da Repubblica del 17 settembre ’03

 

 

LA POLITICA INSIDIA LA RICERCA. INTERVISTA A PAOLO PRODI ALLA VIGILIA DI UN CONVEGNO
NOI STORICI SOTTO ASSEDIO

"il rischio di banalizzare la nostra disciplina"
SIMONETTA FIORI

 

È un segnale di come vadano le cose in Italia se uno studioso misurato come il modernista Paolo Prodi, autore di saggi storici di ampio respiro sulla monarchia papale, sul giuramento politico e sulla giustizia, rettore dell´Università di Trento negli anni più caldi, fratello maggiore di Romano e forse anche per questo solitamente appartato nella scena mediatica, avverta oggi l´urgenza di denunciare l´inasprimento del controllo politico esercitato dal governo sull´attività degli storici (oggi a Firenze un "Incontro tra storici" promosso dalla Facoltà di Lettere a Palazzo Fenzi, in via San Gallo 10).
Da due anni Prodi presiede la Giunta centrale per gli Studi storici, un´istituzione di antica tradizione che, guidata tra gli altri da Giovanni Spadolini, Renzo De Felice e Rosario Villari, rappresenta una carta d´identità della storiografia italiana, con compiti organizzativi (nella preparazione dei convegni internazionali e nel coordinamento tra i diversi istituti storici) e finalità scientifiche (la redazione della Bibliografia storica nazionale). Pur essendo tradizionalmente legata alla politica - istituita nel 1934 come organo di controllo del fascismo, nel 1944 affidata a Gaetano De Sanctis che nel dopoguerra ne avviò la democratizzazione - la giunta in questi sessant´anni ha sempre raccolto personalità di rilievo, appartenenti alle diverse famiglie culturali (vi figurano oggi, tra gli altri, Pietro Scoppola, Brunello Vigezzi, Giuseppe Talamo, Giovanni Miccoli, Massimo Miglio, Gabriele De Rosa). Dice il professor Prodi: «L´interferenza del potere politico, pur presente, non ha mai alterato il profilo intellettuale della Giunta, rimasto elevato per decenni. Oggi si va brutalmente verso un´occupazione di tipo partitico, che non tiene conto dei requisiti scientifici necessari».
Ma le nomine della giunta non sono sempre state politiche?
«Sì, in passato venivano proposte dal presidente della Repubblica, più tardi dal presidente del Consiglio, oggi provengono dal ministero dei Beni culturali. Ma prima erano "nomine a vita", quindi al riparo dalle onde brevi della politica, con la garanzia esercitata dalle forti personalità dei presidenti della Giunta. Ora, invece, il governo è orientato verso "nomine a termine", fatalmente più esposte agli umori delle forze politiche al potere».
Siete stati voi della Giunta a proporre che le nomine da vitalizie diventassero "pro tempore".
«Certo, la nostra convinzione è che le "nomine a vita", pur garantendo l´autonomia scientifica della Giunta, possano trasformarla in una gerontocrazia. Ma avevamo chiesto al ministero dei Beni Culturali di poter incidere nella scelta dei nuovi candidati. Il risultato è che siamo tagliati completamente fuori da qualsiasi decisione».
Il rischio è di essere mandati a casa, senza sapere che cosa la Giunta diventerà.
«La nostra proposta era che la composizione attuale della Giunta potesse continuare il suo mandato fino alla prima scadenza naturale prevista, perché non andasse perduta l´esperienza e non si procedesse di colpo all´azzeramento con nomine politiche. Il regolamento elaborato dal ministero non tiene conto di questa nostra proposta. Ma non finisce qui».
Che altro?
«Manca alla Giunta qualsiasi stanziamento decente e sicuro. Tolte le somme che destiniamo alle Deputazioni di storia patria, disponiamo soltanto di 127.000 euro all´anno, con i quali è assolutamente impossibile adempiere i compiti previsti. La novità è che ora ci sono stati sottratti anche i tre "comandi", ossia i tre professori di scuola media superiore con i quali veniva elaborata la Bibliografia Storica Nazionale: non so come potremo continuare questa impresa».
Pensa di dimettersi?
«Devo decidere se ritenere questa esperienza conclusa. Da una parte lasciare l´incarico può sembrare qualcosa di simile a una resa; dall´altro il rischio è rimanere come un ostaggio, senza poter incidere sulla realtà, provocando l´accusa di incapacità e inettitudine».
La relazione che leggerà oggi a Firenze è assai pessimistica sul ruolo della storia nell´evo contemporaneo: in Italia ma anche nel mondo.
«Sì, la mia diagnosi non ha nulla a che fare con la buffonata di Fukujama sulla "fine della storia", ma vuole indicare l´esaurimento della storia come fondamento educativo delle nuove generazioni, sempre più orientate verso discipline "senza tempo" quali psicologia, sociologia, comunicazione. Negli ultimi decenni siamo passati dalla crisi dello storicismo come chiave per l´interpretazione ultima della realtà umana alla crisi della storia come strumento di conoscenza».
Lei scrive che la preparazione del convegno mondiale di Sydney - il più importante appuntamento per gli storici programmato nel luglio del 2005 - è stata un´esperienza per alcuni versi sconvolgente. Perché?
«L´insieme dei temi approvati al congresso liquida come inutile zavorra tutto il respiro tradizionale del lungo periodo, sul quale noi storici della vecchia Europa ci siamo abituati a vivere, sin dal nostro apprendistato (storia antica, medievale, moderna, contemporanea, etc). Tutto sembra assumere il periodo corto o lunghissimo (in ogni caso senza tempo) dei popoli nuovi che si sono affacciati ora sulla scena mondiale. Per me che ho cominciato a occuparmi di storia - da neo laureato - nel congresso mondiale organizzato a Roma nel 1955 sotto la guida di Federico Chabod è stata la prova concreta che in questi cinquant´anni si è conclusa un´epoca anche in campo storiografico».
Lei denuncia un paradosso tutto italiano: da una parte la "fame di storia" espressa da editoria e mass media - innumerevoli i libri d´argomento storico e massiccia la presenza degli storici nei giornali - dall´altra una strozzatura della storia come scienza.
«Sì, ormai è difficile pubblicare un volume che sorpassi le duecento-trecento pagine e che abbia un apparato adeguato di documentazione e di note. Prendiamo le tesi di dottorato, spesso di livello alto: è difficile che possano entrare nel commercio delle idee. La mia esperienza in una casa editrice aperta come Il Mulino mi porta a giudicare che il massimo che si possa ottenere nel campo delle discipline storiche - senza rovinare i bilanci dell´editore - è la pubblicazione di tre o quattro opere prime, non di più».
Il rischio è di perdere il senso della storia come "problema".
«È invalsa, non soltanto in Tv, una sorta di banalizzazione della disciplina. Non mi riferisco soltanto ai revisionismi storici imposti dal potere dominante, ma anche al costume diffuso di sfumare il confine tra vero e verosimile, fino a renderlo invisibile, quasi insignificante».
Requiem per gli storici?
«No, tutt´altro. Sono persuaso che in Italia la produzione storica non abbia mai raggiunto in passato livelli così elevati come oggi, nell´università e fuori. Da questa convinzione occorre ripartire. Senza la storia è impossibile la sopravvivenza delle nostre identità collettive».