Da Repubblica del 9 Giugno

 

PARABOLA SULL'INCOSCIENZA

S´intitola "Dialogo tra un discendente di Noé e un uccello" ed è una riflessione sulla cecità degli uomini
Il volatile incarna l´artista che vuole cambiare il mondo, il suo interlocutore si mostra scettico
Il testo sarà recitato questa sera nella Basilica di Massenzio da Laura Morante con la musica di Ludovico Einaudi
SUSAN SONTAG

«Raccontami una storia», disse uno dei discendenti di Noè. «Sì, raccontami una storia». «Che tipo di storia? Mmmm. Potrei raccontartene una che finisce bene». «Non mi trattare con condiscendenza. So essere forte, io. Raccontami una storia e basta». «Allora ti racconterò una storia che finisce male. Ma dopo un po´ non mi starai più a sentire. Mi accorgerò che comincerai a spazientirti e il tuo sguardo si metterà a vagare qua e là. E quando ti chiederò cosa c´è che non va mi risponderai che quella storia la conoscevi già. E che non c´era bisogno che andasse a finire così male». «Esistono solo due tipi di storie? Non ti credo!». «Il cielo è immenso, sì. Il mare è profondo, sì. E tutte le storie sono già state raccontate. Sì. Sì. Sì.». «Smettila! Stai solo cercando di spaventarmi. Ma non serve a niente, non serve a niente cercare di spaventarmi. Io non mi perdo d´animo. Lo sapevo che eri un uccello del malaugurio. Ci prendi gusto a spaventarmi». «Io, un uccello del malaugurio? Ti sbagli di grosso. A me piace vivere. Slanciarmi, sfrecciare e posarmi dove mi pare. Solo che quando mi guardo intorno, non posso fare a meno di sentirmi sconfortato». «Di´ un po´, non dovresti essere araldo di buone notizie?». «Posso riferire soltanto ciò che vedo». «Volatene via, allora. E non tornare finché non avrai una storia più ottimista da raccontare» «Visto, te l´avevo detto, non ti va di sentire brutte notizie». «Be´, non mi piace sentire sempre quelle. Vorresti farmene una colpa?». «Va bene, ci riproverò. Non credere che mi piaccia essere catastrofico, non mi piace affatto. Adesso non muoverti e fammi dare un´altra occhiata in giro».
«Aspetta». «Che c´è?». «Non distrarti troppo là fuori. Voglio dire, non perder tempo in sciocchezze. Cioè, riferisci le notizie e basta». «Prima mi rimproveri di essere di malaugurio, e poi ti secchi se me la spasso un po´. Ma non posso farci niente. Sono fatto per l´estasi. Sono un artista, lo sai». «E dove la trovi l´estasi?». «Dappertutto». «Beato te». «Non hai mai conosciuto l´estasi?». «Sì, ma...». «Certo, lo so. Ma poi c´è sempre qualcosa che ti riporta coi piedi per terra. Ti sei accollato il peso di tutte le cose che possiedi, cose che per te sono importanti, di cui devi prenderti cura, cose che devi sostiture, e poi ci sono tutti i tuoi grandi progetti, e i tuoi parenti così volgari, e ...». «Lascia stare i miei parenti, hai capito? Fanno del loro meglio». «Fate tutti del vostro meglio. Il che vuol dire anche ignorare le brutte notizie fino a che non ci si sbatte il naso». «Be´, perché mai non dovremmo sperare? Pensa a tutte le cose cui siamo sopravvissuti. Siamo ancora qui. E continueremo a sopravvivere. Ne sono convinto». «Lo spero. Spero proprio che tu abbia ragione. Comunque, ora me ne vado». «Ma tornerai, vero?». «Sì». «Promesso?». «Certo che tornerò».

***
«Be´, ce ne hai messo di tempo!». (...) «Ho portato delle foto». «Delle foto? Perfetto!». «Da´ un´occhiata». «Mio Dio, è la luna! Le acque si sono ritirate e siamo approdati sulla luna. Il Signore sia lodato». «No, è il deserto». «Oh. Sono incredibili queste foto». «Grazie». «A me sembra così bello. L´oro, il rosa, il bruno. E il cielo. La luce. Non vedo dove sia il problema». «Be´, non si tratta solo di vedere. Bisogna sapere cosa sta succedendo. Dietro queste foto c´è una storia. E se la conosci, le foto ti dicono qualcosa di diverso». «Ho capito, ora mi parlerai della malvagità umana. L´ho già sentita questa storia. E´ per questo che c´è stato il diluvio». «No, non voglio parlarti di cose tanto generiche. La mia è una storia sulla passività. E sul potere. Forse avrai notato che nelle foto non ci sono esseri umani. Ma sono stati loro a fare tutto ciò». «A me sembra bello ugualmente. Non vedi, all´orizzonte, il delicato fregio delle rovine, quasi dello stesso colore della sabbia?». «A volte le cose distrutte sembrano belle». «Più belle?». «A volte». «E come si fa a capire la differenza?». «Bisogna saper leggere i segnali». «Oh, queste sono solo chiacchiere da uccello». «E chiacchiere da uomini, ti assicuro». «La conoscono in molti questa storia?». «Sì. In parecchi. Il problema non è conoscerla, ma preoccuparsi». «Be´, devi ammettere che ci sono un sacco di cose di cui preoccuparsi. Non ci si può preoccupare di tutto». «Penso che di questo ti dovresti preoccupare». «Ma il mondo è un posto grandissimo, no? Voglio dire, c´è un sacco di spazio. E´ davvero importante ciò che succede da qualche parte? Se un luogo viene rovinato, devastato o contaminato? C´è sempre spazio per ricominciare altrove. E´ importante se delle biblioteche piene di vecchi libri e manoscritti sono incendiate, se un paio di musei vengono saccheggiati? Nel mondo ci sono tantissime cose vecchie, se sono quelle che ti piace guardare». «Devi essere americano». «Ameri... che?». «Oh, lascia perdere». «Mi sa che proverò a raccontare la tua storia a un po´ di gente. Posso far vedere le foto?». «Perché no?». «Non volartene via, adesso. Resta sul trespolo. Sarò di ritorno prima che tu possa accorgerti della mia mancanza!».

* * *
«Ti sono mancato?». «Che hanno detto gli altri?». «Che le foto erano belle». «E nient´altro?». «Hanno anche detto che erano preoccupati». «E poi?». «Che non c´era niente da fare». «Hanno detto così? Tutti?». «Be´, non proprio tutti». «E...». «Hanno detto che il mondo là fuori è crudele». «Be´, a me pare che sia crudele anche qui dentro. Nella tua, com´è che la chiami?, Arca». «Cerchiamo di tirare avanti». «Ah, sì?». «No, davvero! E´ solo che bisogna, lo sai, ridimensionare le aspettative». «Mentre va tutto a rotoli». «Esatto». «Chi è il pessimista, adesso?». «Non è pessimismo. E´ solo realismo». «Oh, certo». «E mi hanno anche detto di prendere con le pinze quello che mi hai raccontato. Hanno detto che sei un artista». «Te l´avevo già detto io». «Pensavo che il tuo compito fosse quello di riferire notizie». «Gli artisti fanno anche quello». «Sì, brutte notizie.» «Non sempre, te l´assicuro». «Hanno detto che agli artisti piace concentrarsi sui disastri. Che godono delle brutte notizie. E che sono moralisti ingenui che non capiscono le ferree leggi della storia. E (non ridere) del progresso». «Per esempio...». «Be´, la ragione per cui hanno dovuto comportarsi così. Quelli che decidono. Perché hanno dovuto distruggere il deserto. E, a volte, i villaggi e le città. Quello che mi hai fatto vedere nelle foto». «E quale sarebbe la ragione? Dimmela tu». «E´ perché abbiamo dei nemici. Nemici malvagi. Dobbiamo essere preparati. Dobbiamo difenderci. Dobbiamo andare laggiù e fermarli prima che diventino così forti da fare qualcosa a noi». «Pappagallo!». (...) «Non stridermi in faccia. Non sono mica stato io. Non ho devastato io il deserto. Non ho ucciso gli animali. Non ho massacrato i soldati. Non ho bruciato la biblioteca o saccheggiato il museo archeologico». «Lo sapevi che durante la prima Guerra del Golfo ai piloti facevano vedere dei film porno prima di mandarli in missione a bombardare». «Ai piloti americani». «Esatto». «Stammi a sentire, questa è stata prassi comune in tante di quelle guerre coloniali americane che ormai ne ho perso il conto. Ma non sono stati gli americani a inventarsi il legame tra il testosterone e il piacere di uccidere, soprattutto quello di uccidere gente indifesa dall´alto del cielo, così come l´America non è certo l´unico paese che avvelena la propria terra». «Cosa stai cercando di dire?» «Che lo fanno tutti, se ne hanno l´opportunità. E allora perché te la prendi con l´America?» «Devo essere un artista americano». «Vuoi fare del sarcasmo?». «Io?». «Sì, tu». «Io, così serio e solenne?». «Sì, tu». «Ciao, me ne torno al mio ameno deserto». (...)
* * *
«Eccomi di ritorno». Silenzio. «Ci sei?». «Pensavo che non saresti tornato». «Oh, sono un uccello cocciuto». «Su questo non c´è dubbio! Ma ti ammiro, davvero, perché non ti dai per vinto». «Mi dico che se continuo a cantare, un giorno la cosa vi si ficcherà in testa». «Be´, la tenacia è una virtù. E le fotografie sono indimenticabili». «Però preferiresti dimenticare ciò che ti ho mostrato, non è così?». «Certo. A chi piace sentirsi sempre più impotente?». «Ma non dimenticherai». «Non potrei dimenticare quelle foto neppure se diventassi cieco». «Strano che parli di diventare cieco. Perché è proprio il tema della predica che avevo intenzione di farti. Pronto per una predica?». «Spara». «Oh, Dio». «Che, non sai stare allo scherzo?». «Gli scherzi non esistono». «Bisogna avere un po´ di senso dell´umorismo. Serve a sopravvivere». Silenzio. «Va bene, va bene». Silenzio. «Su, ti ascolto». «Ecco la mia predica. Come forse saprai ci sono due forme di cecità. La cecità retinica, che provoca il deterioramento degli occhi, e la cecità corticale che deriva da una lesione cerebrale, e lascia gli occhi integri». «Molto interessante». «Il punto è che chi è affetto da cecità corticale in un certo senso continua a vedere, cioè, a ricevere impressioni visive. Ma si considera cieco perché queste impressioni non raggiungono l´area molto più limitata della consapevolezza. E´ stato dimostrato di recente da un esperimento». «Mi piacciono gli esperimenti». «Sì, lo so. Be´, comunque, prendi una persona cieca da un lato, diciamo il destro. La fai sedere a un tavolo. Le fai voltare il capo a sinistra. Poi metti degli oggetti, per esempio una tazza o un candeliere, sul lato destro del tavolo. Se chiedi alla donna, perché si tratta di una donna, "che vedi sul lato destro del tavolo", ti risponderà "niente, lo sai che da quel lato sono cieca". Supponiamo che tu risponda "sì, è vero, da quel lato non vedi, sei cieca. Ma se potessi farlo, immaginiamo che tu possa vedere, in che punto del tavolo credi si trovino gli oggetti?". E allora, miracolo, la donna, con una leggerissima esitazione, tenderà il braccio, aprendo la mano quel tanto che basta per afferrare il sottile candeliere, e poi l´allargherà per prendere la tazza». «Caspita! E´ un fatto vero?». «Sì. Ma quella che ti sto raccontando è una storia. Mi avevi chiesto una storia. Eccoti una parabola». «Il cui significato sarebbe...?». «Succede lo stesso per le nostre azioni. Così come sappiamo molto più di quanto siamo consapevoli di sapere, possiamo fare molto più di quanto crediamo di essere in grado di fare. Prova a porre una domanda diretta: "che cosa possiamo fare per rimediare alla distruzione della terra e alla marea crescente della violenza umana?". La risposta sarà: "niente". Esseri umani contro animali, uomini contro donne, storia contro natura? Niente. Ma che succederebbe se dicessimo: "giusto, non si può fare niente. Ciò nonostante, se immaginassimo, solo per ipotesi, anche se è chiaramente impossibile..."». «Capisco», disse il discendente di Noè.

«Sì», disse l´uccello. «Una prospettiva diversa per la volontà. Perché è chiaro come il sole, o come la luna: le foreste vengono abbattute, le acque avvelenate, l´aria si fa sempre più oscura e tossica. E nella loro arroganza i governi continuano a imporre efficacemente la loro potenza - a terrorizzare, a colpire, a massacrare, a sfruttare, a depredare. Giusto, non si può salvare il mondo. Ma, se agissimo comunque come se fosse possibile farlo? Allora forse...». «Capisco». ripeté il discendente di Noè. «Sì», disse l´uccello del malaugurio, rianimandosi un po´. «Rimarrebbe una minima possibilità di salvare il mondo».
 

(traduzione di Paolo Dilonardo)