LA MOVIOLA.
di Pino Patroncini
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Iniziai a insegnare nel 1971, quando ancora ero al secondo anno di università. Venni chiamato da una scuola media per lavorare al pomeriggio nel cosiddetto doposcuola. Un insegnante se ne era andato a gennaio e io sarei rimasto in servizio come supplente fino a giugno. In quell’epoca di espansione scolastica vertiginosa i docenti laureati non bastavano, le graduatorie di istituto si esaurivano subito, soprattutto in una scuola come quella, in piena campagna, più vicina a Novara che a Milano. Perciò ci si passava la voce tra noi studenti, soprattutto se si conosceva qualcuno che veniva a sapere di queste situazioni. Una manna per chi doveva lavorare e studiare: il mattino all’università, il pomeriggio al lavoro.

C’era una volta il doposcuola
Studio sussidiario e libere attività complementari (LAC) questo il profilo e  la denominazione ufficiale del servizio. In altre parole si aiutavano i ragazzini a studiare e a fare i compiti e si contornava il tutto con attività teatrali, cinema, arti marziali, ceramica, cucina e attività sportive. Una vera ubriacatura culturale in un paesino del basso Ticino nell’epoca in cui la TV nazionale aveva solo due canali, e lì ci si poteva persino ritenere privilegiati perché si prendeva anche quella della Svizzera Italiana.
All’epoca la scuola l’avevo vista solo dall’altra parte della cattedra e non sapevo nulla delle norme che la regolavano. C’erano altri come me, non ancora laureati, precari senza speranza, ma non perciò meno spensierati, mentre altri precari, laureati, incaricati dal provveditorato e prevalentemente operanti al mattino avviavano allora le prime rivendicazioni che avrebbero portato alla loro immissione in ruolo, da “diciassettisti”, nel 1974.
Io avevo uno spezzone di sole 10 ore. Per questo fui avvicinato dal direttore delle locale scuola elementare che mi propose di fare alcuni pomeriggi anche nel doposcuola della scuola elementare. Qui però non mi avrebbe retribuito lo Stato ma il Patronato Scolastico, mitico ente assistenziale comunale che avevo conosciuto da bambino negli anni cinquanta quando mi procurava ogni mattina un bicchiere di latte e una veneziana e una maestrina il pomeriggio per fare i compiti e giocare con la plastilina.
Lavorai nel doposcuola di quella scuola media per altri quattro anni. Nel ’73 mi iscrissi alla Cgil, più che per esigenze di tutela, per rafforzare la sezione sindacale che nel frattempo era nata (naturalmente, data l’epoca, rigorosamente unitaria Cgil-Cisl-Uil). Mi feci le ossa nell’insegnamento, ed anche nei collegi dei docenti e nei consigli di classe. Nei quali però appresi che una parte dei ragazzi aveva comportamenti differenti al mattino e al pomeriggio: alcuni di loro svogliati, insofferenti della disciplina e disattenti nei banchi la mattina, diventavano creativi, pieni di iniziativa e produttivi nelle LAC. Sicché quando la sezione sindacale mi propose di fare un documento sul doposcuola da presentare al collegio lo intitolai molto ambiziosamente “Il regno della libertà e il regno della necessità” ( allora Marx era di moda!). Vi invocavo l’integrazione tra la scuola del mattino e quella del pomeriggio, tra lo studio teorico e l’attività pratica, tra frontalità e lavori di gruppo, tra curricolo ed extracurricolo. Le parole non erano proprio queste ma il senso sì.
 

Di lima e bulino
Non so se le mie aspirazioni furono mai realizzate in quella scuola, perché nel 1974 mi laureai, appena in tempo per iscrivermi alla graduatoria provinciale e venni chiamato subito in un ITIS. Passando di scuola in scuola approdai in un IPSIA nel 1977. Abbastanza tardi per entrare in una scuola omogenea alle altre, ma abbastanza presto per trovare nei ricordi dei docenti più anziani, negli orari di lezione e in alcuni ordinamenti le tracce di ciò che l’istruzione professionale era stata fino a poco prima. Ad esempio, sostituivo un’insegnante di Lettere in maternità la quale però era laureata in…Legge. La disciplina insegnata d’altronde non era come all’ITIS Italiano e Storia, ma Cultura Generale. La maggior parte dei colleghi stessi non erano laureati, e non solo gli ITP, ma anche i docenti teorici di tecnica professionale. Non per questo erano meno validi, ma comunque erano i resti “sanati” di operazioni di assunzione fatte negli anni precedenti quando l’Istruzione Professionale godeva di un regime speciale ed ogni scuola era gestita da Consigli di Amministrazione. E questi erano di ruolo, gli altri per quanto con titoli di studio più regolari erano quasi tutti precari.
Altra particolarità: non esistevano i programmi, ma solo delle bozze. Gli orari di officina coprivano metà delle 40 ore in cui era scandita la settimana scolastica. I miei alunni congegnatori meccanici  facevano 6 ore di macchine utensili, 6 di officina elettrica e 10 ore di officina aggiustaggio: lavoro di lima e bulinatura. Anche gli orari degli insegnanti erano difformi e potevano sfondare le 18 ore. E col terzo anno la scuola finiva: era appena stato aperto tuttavia un corso sperimentale pomeridiano-serale di quarta e quinta con apposita maturità, in cui finiva si e no solo il 10% dei qualificati del terzo anno.
Fu un quella situazione che nel 1978 avvenne il mio passaggio in ruolo.

Il cambiamento dal basso
Nel 1981 fui eletto segretario territoriale della Cgil Scuola ed in quella veste cominciai a confrontarmi con le molteplici forme della realtà scolastica. Trovai così che le cose nelle scuole medie erano andate avanti: in alcune scuole non c’era più scuola e doposcuola, ma si faceva la scuola integrata, con scambi tra mattina e pomeriggio, alternando curricolo ed extracurricolo, insegnamento frontale e laboratori. Anche nella scuola elementare le attività integrative non erano più gestite dal Patronato, ma erano supplenti statali che gestivano i doposcuola. E anche qui non mancavano le scuole che intrecciando mattina e pomeriggio avevano avviato il tempo pieno.
Non era sempre una situazione facile da gestire: alle attività integrative o alle LAC andava chi voleva, alla scuola integrata o al tempo  pieno doveva andare tutta la classe, visto che non si distingueva più tra curricolo ed extracurricolo.  Ne nasceva perciò anche un problema di organici: una scuola tutta a tempo pieno raddoppiava l’organico, mentre con le attività integrative a domanda l’aumento era più contenuto. E tutti questi posti non erano certo calcolabili nell’organico di diritto. Furono epoche di grandi litigi nelle scuole e in provveditorato: tra l’organico di diritto e l’organico di fatto si trovò una via di mezzo, l’organico consolidato, che faceva perno sul fatto che una prima a tempo pieno avrebbe poi dovuto terminare il ciclo.
Insomma a poco a poco, sul campo, l’integrazione avanzava: più scuole integrate, più tempi pieni e con essa aumentava anche nelle scuole tradizionali l’idea che fosse giusto integrare per quanto possibile i diversi saperi e i diversi insegnanti. Anche l’istruzione professionale assomigliava sempre più ad una scuola con la S maiuscola, con docenti conformi all’ordinamento complessivo.
Alla fine anche il legislatore e il ministero se ne accorsero. Sul finire degli anni settanta i nuovi programmi della scuola media invocavano la nuova situazione, nel 1982  la legge 270/82 per il reclutamento dei precari, prese atto che esistevano le attività integrative, i tempi pieni, le LAC, definendo un organico di diritto apposito: la dotazione organica aggiuntiva. La creazione della Doa permetteva l’immissione in ruolo dei “pomeridiani” e non solo: anche degli insegnanti di sostegno e della prima educazione degli adulti, le mitiche 150 ore. Nel 1984 la nuova legge sul tempo prolungato nella scuola media e nel 1985 la riforma elementare sancirono pienamente l’integrazione come principio didattico. Infine nel 1992 anche l’istruzione professionale ebbe per la prima volta un ordinamento con i suoi programmi, la sua maturità, le sue cattedre (quasi) definite.       

Un film già visto
Queste cose non hanno nulla di originale, molti altri come me le hanno vissute. Perché allora raccontare questa specie di film della mia vita scolastica?
Perché quando sento parlare della  riforma di cui è appena stata approvato, con la legge delega, il fondamento, sembra di rivedere alcune immagini di questo film.
Infatti, se non fosse ancora chiaro, questa riforma non ha un’ora X in cui inizierà. Essa è già iniziata, e non solo perché sono già scorsi i titoli, ma anche le prime scene.
Quando si decide deliberatamente di non assumere in ruolo il personale precario pur avendo a disposizione 200.000 posti vacanti, non solo si da il segnale di una prossima dismissione, ma si vuole creare quello stato materiale che la rende concretamente possibile. E si sa dove il precariato progressivamente si anniderà: nell’istruzione professionale, per esempio, prossima al passaggio alle regioni e abbandonata per trasferimento dal personale di ruolo che riesce ad andarsene.
E quando un direttore didattico dovrà scegliere tra un docente di ruolo e un precario chi farà il maestro prevalente e chi il maestro coadiuvante, chi sceglierà? Eccoci tornati in poco tempo a prima del 1982 con la scuola frontale a quelli di ruolo e il doposcuola ai precari.
Quando si decide che i laboratori degli ITC, dei geometri, dei licei non passano allo stato  e i docenti che sono passati vengono minacciati di licenziamento, che per le attività curricolari della terza area non ci sono i soldi se non risparmiando su spazzatura e carta igienica, che per tagliare organici non si attivano indirizzi di specializzazione tecnica o professionale neppure in forma articolata,  che cosa si manda a dire se non che nella scuola di Stato del domani non c’è posto per le attività tecnico pratiche,  né per i “vili meccanici” di manzoniana memoria?
Queste e questi saranno relegati tutti in un’istruzione professionale con più tecnica pratica e meno cultura, addirittura precedente a quella che trovai io nel 1977..
Quando i tagli radicali all’organico e i criteri per applicarli costringono i dirigenti scolastici a ridurre l’attività scolastica a pura frontalità, quando ad onta delle tre “i” le prime cose a saltare con i tagli sono i progetti di informatica nella media, i docenti di trattamento testi nella superiore e gli insegnanti di lingue straniere nelle elementari, che cosa si manda dire se non che sta riducendo la scuola italiana al suo scheletro curricolare? E’ questo il livello essenziale garantito di cui parla la legge delega?
Questo processo è controriformatore non tanto perché va contro il disegno di legge del precedente governo, ma  soprattutto perché va contro l’evoluzione storica e sociale della nostra scuola. E’ antistorico. La legge delega parla di alternanza ma intende apprendistato, dice istruzione professionale ma intende avviamento al lavoro, dice orientamento ma intende predestinazione, dice integrazione ma intende segregazione: chi avrà bisogno di orari più lunghi sarà separato da chi ha bisogno di orari più corti, chi non ce la fa sarà separato da chi ha tutti gli strumenti culturali ed economici per farcela, in una parola i figli delle classi povere e incolte saranno separati dai figli delle classi ricche e colte. 
Un film già visto, dunque, se non fosse che le sequenza sembra svolgersi all’indietro. Come  in una moviola, quella che si usa alla Domenica Sportiva per rivedere i falli non fischiati. Ma quali sono stati i falli in questa storia? L’aver voluto integrare scuola ed extrascuola? Aver introdotto lo studio della letteratura anche per i futuri operai? Aver dato dignità teorica alle attività pratiche? Aver messo la Divina Commedia nelle mani dei figli degli operai e gli attrezzi da lavoro in mano al figlio del dottore? Oppure aver fatto tutto ciò a spese dello Stato, invece che dei mille comuni, degli enti o delle opere pie di quest’Italia sempre troppo lunga e troppo stretta?