dal Manifesto del 17
agosto
Quel motore è
intelligente
Gli studiosi scoprono l'«Open Content», un nuovo modulo di diffusione
delle idee attraverso l'Internet. La società della conoscenza non monetizzata.
Ma i prodotti intellettuali «non profit» fanno gola anche al business
FRANCO
CARLINI
Non
c'è solo il software aperto, Open Source, ci sono anche i contenuti aperti
(Open Content), i quali vengono creati, distribuiti e scambiati secondo modelli
simili a quelli del software, ma anche originali. Ormai il caso dell'Open
Content riceve l'attenzione degli studiosi (sociologi, economisti, politologi)
perché rappresenta un modello nuovo di diffusione delle idee, senza essere
governato dalla commercializzazione e dai profitti. In realtà è un modello
vecchissimo e che ora riemerge con forza. Il «Content» viene distinto dal
Software nel senso che si può considerare «contenuto» tutto quanto, pur essendo
fatto di bit, non è eseguibile: il testo di un romanzo, una
musica, delle immagini, l'orario dei treni. I contenuti digitali hanno bisogno
di appositi software per essere fruiti (per leggere, ascoltare, vedere), ma
sono da essi distinti. Il file con cui questo articolo è stato spedito al manifesto, se «salvato»
secondo un formato di testo (txt) può essere letto da decine di software
diversi, è un contenuto puro, distinto dal programma eseguibile utilizzato per
scriverlo e leggerlo.
Ma cos'è l'Open Content? Una definizione possibile, dovuta
allo svedese Magnus Cedergren, suona così: «un contenuto non prodotto per fini
di profitto, spesso collettivamente, con lo scopo di renderlo disponibile a
ulteriori distribuzioni e miglioramenti da parte di altri, a costo zero».
La gran parte della produzione culturale dell'umanità è
stata di questo tipo, almeno finché non si è capito che sulle canzoni di strada
e sulle narrazioni collettive si poteva fare soldi, trasformandole in dischi
d'autore e in romanzi d'autore. Ma qui ci si occupa specificatamente dei
contenuti creati e diffusi in digitale, di solito attraverso l'Internet.
Lo stesso Cedergren, che nella vita fa il program manager
all'agenzia svedese per l'innovazione (Vinnova), ha cercato di analizzare le
motivazioni dei creatori e distributori di contenuti aperti. Tre gli esempi
analizzati, anche con interviste ai loro protagonisti: Open Directory,
Vikipedia, e l'archivio di filmati di Rick Prelinger.
L'Open Directory Project è una gigantesca opera collettiva,
una sorte di indice del web che non è realizzata da software automatici, ma da
migliaia di persone, pare 50 mila, che volontariamente navigano, esaminano i
siti e li schedano. Rispetto ai grandi motori di ricerca come Google magari
sono meno completi, ma lì dentro c'è dell'intelligenza e delle competenze. Per
esempio, scendendo per le categorie di Open Directory si arriva solo a 21 siti
segnalati sulle onde gravitazionali, mentre Google offre la bellezza di 38.700
pagine per la stessa frase, ma quelli indicati da Opend Directory sono siti
esaminati, valutati e scelti per il loro valore.
Vikipedia, per parte sua, è un progetto altrettanto ambizioso:
si tratta di una enciclopedia universale le cui voci vengono compilate da una
moltitudine di esperti, utilizzando un apposito software che permette di
intervenire e correggere le voci già depositate, oppure di inserirme di nuove.
Infine l'archivio Rick Prelinger fa parte a buon diritto dei benefattori della
cultura: sono 10 mila filanti, molti dei quali «effimeri», conservati,
digitalizzati e resi disponibili al pubblico.
Interrogando gli «attori», in questo caso i produttori dei
contenuti di queste iniziative, Cedergren ha steso questa lista delle
principali motivazioni alla base del loro impegno generoso: E' stimolante
lavorare con gli altri; è importante imparare cose nuove; motivazioni
socio-politiche; possibilità di acquistare prestigio; nuove opportunità di
business; altruismo, beneficio per l'utente finale.
Come si vede i perché sono vari e mescolati: c'è la
gratificazione personale per il lavoro d'ingegno e creativo, ma anche la
soddisfazione del sentirsi utili; c'è il piacere che deriva dall'essere
riconosciuti come esperti, ma anche generale sentimenti sociali, legati al
desiderio di una società più giusta e solidale e colta. Sono stati d'animo del
tutto analoghi a quelli che muovono tanti «volontari», ma con una differenza
tuttavia: questo avviene grazie a uno strumento come la Rete che prima non
c'era e questa stessa rete digitale non è soltanto un utile strumento per fare
più facilmente quello che si potrebbe anche fare alla vecchia maniera.
Piuttosto l'Internet stessa viene percepita come un valore da difendere e da
sviluppare: è insieme utensile e fine della propria attività di condivisione
delle conoscenze e delle idee.
L'insieme di queste pratiche, in molti casi, si contrappone,
quando esplicitamente, quando di fatto, al senso comune che vorrebbe
monetizzare ogni conoscenza. Proprio perché la nostra è una società della
conoscenza, come dicono anche i Bill Gates, non c'è nessun buon motivo, si
pensa e si dice, per ridurla a società della conoscenza monetizzata. La forza
di queste esperienze è tale che contagia istituzioni importanti che di per sé
non sarebbero organizzazioni non profit.
Capita così che proprio nel mese scorso il Massachusetts
Institute of Technology di Boston (Mit) abbia lanciato un nuovo sito: si chiama
Dspace (spazio digitale) e si assegna lo scopo di raccogliere, distribuire e
conservare per le generazioni future la propria produzione intellettuale. Il
progetto affianca la messa online dei materiali didattici del Mit: a regime
tutti saranno disponibili, lineramente e gratuitamente, agli studenti di tutto
il mondo, e proprio mentre, al contrario, altre università, anche pubbliche, si
buttano affamate sul potenzialmente lucroso mercato dell'e-learning.