Da Liberazione del 14.10

 

L'11 ottobre 1963 si spegneva la grande cantante francese. Un mito fatto di leggende, memorie, testimonianze

 

Edith Piaf,il blues di Parigi

 

Son passati quarant'anni e qualche giorno da quell'11 ottobre 1963, quando Edith Piaf, l'usignolo di Francia, ha aperto le ali ed è volata via. La notizia non era arrivata al mondo inaspettata. Da tempo il suo fragile corpo faceva fatica a contenere la sua corsa vitale e tutti se n'erano accorti quattro anni prima quando, sul palcoscenico del Waldorf Astoria di New York, era crollata priva di sensi prima della fine del concerto.

Quel segnale non aveva trovato risposte. Lei non aveva mollato e, ancora all'inizio di quel tragico 1963, nonostante le precarie condizioni di salute, aveva voluto tenere un concerto all'Olympia programmato da tempo. L'ultimo. Sul palco tutti l'avevano vista curva, minuta, rinsecchita, con le dita rovinate dall'artrite. Solo il suo volto risaltava sotto le luci di scena bianco, pallido e segnato dal tempo e dai colpi del destino. Una madonnina dei dolori che era però scomparsa non appena la musica aveva cominciato a diffondersi per la sala. Quando aveva liberato la voce, la grottesca figurina si era dissolta lasciando il posto alla solita, grande, cantante. Poco tempo dopo era arrivato il ricovero in ospedale, l'inizio della fine. Quarant'anni fa. L'altro secolo. Ieri. La sua voce si spegneva ed Edith entrava in uno strano mito fatto di leggende, memorie, testimonianze, tutte importanti, ma incapaci, da sole di spiegare un fascino che, a distanza di quasi mezzo secolo dalla sua scomparsa, colpisce ancora l'immaginario dei popoli d'Europa. E la risposta è forse in quella voce che riesce ancora ad accarezzare, ferire, accompagnare e far sognare. Lì c'è l'elemento centrale della sua grandezza artistica.

La sua voce, infatti, è uno strumento di comunicazione. Nessuno prima di lei l'ha utilizzata così, con quella forza, con quella capacità di comunicare se stessa all'indistinto pubblico che ascolta. E' unica nella sua capacità di trasmettere a così tante persone l'angoscia, la tristezza e la carica drammatica di un'esistenza vissuta come una corsa a ostacoli, ciascuno dei quali superato cedendo in cambio un pezzo di vita. Per questa ragione il concetto di versatilità vocale in Edith Piaf cambia significato. In lei non definisce la capacità di interpretare una pluralità di stili e generi o quella di reinventare e filtrare attraverso la sua personalità brani molto diversi fra loro. Per Edith la versatilità vocale è un concetto complesso, è la capacità di fare della voce uno strumento espressivo quasi teatrale. Si alimenta direttamente alla sfera dei sentimenti, a un aggrovigliato incrociarsi di pensieri, aspirazioni e tragedie personali.

La duttilità della sua voce non è mai al servizio esclusivo degli autori delle canzoni, ma mette davanti a tutto la necessità di comunicare con il pubblico fino a travalicare, se necessario, anche il significato stesso delle parole, anche quando è lei stessa a scriverle. Fin dal suo primo apparire nel 1936 al Gran Prix du Disque con L'étranger di Marguerite Monnot la critica, nel continuo e spesso eccessivo sforzo di catalogare tutto, inventa il termine di chanson intime per definire il genere da lei interpretato. La definizione è troppo riduttiva e parziale. Non riesce, infatti, a rendere efficacemente la capacità della voce di Edith di dare voce e musicalità diretta a quella gamma di sentimenti e sensazioni che fino a quel momento aveva trovato solo nella poesia la sua principale espressione.

E' straordinario come la sua espressività vocale si presti a rendere efficacemente la poesia in scena. La voce, infatti, cambia in funzione delle emozioni che deve esprimere e talvolta anche all'interno dello stesso brano. Non a caso Jean Cocteau disse di lei: «Senza la voce di questa piccola cantante Parigi cesserebbe di essere Parigi. Sono proprio voci come questa che ne interpretano l'anima poetica». La forza principale di Edith è tutta nella sua voce profonda e capace di sfumature di grande drammaticità. A dispetto di tutte le sue imitatrici postume non tenta mai di catturare l'attenzione degli ascoltatori spingendo la potenza al limite delle sue capacità vocali, né cerca l'acuto da applauso. E' più interessata all'aspetto espressivo, a comunicare direttamente con il cuore del pubblico. L'intensità per lei è più importante del vocalizzo. Non a caso irride i critici quando dice: «Il mio conservatorio è stato la strada. La strada è una buona scuola. E' lì che ti danno il diploma di cantante. Il pubblico lo vedi. Ti sta davanti. Faccia a faccia. Senti il suo cuore battere, dice quello che pensa. Sai quello che gli piace e quello che non gli piace. E se per caso si commuove e piange è fatta. Puoi essere sicuro che la questua andrà bene». Non è una provocazione. Le sue radici sono dentro di lei e fanno parte della sua arte. Senza quelle radici non sarebbe quello che è. In più Edith era dotata di una buona tecnica vocale, appresa un po' sulle strade e un po' dai mille maestri che hanno attraversato la sua di strada. Nelle sue canzoni, nella sua stessa vita si ritrova, poi, un pezzo della cultura di quest'Europa che, a dispetto di chi ha come punto di riferimento il capitale e i banchieri, ha avuto momenti altissimi di cultura. La voce di Edith porta con sé gli echi della storia novecentesca, tormentata e drammatica di un continente ricco di conflitti, di slanci, di tragedie e segnato da due guerre devastanti. La sua stessa vicenda personale l'attraversa con rabbia e gioca, talvolta inconsciamente, a sfidare il potere. Dopo la promulgazione delle leggi razziali unisce la sua vita a quella del pianista ebreo Norbert Glanzberg e quando Broadway il pubblico la fischia apre le porte della sua camera d'albergo soltanto a Longuet, l'inviato di Ce soir, un quotidiano dell'area comunista. Il ricordo della Piaf appartiene alla strada, ai popoli della notte, a quella sterminata umanità che non la tradisce e non l'abbandona neppure di fronte all'ineluttabilità della morte. E' questo il segreto di un'immortalità che non si alimenta di certezze, ma neppure di rimpianti o, peggio, di tardive abiure e pentimenti. Ciò che è stato e stato ed è importante proprio perché è parte di quello che si è oggi. E ai dubbiosi la sua voce ricorda che: «Je ne regrette rien…»
Gianni Lucini
giannilucini@libero. it