IL NEGOZIO ATTIVO
Pur non
essendo un esperto in acquisti ed anzi odiando il consumismo, mi è capitato
qualche volta di entrare in un negozio e di essere quasi preso per mano da un
commesso, beh, non proprio un commesso, dire quasi un commesso tutor (che nell’ambiente
si chiamerà in un modo sicuramente diverso), che con tanta affabilità ha subito
cercato di capire quali fossero i miei desideri e mi ha accompagnato al settore
giusto, non disdegnando di magnificare via via altra merce che in qualche modo
avrebbe potuto interessarmi. Non ho mai amato questo trattamento ed ho anzi
tentato di evitarlo, preferendo eventualmente una consulenza dopo aver
individuato l’acquisto.
Cosa
c’èntrano le mie tecniche (si fa per dire) di consumatore con la scuola; siamo
di nuovo a paragonare la merce all’istruzione?
Ebbene
siamo ancora lì.
Il fatto
è che io sono un po’ tardo di comprendonio e quando, oltre un anno fa, dopo
l’uscita dei primi documenti ministeriali della gestione morattiana, alcune
teste molto più perspicaci cominciarono a parlare di supermercati e di consumi
a proposito di scuola, io capivo, ma in sostanza non capivo. Mi sembrava più
che altro un esercizio retorico, la solita brillante applicazione delle
metafore.
Mi ci è
voluto del tempo e anche applicazione; ora ho capito davvero. Il negozio
attivo, appunto.
L’istituto
scolastico è il negozio (attivo), gli ordini di scuola sono i supermercati,
tutto il sistema di istruzione è il centro commerciale.
E il
bello (il brutto!) è che la cosa viene da lontano : chi avrebbe mai pensato che
quella semplice trasformazione da E ad O trascinasse tali conseguenze! Che
fosse anzi all’interno di un preciso percorso di trasformazione. Che del resto
c’era da aspettarselo : poteva una società impregnata di consumismo e impastata
di valori legati al soldo permettersi una scuola ancorata a tutt’altro? Certo
che no!
Ed allora
si inventò il PEI, con una accentuazione sull’Educativo, che però ebbe vita
breve (appena un paio d’anni), per far subito posto ad un più consono POF, con
accentazione (e che accentazione!) sulla O.
Offerta,
dunque.
Che ha la
scuola da offrire? Che abbiamo da offrire noi insegnanti?
Ci pareva
(meglio dire : mi pareva) che offrissimo educazione, nella sua accezione più
alta, quella che fa riferimento alla crescita integrale della persona, in cui
l’aspetto istruttivo, quello dei contenuti, fosse mero tramite per
l’acquisizione di componenti più profonde : l’amore per la cultura,
l’autoaffermazione, il processo di crescita, i valori costituzionali, la
centralità della persona, la mondialità, …
E invece
ci sbagliavamo, non era più così; eravamo diventati ormai obsoleti e da lassù
cercavano di farcelo capire con queste strane sigle che noi invece prendevamo
con tale serietà da tentare di coniugarle con la nostra vecchia concezione.
Sforzo
inutile : sono alternative. Si tratta di due sistemi contrapposti, cui non
serve la mediazione; è proprio tutto un altro mondo; il negozio attivo,
appunto.
Ci
divideremo (ci divideranno) in due categorie : quelli della domanda e quelli
dell’offerta; di qua i consumatori, di là gli offerenti, senza alcun intreccio;
anzi gli intrecci sarebbero deleteri; caso mai il tutor…
Apriremo
ogni mattina i nostri negozi, nei quali esporremo la nostra merce :
l’apprendimento della lettoscrittura, le tabelline, la seconda lingua, la
pittura su stoffa, un bel corso di computer, la capriola sul tappeto, … (mi
scuso per la settorialità del negozio, ma saremo affiancati da altri negozi,
non preoccupatevi consumatori, ce n’è per tutti i gusti).
Certo il
consumatore va guidato, potrebbe anche smarrirsi nei meandri quantitativi
dell’offerta; e poi il consumatore va capito, bisogna individuarne i gusti e
persino anticiparli con vere e proprie ricerche di mercato. E tra i consumatori
vanno in particolare valorizzati i bambini e renderli protagonisti
dell’acquisto; chieder loro fin dalla prima elementare (c’è chi dice
addirittura fin dalla materna : sentita con queste povere orecchie dalla bocca
dei tutor formatori del Piano di Formazione sulla Riforma), quali sono le loro
aspettative, le loro ambizioni di vita ed approntare in tutta fretta un vero e
proprio programma di acquisto (naturalmente si chiama Piano Personalizzato,
perché le parole sono un buon veicolo pubblicitario), necessariamente distinto
da tutti gli altri; uno per ciascuno, a ciascuno il suo.
Nel
negozio attivo si entra ogni giorno (ma con molta flessibilità) accompagnati
dalla Famiglia, si scelgono di volta in volta le offerte di acquisto; se
qualcosa non ci piace proprio, possiamo sempre acquistarla nel negozio a
fianco, dove costa un po’ di più, ma è molto più flessibile ed accattivante (e
poi troveranno pure un modo per rimborsarci le spese!).
In ogni
negozio attivo c’è un commesso-tutor che ti prende per mano, ti porta ad
ammirare la merce esposta; non ti fa alcuna fretta, lui; anzi è disposto ad
accomodarsi in un bel salottino adibito allo scopo, per chiacchierare con te
del più e del meno e nel frattempo sondare le tue intenzioni per disporre di
maggiori elementi volti ad indicarti, poi, il percorso migliore all’acquisto.
Se proprio qualche merce non ti garba, il commesso-tutor non si scompone, ti
invita anzi a recarti nel negozio a fianco (la concorrenza non preoccupa,
almeno fino a quando non ci metta sopra gli occhi l’antitrust) e a tornare dopo
l’acquisto, che provvederà lui a certificarne la qualità.
La
Famiglia acquirente non deve avere alcuna preoccupazione : i figli sono in mani
sicure. Il commesso-tutor provvederà a recapitare a casa qualsiasi risultato e
terrà con essa stretti contatti. Nessuno sarà abbandonato. Beh, non è proprio
così… Non per tutti, almeno. E che cavolo! E’ vero che la merce è di ottima
qualità, ma i consumatori non sono mica tutti uguali! C’è sempre qualcuno che
indispone e che è proprio refrattario. Se proprio non gli piace niente, beh,
allora disponiamo di risorse aggiuntive : lo sportello psicologico, quello
sociologico (gestito in consorzio con la USL), quello neurologico (in rete
territoriale). Possiamo addirittura recapitare a domicilio un facilitatore che
l’aiuti nei compiti per casa.
(E’ vero,
quest’ultimo me lo sono inventato; ma tutto il resto è realtà recente o
prossima)
C’è pure
il caso, signora Famiglia, che non ci sia proprio niente da fare e che non
riusciamo a venderle nulla; bisogna che si rassegni a seguire la strada del
lavoro, che, guardi, non è poi una brutta strada, anzi : guadagno immediato e
disponibilità per nuovi consumi.
- Ma
l’educazione? Quale educazione. A quella pensa la famiglia; lei pensi ad
insegnare.
- Ma
l’osservazione dei comportamenti del bambino, ad esempio durante il gioco?
Quale gioco. Le ho detto che lei si deve preoccupare solo di insegnare.
- E la
mensa? Se vogliono mangiare possono accomodarsi al nostro ristorantino
gestito in consorzio con l’Ente Locale; la cifra è modica e i cibi precotti; in
un quarto d’ora se la sbrigano. Anzi, può approfittarne pure lei, così guadagna
tempo.
- Non
mi dica che ha pensato anche all’handicap! Come no, noi pensiamo sempre a
tutto; l’efficienza è il nostro credo, assieme alla soddisfazione della
clientela. L’handicap lo affidiamo a quel tutor tanto bravo (il tutoracca), che
ne riunisce un bel gruppetto e svolge con loro tutto un programma apposito,
così nessuno viene disturbato e ciascuno percorre la propria strada.
- E
io? Beh, lei, se vuole la possiamo riciclare in qualche laboratorio, sempre
che possegga una specializzazione, sennò cerchi di adeguarsi, che non è più
tempo di idealisti…
28/5/2003