A proposito dell’articolo “L’insostenibile
peso della competizione” di Armando Catalano
ovvero gli
orfani dell’utopia
Le note
critiche non hanno ovviamente nessuna presunzione di indicare risposte ad un problema
interessante la cui risoluzione, se condivisa, potrebbe essere un/il punto di
partenza per la riscossa da questa stagnazione culturale.
Un contributo di idee e di
esperienza - come si direbbe con un linguaggio arcaico - che consta di due parti:
1- riflessioni sulle
argomentazioni dell’articolo
2- riflessioni nel merito
dell’articolo
1a Fin dall’inizio non è chiaro l’assunto del
ragionamento forse perché si presuppone già che l’autonomia sia da esercitare
secondo una logica di mercato: gli studenti sono clienti, le altre scuole sono
concorrenti, la qualità del servizio si misura sugli optionals e non sulla
trasmissione di saperi duraturi.
Un assunto piuttosto invecchiato visto che perfino i più
strenui difensori dell’idea del mercato = competizione = miglioramento delle
prestazioni avranno qualche dubbio considerato lo scardinamento dei servizi che
la privatizzazione ha provocato: i treni in Inghilterra, il blackout elettrico
negli USA, i costi delle RC auto in Italia ecc.
Che questa idea venga data per scontata negli USA, e
pertanto susciti qualche perplessità in un intellettuale intelligente, è
comprensibile; lo è un po’ meno in Italia finchè il 50% degli italiani ancora
non condivide questo allineamento al modello americano come risoluzione dei problemi
del mondo.
Conclusione: il concetto di “autonomia” è
ancora da chiarire.
Superata la fase della definizione del concetto di
“autonomia da chi”, restano allora poco chiari i termini “autonomia di chi” e
soprattutto “autonomia per quale fine”
A parte tutti i problemi della valutazione degli esiti.
(robetta)
1b Perché mai le scuole dovrebbero “entrare in
competizione tra loro per superarsi in termini di qualità della formazione che
offrono” Non crederemo ancora che la formazione si misura con i test o parliamo
degli optionals?
Sono ancora da definire i
termini del problema: autonomia come gestione responsabile di mezzi e risorse
per un fine che non è l’efficienza della struttura, ma la creazione delle
condizioni migliori possibili per la trasmissione dei saperi o l’autonomia come
possibilità di gestione responsabile di risposte diverse ai singoli e diversi
bisogni culturali – formativi - educativi di persone diverse tra loro.
Verrebbe da dire:
entrambe, ma l’analisi non è la stessa.
Non so cosa sia la “sana
competizione” perché la competizione è competizione e la competizione “insana”
credo sia un problema di codice penale.
Il meccanismo di gestione
dei servizi deve essere efficiente (le segreterie devono funzionare, i rapporti
con le famiglie devono essere affidabili, le informazioni extra moenia devono
essere certe, gli atti amministrativi in regola….) e ci deve essere un responsabile (signori dirigenti e direttori lo stipendio è sostanzioso a differenza
degli insegnanti!)
La competizione nei
rapporti educativi è praticata da chi ha una concezione della vita di tal
genere, ma anche qui bisogna definire bene i termini.
Che nei rapporti educativi
all’interno della classe ci siano insegnanti che esaltano i più bravi e
umiliano gli altri educando una generazione di ambiziosi è una triste realtà,
ma ci sono anche genitori che credono di far emergere i figli solo azzoppando
gli altri compagni/concorrenti.
Mi ricordo però che la mia
maestra delle elementari ci chiamava in due alla cattedra e facevamo la gara delle
tabelline - orribile cosa per i moderni indulgenti pedagogisti-; però io le
tabelline le ricordo ancora, mentre mia figlia, se le chiedo quanto fa
7x8,corre a prendersi una protesi della memoria: la calcolatrice.
Conclusione: o
procediamo sempre più verso la completa privatizzazione del servizio - scuola
introducendo anche un’ipotesi di profitto (è stata introdotto per ora solo un
premio al lavoro aggiuntivo con il Fondo di Istituto: numero di studenti
=numero di classi = risorse finanziarie = benefit anche sostanziosi per capi di
istituto, direttori e docenti) e allora la competizione tra/nelle scuole
diventa realtà oppure dimostriamo che i
servizi essenziali devono essere gestiti da un Ente pubblico con regole
pubbliche, controlli pubblici, costi pubblici e l’efficienza di chi rischia
qualcosa di proprio.
Altra
cosa è la competizione nel rapporto educativo che attiene ai modelli di vita di
ciascuno, al suo sistema di valori, alle relazioni più o meno consapevoli che
intrattiene con gli altri coinquilini del pianeta, quale che sia la loro età,
figli, allievi o vicini di casa.
1c C’era una volta l’utopia
Sono passati già 14 anni
dalla caduta del muro e ancora ci vergognamo a pronunciare la parola
“ideologia”
Solo la Chiesa ha mantenuto
una concezione etica del mondo.
La “natura” umana è quella
che studiano i biologi, il resto è prodotto/scelta della società, della storia,
struttura e sovrastruttura (per carità
non diciamo a nessuno chi ha inventato queste parole perché sono all’indice
della nostra coscienza) Lo hanno chiarito duemila anni di ricerche
filosofiche e perfino il Concilio di Trento quando ha deciso che l’arbitrio è
libero e non servo.
Conclusione: la cultura dominante – americana – si misura anch’essa sui risultati
a meno che non siamo già persuasi che ha ragione chi vince. Transeat gloria
mundi
L’idea di solidarietà, di
socializzazione, no profit sono giocattoli da adolescenti boy scout o proviamo
almeno a pensare che un po’ appartengono ancora alle nostre scelte?
Siamo partiti dalla scuola
italiana e siamo già arrivati alla rotazione cosmica terrestre, prigionieri di
un’astrattezza ideale/ideologica che è stata il disastro provocato dagli
intolleranti di tutte le parrocchie quando si sono dimenticati degli uomini in carne
e ossa.
Si diceva: se una farfalla
sommuove le ali in America, in Cina
esplode un terremoto, ma io mi limiterei nel parlare
E in ogni caso non mi
sembra proprio che la “competizione” sana o insana, gara o conflitto armato
fosse estranea al modello del socialismo reale. Stakanov non era un
pluridecorato operaio sovietico?
Non è questione di modelli
concettuali ma di storia
1d Interessante la questione se la competizione
sia produttiva e se rassereni i cuori. Pavese diceva che “lavorare stanca” ma è
morto nel 1950.
Io che
sono una vedova del ’68 ricordo bene le interminabili discussioni sul passaggio
dal nefasto sistema tayloristico nei sistemi di produzione (Tempi moderni di
Chaplin) al più umano e produttivo lavoro per squadre, mi pare introdotto dagli
svedesi. Adesso ci sono i robots e la questione si pone ad altri livelli, anche
se con un ragionamento brutalmente jurassico credo ci sia una certa differenza
tra lo stress di un operaio di Termini Imerese e lo stress di un manager della
Ferrari che deve versare una parte del suo sostanzioso stipendio ad uno
psicologo dove non ha il tempo di andare.
La
qualità della vita dei managers è il problema?
Se
invece parliamo della competizione nei rapporti interpersonali come stile di
vita diffusa, dalle spiagge ai supermercati, i termini della questione mi
sfuggono perché troppo estesi e soprattutto privi di alternative che non siano
una raccomandazione ad essere buoni e pazienti. Basta un prete
Siamo
tutti fratelli
Io però
alla sera in centro da sola non ci vado, perché io certi personaggi li
considero anche fratelli, ma loro non mi considerano affatto una sorella. I
fratelli sono sempre almeno in due,o no?
Sulla
produttività della competizione ne sapevano molto i contadini dell’ottocento
quando decisero che una trebbiatrice meccanica era troppo costosa per uno solo,
potevano però acquistarla insieme:le chiamarono cooperative
In
tempi recenti e su questioni meno serie mi ha stupito l’intervento di un
giornalista sportivo, lo scorso anno, al termine di una gara - competizione di
F1 che, commentando una nuova vittoria di Schumacher, ebbe a dire che sì era
bello che la Ferrari avesse vinto di nuovo ma anche scontato, e la gara era
stata noiosa, temeva un calo dell’audience.
Chissà
se è contento adesso che la Ferrari perde?
Ma
anche quel giornalista avrà un problema di pagnotta.
Conclusione: il termine “competizione” assunto come comune denominatore di fatti
diversi perde di significato.
Altra cosa è il problema
etico a cui rinvia: credevamo che ognuno di noi fosse un’opera d’arte, figli di
Dio o cittadini del mondo con diritti e sovranità e invece abbiamo scoperto di
essere merce in un grande magazzino: passiamo di moda e andiamo in
svendita.
E’ questa aridità morale
che ci mette a disagio.
1e Sulla cultura della
cooperazione per gli alunni della scuola dell’autonomia sono d’accordo su
tutto, comprese le perplessità sull’uso dei test che mi sentirei di esprimere
in modo meno “sommesso”
Ritorna il vecchio
problema se è possibile una valutazione oggettiva ,non affidata alla
discrezionalità, emotività, pregiudizio o saggezza di un docente.
Il dilemma è sempre tra i
due rischi: è meglio accertare le conoscenze con un meccanismo uguale per tutti
ignorando i contesti sociali di provenienza, le storie personali, gli stati
d’animo e le fantasie dei singoli individui insegnante compreso, o è meglio
affidarsi ad accertamenti individuali, insegnante compreso, usando come
strumento e oggetto di valutazione anche l’intuizione, la sensibilità, le
conoscenze di vissuti, le potenzialità, le reazioni del carattere sull’
autostima…?
Io considero più umana la
seconda e so quanto siano decisive le relazioni personali nell’apprendimento,
relazioni con l’insegnante ma molto molto di più con i compagni.
L’uomo è un animale sociale
diceva Aristotele, gli studenti hanno bisogno di relazioni empatiche come
dell’aria per vivere.
Anche
noi del resto con la differenza che se in gruppo sociale ci sentiamo a disagio
ce ne andiamo potendo e se è lavoro ci pagano, gli studenti?
Ci sono compagni di classe
competitivi; emergono qualche volta i più bravi, sempre i più ambiziosi.
Motivo per cui io credo
molto di più nella discontinuità delle esperienze che nella “continuità”
di gruppi in cui si riproducono spesso
meccanismi di emarginazione e di pregiudizio, o crediamo davvero che i giovani
siano per definizione fanciullini innocenti?
Contano le esperienze
personali: ho conosciuto studenti (anche
insegnanti) capaci di perfidie
incomprensibili, ho conosciuto studenti che hanno molto sofferto per le
cattiverie dei compagni e hanno potuto esprimere la loro reale intelligenza
solo quando si sono finalmente liberati della loro presenza. C’è chi resiste a
questi dolori, molti restano schiacciati. I docenti non se ne accorgono quasi
mai perché sono troppo presi dai loro test di verifica per guardare negli occhi
e nel cuore le persone che hanno davanti, e talvolta del resto condividono le
stesse perfidie.
(fine dello sfogo)
Conclusione: il problema dell’oggettività della valutazione è irrisolvibile, perché la valutazione è soggettiva; si deve
cercare di renderla anche giusta
Nell’apprendimento i
sistemi di comunicazione sono molto più importanti delle tonnellate di carta e
costose cartucce di inchiostro che si sprecano per i test, solo che è più
facile e meno rischioso compilare dei quesiti che mettere in discussione le
proprie relazioni personali e comunicative.
Ma si parla di
comunicazione nelle scuole?
1f Per quanto riguarda i docenti la presenza di
una cultura della cooperazione mi sembra più un auspicio che una realtà.
La socializzazione delle
conoscenze produce altre conoscenze e innalza il livello complessivo della
ricerca oltre a creare spirito di appartenenza e quindi tensione al risultato.
La virtù è premio a se
stessa.
E i soldi chi li prende?
Comprendo come un
dirigente desideri vedere i suoi docenti lavorare in letizia, secondo il motto
francescano, ma anche quello della scuola è prima di tutto un lavoro, e quindi
organizzazione, direzione autorevole, distribuzione di premi, riconoscimento di
ruoli, competenze e responsabilità.
Conclusione: il dirigente e il direttore sono responsabili dell’organizzazione
della scuola e dei risultati che ottiene: hanno gli strumenti – fondo di
istituto - per creare consensi e far
valere autorevolmente le proprie decisioni.
I docenti non chiedono di
meglio che lavorare in una scuola dove finalmente chi dirige sa anche assumersi
delle responsabilità.
Sarà scomodo ma questa è
dirigenza, lo sapevano quando l’hanno voluta.
Altra
cosa è la rete fra scuole e non c’è dubbio che la creazione di poli di servizio
è la migliore soluzione perché l’isolamento autarchico non ha mai prodotto
buoni risultati, è sempre stato costoso e inefficiente; ma parliamo di servizi
di supporto alla funzionalità della scuola non della trasmissione dei saperi e
dell’apprendimento che richiede altre analisi e capacità di relazioni tra
individui, anche se i modelli si possono sempre confrontare tra loro e dagli
altri c’è sempre qualcosa da imparare
(grande pensiero)
Conosco ottimi esempi di
Direzioni didattiche che funzionano in rete, ad esempio per l’aggiornamento, e
mi pare con buoni risultati
2a Ogni
istituzione scolastica è autonoma nelle forme organizzative, nelle scelte
didattiche, nell’uso delle risorse.
Chi la dirige ne ha la responsabilità.
E’ una realtà irreversibile che non c’entra niente con la
privatizzazione e quindi non prevede necessariamente la competizione tra
scuole, almeno finchè la scuola è servizio pubblico.
La privatizzazione dei servizi è invece una pericolosa
scelta politica ispirata ad interessi economici o all’imitazione servile di
modelli americani.
Si dovrebbe poter dimostrare che hanno ottenuto buoni
risultati, ma non mi pare che il modello di istruzione anglosassone abbia dato
buoni esiti; pertanto il problema della competizione tra scuole non è un nostro
problema. Non è ancora un nostro problema.
Intendo dire che la questione non è se l’autonomia
scolastica introduca insana competizione tra scuole, ma fino a che punto si è
spinta la privatizzazione della scuola pubblica nel quadro della volontà di
privatizzazione dei servizi.
Partirei da un’onesta, laica e fredda rivisitazione dei
motivi per cui riteniamo che la scuola deve rimanere un servizio pubblico a cui
si accede in ogni ordine e grado per interesse e non per censo
La scuola deve restare autonoma, gestita con efficienza,
collegata in rete di poli di servizio alle altre scuole, in collaborazione con
Enti locali ecc.
E se i dubbi degli intellettuali americani sul loro sistema
scolastico ,competitivo, ci aiutano nel ragionamento a dimostrare che avevamo
ragione noi a volere la scuola pubblica, tanto meglio.
Sappiamo che la scuola deve restare pubblica nella
gestione, autonoma nel funzionamento, ma per quali fini?
La riforma Berlinguer stava dando risposte, la riforma
Moratti ne dà altre: resta la stagnazione delle idee
2b Abbiamo sofferto per troppi anni
l’inefficienza di scuole che si reggevano solo sulla disciplina professionale
di tanti insegnanti e personale non docente, mentre la macchina complessiva era
abbandonata all’applicazione ottusa di direttive altrui: contava l’aver fatto non l’aver fatto bene.
Tanto nessuno era
responsabile mai.
Idee come “efficienza” e
“responsabilità”, quando finalmente sono state dette, ci hanno dato speranza:
rispondevano al codice etico dei tanti che facevano volentieri il loro lavoro e
avevano a cuore quei giovinastri che si trovavano davanti ogni mattina.
Nessuno ha per questo mai
pensato che si trattasse di competizione a parte coloro che nel loro delirio
erano clonazioni degli stessi che trent’anni fa sostenevano che la non scuola
era meglio della scuola, perché la vita è natura. E stupidaggini di questo
genere, pagate a caro prezzo da un’intera generazione.
2c,d La mancanza di un’etica sociale prevalente,
religione o ideologia, comunque utopia, ha lasciato il posto a questo
individualismo arido: ognuno per sé e
Berlusconi per tutti.
Siamo i discendenti degli
uomini del Rinascimento: si sbudellavano in piazza, ma esaltavano la bellezza
creatrice dell’uomo e la parola che evoca sentimenti e idee. Siamo a disagio.
Ai nostri figli abbiamo
dato tanti strumenti meccanici che consentono di comunicare da soli, senza
vedere con chi parli: senti una voce al cellulare, ma non vedi gli occhi, leggi
le parole sul computer, ma non conosci l’espressione…”Monadi senza porte e
senza finestre” (Leibniz)
Orfani di utopia ci manca
la nostra dimensione mediterranea: l’agorà
Non so se anche il cuore
dei giovani si è inaridito a tal punto da non comprendere più il senso della
parola solidarietà; ma temo che sia la nostra generazione che sta scaricando su
di loro la delusione di non aver costruito un mondo migliore. Forse perché non
si è accontentata di farlo migliore, lo voleva perfetto. O piuttosto perché ha
solo inseguito le sue misere personalissime ambizioni.
Penso a S.Paolo “senza la
carità sei un cembalo sonante”
(citazione a memoria e forse inesatta)
2e,f Qual
è il modello migliore di organizzazione dello studio per innalzare
l’apprendimento?
Ogni insegnante si
organizza come può o come ha visto fare da altri: molti si concentrano sulla materia secondo il
sistema della spiegazione/ripetizione, altri organizzano gruppi tematici o di
livello e c’è anche chi esalta i bravi e li propone ad esempio: la
competizione.
Tutti si disperano per lo
scadimento della qualità dell’apprendimento.
Se vale l’esperienza, i
nodi critici sono ancora gli stessi: troppe materie, troppo dettagliati i
programmi, troppa fretta nell’insegnamento, troppo isolamento del singolo
docente e scarsa collaborazione del Consiglio di classe sia nella
programmazione che nella valutazione.
Ma soprattutto nella
scuola ,come in tutta la società, non c’è comunicazione empatica con i giovani:
sono studenti, numeri del registro, non persone. E loro se ne accorgono.
L’unico linguaggio che ci
è rimasto è quello della pubblicità.
Ho visto degli spot
pubblicitari perfino sulla mancanza di comunicazione: facciamo mercato anche
dei nostri problemi.
Gabriella
Vignudelli