da "Repubblica" - 12 maggio 2003 

Le industrie agricole Usa accusano Bruxelles di protezionismo: "Persi 300 milioni di euro all'anno"

Dollari, lobby e genetica il nuovo fronte del commercio

Sullo sfondo un´altra partita: la diffusione degli Ogm nei paesi emergenti

La contesa sugli Ogm evoca valori etici, modelli di società, sensibilità e paure sanitarie più o meno razionali, dove il compromesso può risultare impossibile.
Per l´America la partita ha un´importanza strategica evidente. Gli Ogm rappresentano ormai il 75% dei suoi raccolti di soia, il 71% nel cotone, il 34% nel mais e dall'anno prossimo dovrebbe cominciare anche la produzione di grano geneticamente modificato. Inoltre le grandi aziende farmaceutiche e agroindustriali Usa detengono la maggior parte dei brevetti in questo campo (altri però appartengono a gruppi privati francesi, che continuano la ricerca in barba ai divieti di Bruxelles). In quattro anni di embargo europeo, gli Stati Uniti hanno perso 300 milioni di dollari di esportazioni allanno. Presentando ricorso all´Organizzazione mondiale del commercio (Wto), le autorità Usa accusano l´Europa di strumentalizzare la salute dei consumatori come un prestesto per praticare il solito protezionismo in favore della potente ed iperassistita lobby agricola. La pericolosità degli Ogm, infatti, non è mai stata dimostrata.
Gli scienziati in realtà sono divisi e quella sul Frankenstein-food assomiglia a una guerra di religione. Da un lato è vero che non sono mai stati riscontrati effetti nocivi su chi consuma alimenti trattati dalla biogenetica; d´altra parte la sperimentazione non è abbastanza antica da poter escludere conseguenze sanitarie nel lungo periodo. In America la Food and Drug Administration, pur considerata assai severa, si accontenta delle verifiche che finora hanno escluso la pericolosità. L´Unione europea ha scelto il «principio di precauzione»: non autorizzare gli Ogm finchè il rischio per i consumatori non sarà ragionevolmente escluso. Paradossalmente, il principio di precauzione si è imposto con la crisi sanitaria della mucca pazza che fu una malattia tutta europea, mise in luce gravi lacune nei controlli sanitari del Vecchio continente, e non arrivò mai negli Stati Uniti. Traumatizzata dalla mucca pazza, l´opinione pubblica europea resta ostile agli Ogm, ribattezzati spregevolmente Frankenstein-food da Josè Bové e dal movimento no-global. Secondo l´ultimo sondaggio Eurobarometro il 44% dei cittadini Ue non vuole gli Ogm a tavola contro il 28% che sarebbe disposto a mangiarli. Questo rende delicato il compito della Commissione europea, che in base alle decisioni prese quattro anni fa dovrebbe comunque togliere l´embargo sugli Ogm alla fine di quest'anno. Perché Washington ha sporto adesso il reclamo al Wto anziché aspettare che la moratoria scadesse da sola a fine anno? E´ un «colpo preventivo» in vista di altre guerre commerciali, e insieme serve a dissuadere gli europei dalla tentazione di prorogare l´embargo.
Lo scontro tra Europa e Stati Uniti finisce per nascondere un'altra partita mondiale non meno importante: la crescente diffusione degli Ogm nei paesi emergenti. I più grossi esportatori di derrate agricole manipolate dalla biogenetica, dopo gli Stati Uniti e il Canada, sono l´Argentina e la Cina, seguite di recente da India, Colombia, Filippine, Messico e Honduras. Questi paesi vedono nella ricerca biogenetica la possibilità di elaborare sementi immuni da parassiti e malattie, quindi di migliorare la produttività dei raccolti. (C´è perfino una corrente di pensiero ambientalista che vede negli Ogm un´alternativa all'uso di pesticidi, insetticidi e concimi chimici inquinanti). Nell'Africa subsahariana si spera che la ricerca generi piante resistenti alla siccità. C´è quindi un ampio fronte di paesi che accusano l´Unione europea di fare del protezionismo mascherato. Gli stessi paesi emergenti, però, hanno un altro temibile avversario: le stesse multinazionali americane che promuovono gli Ogm, vendono i loro brevetti esclusivi a prezzi troppo cari rispetto ai mezzi delle nazioni più povere.