritmi dei bambini; il
binomio insegnamento-apprendimento richiede tempi lunghi, perché il rapporto
che le bambine e i bambini di queste fasce di età instaurano con le cose, gli
oggetti, in questo caso le conoscenze e i saperi, ha una forte connotazione
affettiva. Le attività, qualsiasi attività che si svolge nella scuola ha una
forte pregnanza affettiva, e
l’affettività richiede una dimensione del
tempo sottratta alle ingerenze di
una cultura che lo considera alla stregua di una merce da vendere e comprare.
E ancora: chi sceglie di anticipare l’ingresso a scuola? Quali sono i criteri?
La scelta dell’anticipo è effettuata dalla famiglia che ha una conoscenza dei
figli parziale, cioè come persona inserita
nell’ambito delle relazioni familiari; altro è invece, spesso, il
rapporto che i bambini hanno a scuola con i coetanei e con le altre figure
adulte. È in quel contesto che si misura la loro
maturazione sociale e affettiva e non sempre anticipare l’ingresso nel
contesto scuola, misurandosi nel caso proposto dai documenti, con bambini di
molti mesi più grandi, aiuta una serena crescita su questo piano.
Altro poi è l’aspetto delle competenze. Soprattutto i bambini che dal
segmento della scuola dell’infanzia anticipano il loro ingresso nella scuola
elementare, si vedono “tagliare” un anno di maturazione rispetto ad alcune
abilità di base, necessarie per affrontare con serenità gli apprendimenti
dell’ordine successivo.
Insomma, questa scelta lascia aperti troppi interrogativi perché ci possa
vedere favorevoli.
Il tempo- scuola che
si propone per gli alunni è fondato sulla contrazione: meno tempo da passare a
scuola, non solo per imparare, ma anche per stare con gli amici. Si propone una
contraddizione forte rispetto al contesto storico e culturale in cui ci
muoviamo, in quanto la “società della conoscenza” richiede tempi distesi
per il processo di apprendimento, organizzato non in senso lineare, ma “a
rete”.
Insegnante tutor: non convince affatto la costruzione di questa figura di
super insegnante, che, nei due ordine di scuola elementare e media costruisce i
PSP e tiene “le relazioni con la famiglia”. Nella scuola elementare, poi,
assume funzioni di “tuttologo” sul piano didattico, in quanto è
obbligato a lavorare
su tutti e tre gli ambiti disciplinari.
In tutti e due gli ordini di
scuola da alcuni decenni si è andata affermando una cultura del lavoro di tipo
collaborativo e cooperativo, che consente collegialità, corresponsabilità e
condivisione di tutti gli elementi del processo di formazione ed educazione
delle giovani generazioni.
I documenti cancellano tutte le esperienze che finora sono state condotte in
questa direzione. Si ritorna, invece, in questo modo, nel caso della scuola
elementare, al “maestro” o alla “maestra” di gentiliana memoria,
competente su tutto e, nel caso della scuola media di attribuire ruoli e
funzioni diverse ai singoli docenti .
Si introduce, di fatto, una gerarchizzazione degli insegnanti che operano sulla
stessa classe.
Sul piano relazionale e affettivo per i bambini e i ragazzi è importante
relazionarsi con figure di adulto diverse, con cui interagire sperimentando
forme di rapporto diversificate, m a è importante che siano percepite in modo
paritario, cosa che l’insegnante unico responsabile rende impossibile.
Continuità tra ordini di scuola: non si parla nei documenti
proposti della continuità, come elemento sostanziale per consentire alle
bambine e ai bambini, alle ragazze e ai ragazzi un processo di maturazione
reale, sia sul piano dell’apprendimento che su quello affettivo-relazionale.
Un processo, che dai documenti proposti risulta frammentato, “spezzato” in
tante parti, separato in ogni singolo segmento.
La “discontinuità “ in sé, come valore assoluto non esiste. È necessario
che la scuola costruisca gli ambienti adeguati per un “reale” processo
formativo e questo è dato solo dalla costruzione di un sistema, che dialoga
fortemente tra i singoli pezzi di cui si compone. Affidare ai singoli ragazzi
“la sfida” di adeguarsi all’ambiente senza aver creato i presupposti tra i
diversi sottosistemi significa, di fatto, non consentire a una fascia di bambini
e ragazzi di vivere serenamente il proprio percorso. Vogliamo parlare dei drop
out? Oppure si è deciso che di questi non ci si interessa ?
Il
profilo educativo, culturale e professionale dello studente alla fine del Primo
Ciclo di Istruzione:
non si condivide il documento
nella sua interezza. Ma ciò che maggiormente inquieta, soprattutto se si legge
questo documento alla luce degli altri, è l’uso dell’orientamento in
termini “professionali”. Si ritiene, infatti, che per questa fascia di età,
l’orientamento sia necessario per “orientare” sul piano personale,
individuale, educativo i ragazzi.
L’orientamento troppo precoce e professionalizzante a questa età è un
rischio troppo alto da correre e che la scuola, e con essa la società, non si
può permettere. Spesso, infatti, le scelte precoci sono messe in discussione
dagli stessi ragazzi, che scoprono maturando di avere interessi completamente
diversi.