Piccoli pregiudizi crescono
Inchiesta
tra gli studenti sui rapporti con «lo straniero». Quanto conta l'istituzione
CINZIA
GUBBINI
ROMA
L'Italia
di domani sconterà inevitabilmente il fatto di essere cresciuta in un contesto politico
che predilige una legislazione restrittiva e orientata al controllo nei
confronti dei migranti, simbolo per eccellenza del diverso. E' il risultato che
emerge da una ricerca commissionata dalla Cgil-Formazione e ricerca e dal
Coordinamento dei genitori democratici, presentata ieri a Roma. Sulla scorta di
un rigoroso apparato teorico un gruppo di ricercatrici formato da Roberta
Cipollini, Valeria Bernabei, Loredana Ceccacci e Mary Fraire ha analizzato nel
2000 il rapporto di 405 adolescenti - tra i 15 e i 19 anni - che frequentano
l'istituto tecnico «Magellano» di Acilia, Roma, con la figura dello straniero.
Per capire come un ragazzo impara a «vedere» l'immigrato, le ricercatrici hanno
proceduto per piccoli passi. Innazitutto hanno verificato se conoscere o meno
uno straniero riduce i livelli di pregiudizio. La risposta è sì, anche se la
ricerca mette in evidenza come la pregiudizio diminuisce se si conosce almeno
uno straniero, mentre aumenta se se ne conosce una comunità. Il rapporto con il
«gruppo», infatti, innesca un meccanismo di presa di distanza, alla cui radice
stanno la competitività e la difesa dell'identità. Ma non è questa l'unica
variabile rilevante: l'altra è l'intramontabile status socioeconomico: i
ragazzi che appartengono alle fasce meno abbienti sviluppano una percezione
dello straniero come concorrente più prossimo nell'accesso al mercato del
lavoro, alle residue reti di protezione sociali e di tutela; una tendenza che
diminuisce fino a scomparire nei ragazzi delle fasce più alte, i quali non
entrano in concorrenza con i migranti. La ricerca sottolinea, a qusto
proposito, come l'interazione con gli stranieri si stagli sullo sfondo della
«società dell'incertezza», in cui gli individui più deboli perdono tutta una
serie di «ancore» sociali mentre aumenta l'esigenza di accedere al mercato dei
consumi, considerata una meta pressoché esclusiva.
Per gli adolescenti, inoltre, risulta essere fondamentale
l'ideologia a cui si fa riferimento, cioè il proprio orientamento politico. La
ricerca evidenzia che i ragazzi che si autodefiniscono di destra o di
centrodestra hanno maggiori pregiudizi nei confronti degli stranieri e che,
soprattutto, sono maggiormente resistenti nel cambiare la propria idea anche
qualora abbiano la possibilità di correggerli analizzando la realtà. La ricerca
ha anche analizzato l'identità degli studenti intervistati, evidenziando quelle
più strutturate: gli individualisti, centrati sulle mete e sulla riuscita
sociale, e gli impegnati, caratterizzati dall'assunzione di responsabilità e di
impegno nei rapporti interpersonali e con la società. I primi dimostrano di
sviluppare pregiudizi più «feroci», diretti a percepire gli stranieri come
invadenti e minacciosi, mentre i secondi dimostrano maggiore tolleranza, ma
anche maggiore tendenza a leggere nella presenza dello straniero una funzione
ambivalente, da un lato capace di sviluppare processi di mutamento sociale,
dall'altra di destabilizzare.
«Questa ricerca ci insegna come si forma il pregiudizio
sullo straniero, e cosa lo rafforza - ha commentato Dario Missaglia, segretario
della Cgil-Formazione e ricerca - sottolineando come i messaggi politico
istituzionali che stigmatizzano gli stranieri possano influenzare i ragazzi».
Ma dalla ricerca vengono innanzitutto spunti di riflessione per il fare: «La
conoscenza è uno strumento essenziale per combattere il pregiudizio» - prosegue
Missaglia. «La scuola e l'università hanno in questo un ruolo fondamentale. La
società ha bisogno di ritrovare delle "agorà" in cui sia possibile
ricostruire il senso delle esperienze».