I pirati della proprietà intellettuale
L'antica
tentazione di «firmare» ogni idea o scoperta alle prese con i vuoti legislativi
in materia di Rete
EMANUELA
DI PASQUA
Tutti
provano a mettere il proprio cappello alle idee, ai medicinali, ai marchi. A
tutto. Questa settimana ricorreva il centenario del brevetto sul cono gelato,
attribuito a tale Italo Monday, di chiare origini italiane. Correva dunque
l'anno 1903 quando Monday brevettò la celebre golosità.
Nel 2003 il terreno di conflitto si sposta e dal leggendario
cono si arriva al software, all'hardware, all'entertainment, ai modelli di
business e all'editoria per finire con i farmaci, settore divenuto tra i più
contesi e cruciali, grazie al fatto che in questo mondo si muovono, più che
altrove, capitali ingenti.
A questo proposito uno dei protagonisti più assidui delle
lotte sui brevetti rimane il Viagra, farmaco simbolo del mito dell'eterna
giovinezza, tra i più imitati ed emulati. La bagarre più recente vede la
Pfizer, madre della pillola azzurra, contro le multinazionali farmaceutiche
Bayer e Glaxo, colpevoli, secondo la produttrice del Viagra, di aver copiato
nel loro recente prodotto Levitra il principio attivo della pastiglia che
corregge le disfunzioni erettili. Stando infatti all'ultima causa vinta dalla
multinazionale, il brevetto targato Pfizer è particolarmente esteso, tale da
poter impedire a qualsiasi società di introdurre farmaci che agiscono su un
enzima chiamato PDE-5, responsabile dell'erezione maschile.
L'affaire Pfizer vs. Bayer e Glaxo trova dei precedenti, tra
gli altri, nella vicenda di Eli-Lilly, azienda farmaceutica madre di Cialis
(pillola contro l'impotenza che agisce sullo stesso enzima della sua «collega»
più celebre), e nella guerra (risalente a qualche tempo fa) del colosso Pfizer
contro un farmacista italiano accusato di aver preparato alcune pasticche a
base di sildenafil (principio attivo del Viagra). Ancora una volta il farmaco
azzurro si aggiudica il titolo di più conteso e più scopiazzato.
Ma nella lotta per i diritti di proprietà intellettuale non
entrano in gioco solo i colossi.
Emblematica la storia di un calligrafo cinese, Guang
Dongsheng, incaricato dalla società Dow Jones & Co (niente di meno) di
disegnare un logo che riprendesse anche il carattere cinese «dao». Dongsheng
manda l'idea a Dow Jones. Dopodiché non sa più nulla.
Quando l'artista viene a sapere che la società, proprietaria
anche del quotidiano The Wall Street Journal, sta facendo uso a sua insaputa
della sua creazione come logo, in materiali pubblicitari e nel sito web, chiede
49 mila dollari a titolo di risarcimento, accusando il colosso americano di
aver infranto la legge sul copyright. La Dow Jones & Co ora dovrà dare i 49
mila dollari a Guang, oltre a dover formulare le proprie scuse per iscritto.
L'ultima in fatto di intellectual
property riguarda una vicenda di domini Internet che sottolinea ancora una
volta il vuoto legislativo esistente nell'ampia materia. Verisign, colosso
americano monopolista dei domini, s'impossessa di tutti gli indirizzi sbagliati
del Web, cercando di fatto di utilizzare a proprio vantaggio gli errori di
battitura. La più alta autorità internazionale dell'Internet, l'Icann,
interviene sventolando un cartellino giallo mentre piove una denuncia da 100
milioni di dollari dai concorrenti nel settore delle ricerche in Rete. Ma il
caso Verisign ha dei precedenti (tra i quali Microsoft) e per il momento
l'azienda americana resta ferma nella sua strategia, appropriandosi di fatto di
tutti i nomi di dominio ancora liberi e difendendo il proprio servizio Site
Finder, giudicato «d'aiuto alla navigazione». L'utente che sbaglia verrà quindi
immediatamente dirottato sull'homepage del motore di ricerca di Verisign.
Per quest'ultima i vantaggi sono incalcolabili: aumento
galoppante delle pagine visitate e degli spazi pubblicitari venduti. Tutti
approderanno su Verisign, molti senza essere assolutamente intenzionati. In
attesa di regole più chiare.