PER UN ATTIMO, SOLO PER UN ATTIMO

di Maria Grazia Fiore

 

 

In pullman curiosi,

là soddisfatti e delusi

per la masseria sola e imponente

senza amici attorno.

Era circondata da ragnatele di pietra e la guardavo

mentre venivo infuocato dal sole.

 

Michele (IV elementare)

 

 

 

In uno dei miei ultimi scritti, riflettendo sulla mercificazione dell’istruzione e sull’assorbimento del sistema pubblico di istruzione nel contesto del cosiddetto “mercato sociale”, mi interrogavo sul senso ultimo del fare scuola nel momento in cui si rinuncia all’utopia, “ai non-luoghi dove, di tanto in tanto, docenti e discenti si ritrovano”. [Fiore, 2002]

 

 In questo momento, così difficile e confuso per chi torna a casa con le mani sporche di gesso e con i pacchi di quaderni da correggere, sono proprio questi non-luoghi - segnati dal pensiero dell’altro – a dare un senso alla nostra professione e al nostro agire quotidiano, a restituirci le emozioni del rapporto educativo, attraverso il quale l’insegnante si espone nuovamente agli stessi processi mediante cui si è formato.

 

Mi piace allora l’idea di soffermarmi – per un attimo, solo per un attimo – sulla risposta più semplice che l’organismo umano fornisce a se stesso rispetto agli stimoli cui è esposto: l’emozione.

 

Provo emozioni quando la fitta e invisibile trama del mio lavoro quotidiano si rivela nell’osservazione di un bambino.

 

Provo emozioni quando ho la fortuna di partecipare alla lezione di una collega o quando cerco insieme a lei di colmare quella distanza che ci separa dalla soluzione di un problema.

 

Provo emozioni quando la stanchezza non riesce a spegnere la felicità di aver, anche quel giorno, imparato  qualcosa.

 

Provo emozioni quando una “visita d’istruzione” si trasforma in poesia e le mani si impiastricciano di colla e colori mentre diamo forma al ricordo.

 

Ma non so a chi parlarne. C’è sempre meno spazio e voglia di parlare di emozioni all’interno della scuola dell’autonomia.

 

Si parla tanto - e troppo spesso in maniera distorta – di organizzazione, ignorando volutamente la comunità che è dentro di essa, la necessità di prendersene cura, di ridefinire “nuove strutture e nuove efficacie” che abbiano come fulcro “l’integrità della persona e delle persone o  qualità della vita.” [Butera, 1998]

 

Nessuno sembra occuparsi di riconoscere e rispondere in maniera adeguata agli stati d’animo, alle motivazioni e ai desideri di chi fa tutti i giorni la scuola.

 

Nessuno sembra ricordare che il punto di partenza per un cambiamento organizzativo che sia davvero tale, passa dalla comprensione che gli insegnanti -  esattamente come i loro allievi - sono portatori di diversità che vanno valorizzate e armonizzate per “l’ottimizzazione del sistema”, evitando logiche ‘quantificatorie’ o assolutistiche  che hanno solo il risultato di far nascere la competizione interna a discapito della cooperazione, alimentare i conflitti e sacrificare l’optimum del sistema per quello locale.

 

 Indicativa, a tale riguardo, la proposta di differenziazioni salariali collegate al grado di apprendimento degli alunni, stabilito attraverso test e prove oggettive.

 

Nessuno - men che mai in questo momento - potrebbe mai sostenere che l’unica forma di motivazione su cui si deve realmente puntare per il miglioramento e l’innovazione è quella intrinseca, rappresentata dalla spinta al miglioramento che è dentro di noi, quasi sempre sostituita da quella estrinseca rappresentata dal riconoscimento che un traguardo definito a priori da qualcun altro è stato raggiunto.

 

Secondo Gareth Morgan, “le nostre teorie e le nostre spiegazioni della vita organizzativa sono fondate su metafore che ci inducono a vedere ed a concepire le organizzazioni in modi diversi e parziali”, [Morgan, 1996] in quanto derivano dal modo secondo cui noi comprendiamo in maniera più generale il mondo.

 

A me, la metafora della scuola come rete - relazionale, comunicativa, organizzativa - piaceva molto finché non è stata relegata nel capitolo “Economie di bilancio”. Mi piaceva perché in un frangente storico “complesso”, questa figura retorica si prestava meglio di altre all’attuazione di quelle strategie di “distanziazione del pensiero” di cui parla Donata Fabbri, indispensabili per “tenere più conto di cosa c’è intorno, dei legami, delle relazioni e soprattutto della definizione dei contorni e della scoperta di altre direzioni.” [Fabbri, 1994]

 

Anche la metafora dell’organizzazione che apprende mi piaceva, perché il suo fulcro è un cambiamento di mentalità mediante cui “ripercepire” il mondo e il nostro rapporto con esso; è imparando a far emergere a consapevolezza le nostre immagini interne del mondo, che si possono cambiare i modelli mentali, alla base delle nostre azioni.

 

E’ solo quella che Peter Senge definisce una “metanoia”, un andare al di là della mente, che ci può portare dal vedersi come separati dal mondo all’essere collegati ad esso; dal vedere i problemi come causati da qualcuno o da qualcosa "fuori là " a vedere come le nostre azioni creano i problemi che noi sperimentiamo.

Un'organizzazione che apprende è un posto in cui la gente scopre continuamente come creare la propria realtà. E come può cambiarla. [Senge, 1990]

 

Ora non ho più metafore che mi emozionino. Quelle che scaturiscono da questo contesto sono la negazione di tutto ciò che penso debba (o almeno tentare di) essere l’organizzazione scolastica.

 

Talvolta mi scoraggio.

 

E allora torno sui miei passi a cercare la struttura profonda dell’ordito pedagogico che sorregge il mio fare scuola e orchestra le mie emozioni.

 

Torno in quell’altrove dove l’asimmetria della relazione educativa si stempera divenendo incerta e oscillante; dove non ci sono cattedre e banchi a segnare la distanza di sicurezza; dove la distanza, anzi, viene accorciata volontariamente dall’insegnante così come - tanto tempo prima - qualcun  altra aveva fatto con lei chinando la testa sullo stesso libro.

 

Torno in quel “disparte della seduzione/educazione” [Massa, 1996] che si rivela grazie alla capacità della formatrice di tornare alla forma originaria di formanda,  svelando la radura dove, anni prima, questa si è impadronita delle strategie  del proprio mentore.

 

 Esisteranno sempre, a secondo del momento e dei problemi che si devono affrontare, delle metafore che sembreranno più idonee di altre a descrivere una certa situazione, ma non per questo bisognerà farsi ingabbiare in un’unica prospettiva.

 

Bisogna accettare “il paradosso secondo cui la realtà è contemporaneamente soggettiva e oggettiva [in quanto] ci impegnamo in realtà oggettive in maniera soggettivamai dimentichi, però, che “organizziamo nello stesso modo in cui  immaginiamo  ed   è  sempre  possibile  immaginare  in modo diverso.” [Morgan, 1996]

 

 

NOTE BIBLIOGRAFICHE

 

 

BUTERA F., E sono necessari, soprattutto, un corpo e una mente reticolari, “Telèma”, n.13, estate 1998.

http://www.fub.it/telema/TELEMA13/Butera13.html

 

FABBRI D., Imparare a pensare nelle organizzazioni in DEMETRIO D. (a cura di), “Apprendere nelle organizzazioni”, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1994.

 

FIORE M. G., La scuola pubblica e il mito dell’emulazione virtuosa, LEM, Edizioni Giuseppe Laterza, n.23/24, luglio/dicembre 2002.

 

GURRADO N., Le metafore organizzative: da alchimia letteraria a strumento di progettazione organizzativa, “Ticonzero”, n.8, giugno 1999.

 http://knowledge.sda.uni-bocconi.it/ticonzero/ArticoliPublic/articolo.asp ?IdArticolo=100

 

MASSA R., Seduzioni, suggestioni e incantesimi nell’intervento formativo in NANETTI, F. (a cura di), “Fare formazione a scuola – Teorie e modelli”, IRRSAE  Emilia Romagna – Synergon, Bologna 1996.

 

MORGAN G., Images, Franco Angeli, Milano 1996.

 

SENGE P.  M., La quinta disciplina, Sperling & Kupfer Editori, Milano 1990.