Il
segretario di stato è arrivato a confessare al papa di «mangiare cibi ogm».
Tutto per sostenere la guerra delle multinazionali Usa contro Ue e paesi
poveri. E obbligarli a comprare sementi che non serviranno poi a far da base
per il raccolto successivo
FRANCO
CARLINI
Né il
Papa, né i governanti europei hanno preso sul serio l'esibizione
propagandistica del segretario di Stato Americano Colin Powell: «Io li mangio,
sua Santità, e veda come sto bene». Così aveva detto l'ex generale durante la
sua visita in Vaticano che aveva anche lo scopo utilitario di ammorbidire
l'opposizione della Chiesa alle manipolazione genetiche, in questo caso di semi
e piante. Si è anzi arrivarti di nuovo alla rottura, con gli Usa che porranno
la questione degli Ogm in sede di Wto, sollecitando una condanna dell'Europa
per il divieto alle importazioni che mantiene in vigore. Da parte degli Stati
Uniti la questione viene posta in termini particolarmente ipocriti, ma anche da
noi riceve il consenso dei commentatori meno informati, come Paolo Mieli. La
tesi è questa: poiché i semi manipolati aumentano le rese dei raccolti e
contengono più nutrimento di quelli normali, sarebbero importanti per
combattere la fame nel mondo. Se l'Europa rifiuta di importare Ogm, impedisce
indirettamente ai paesi africani di coltivarli e così nega loro reddito e
vitamine, egoisti che non siamo altro.
La tesi è fasulla per molti motivi: 1) il valore nutritivo
aumentato è comunque scarso e altri nutrimenti normali sarebbero ben più adatti
a fornirlo (i legumi sono meglio della patata genetica recentemente spinta in
India). 2) le tasse doganali che tutti i paesi dell'occidente impongono alle
merci di provenienza terzo mondo sono barriere ben più alte e odiose del bando
degli Ogm: dalle noccioline al riso, i prodotti di Asia e Africa vengono
tassati per proteggere i nostri contadini; se avessimo a cuore le possibilità
di crescita economica dei paesi meno sviluppati, il vero salto in avanti
sarebbe l'abbattimento dei dazi, e invece lo si rinvia di decenni. 3) Infine
c'è la questione dei diritti di proprietà intellettuale, di cui nessun Mieli
sembra accorgersi, probabilmente per scarsa conoscenza. La "Rivoluzione
Agricola" che cambiò la faccia del mondo, a partire dalla Mesopotamia, si
basava proprio su tale colpo di genio: l'avere intuito che nei frutti c'erano
dei semi e che quei semi avrebbero potuto riprodursi l'anno successivo,
assicurando un nuovo raccolto: era il passaggio da società di nomadi
raccoglitori a società di coltivatori che potevano accumulare dei beni per il
futuro e che diventavano sedentarie e strutturate.
Persino il trattato sulla proprietà intellettuale (Trips)
prevede l'eccezione del coltivatore, ovvero la possibilità per il contadino di
riusare parte del proprio raccolto come sementi per l'anno successivo, ma
proprio questa eccezione (che invece è sempre stata la regola), viene messa in
discussione da Monsanto e compagnia, con la volonterosa azione di propaganda
del generale Powell, autonominatosi patetico testimonial degli Ogm.
L'idea infatti è che i semi Ogm si devono comprare ogni
anno, assicurando un flusso continuo di cassa a chi li ha inventati e
brevettati. Se la Natura non si brevetta, l'invenzione genetica fatta nei
laboratori invece sì, e dunque, così come nel caso del software, all'atto
dell'acquisto non si diventa proprietari di un bene, ma utilizzatori di una
licenza d'uso, che vale solo un anno. L'anno dopo si torni ai magazzini delle
Monsanto, nel Belize come in Zambia, per rifornirsi dei semi freschi.
Dunque, contrariamente a quanto sostenuto, la posizione
europea di bandire le importazioni Ogm è doppiamente virtuosa: da un lato si
adegua democraticamente al voto già espresso dai suoi cittadini, i quali sono
in maggioranza contrari al loro uso (il consumatore è sovrano, tutti i teorici
del marketing ci spiegano) e dall'altro aiuta, anche senza volerlo i paesi in
via di sviluppo a non cadere vittime di una tassa annua in sementi da devolvere
alle multinazionali dell'agrobiotech.