La
scuola pubblica e il mito dell’emulazione virtuosa
in via di pubblicazione sul n°23 della rivista
"Laboratorio Educativo Meridionale per l'Europa", Edizioni Giuseppe
Laterza.
“… Il costo della formazione non è quantificabile solo in termini monetari… I processi educativi e formativi intenzionali si fondono e intrecciano con quelli della vita vissuta. Il proporsi come educatore e formatore implica la consapevolezza di un alto costo d’investimento tra il docente e il discente. Il costo è la relazione che si instaura tra la propria esperienza e quella altrui. Attraverso l’ascolto si richiede al formatore e all’educatore di esporsi nuovamente agli stessi processi mediante cui si è formato…”
Angelo
Franza[i]
“…Cosa studiamo a fare tutto il giorno? Se la nostra amicizia dipendesse da cose come lo spazio e il tempo, allora una volta superati spazio e tempo, noi avremmo anche distrutto questo nostro sodalizio! Non ti pare? Ma se superi il tempo e lo spazio, non vi sarà nient’altro che l’Adesso e il Qui, il Qui e l’Adesso. E non ti sa che, in questo Hic et Nunc, noi avremo occasione di vederci, eh, ogni tanto?…”
Il
Gabbiano Jonathan[2]
La
delicatezza del momento attraversato dal sistema scolastico italiano rende
particolarmente attuale e significativo quanto affermato da Tisato a proposito
della “gestione sociale” del sistema educativo ed in particolare la sua
distinzione tra epoche organiche ed
epoche critiche, nonché tra scuola democratica
e la scuola della società democratica.[3]
Le
richieste molteplici, confuse e talora contraddittorie che vengono rivolte a
questa istituzione rendono difficile non riconoscere la criticità di un’epoca
in cui il venir meno “dell’influsso armonico dell’ambiente”, si traduce
in una depauperazione progressiva dei suoi obiettivi ultimi (relegati nella
sfera utilitaristica della spendibilità professionale) nonché del valore
democratico di un sistema di istruzione il cui essere pubblico viene sempre più
spesso assimilato all’essere “monopolistico” e refrattario ad un controllo
della “qualità del servizio”.
Se la scuola non è un’azienda, tuttavia nessuno potrà
negare che la scuola è un’organizzazione, per giunta molto complessa e
strutturata, che produce un servizio, anzi un bene, quello
educativo. In quanto tale non può sottrarsi alle regole che governano tutte
le organizzazioni.[4]
[la sottolineatura è di chi scrive].
Non
a caso, tra i “postulati dell’economia dell’apprendimento”,[5]
Tronti e Ceci enumerano la doppia esternalità delle conoscenze,
che delinea la formazione come un bene quasi pubblico,
in cui l’utilità sociale si aggiunge alle utilità che possono direttamente
ricavarne i singoli individui.[6]
Sembra
quindi che il punto nodale della questione, per la scuola pubblica italiana, sia
oggi questo: l’essere un’organizzazione che produce un bene ed in quanto
tale assoggettabile alle leggi di un mercato in cui oggetti di scambio
(caratterizzati da un duplice livello di utilità) sono la formazione, le
conoscenze e la meta-conoscenze.
In
questa maniera, la formazione delle risorse umane,
“finalizzata, settoriale, organizzata e controllata rispetto a obiettivi
ritenuti strategici per conseguenze sociali o produttive determinate”,[7]
diventa prioritaria rispetto a quella di una “educazione per la persona e
attraverso la persona”,[8]
riducendo il valore della formazione umana a quello di mercato. Da
ciò, la promozione dell’isolamento competitivo di scuole, insegnanti e
studenti[9]
come condizione privilegiata per garantire libertà di scelta –
secondo il proprio self-interest –
all’intera “platea dei fruitori del servizio scolastico”,[10]
grazie ad un meccanismo di “emulazione virtuosa”[11]
in grado di garantire la selezione delle organizzazioni e degli individui più
rispondenti alle caratteristiche richieste dall’ambiente istituzionale.
Tutto
sta, a questo punto, comprendere cosa si intende per virtuoso
e quali trappole può nascondere l’emulazione,
se intesa come “imitazione adesiva”[12]
al modello proposto.
Se
le virtù prese in considerazione sono quelle funzionali all’espansione
dell’economia di mercato anche in ambito scolastico (in quanto portatrici di
futuro benessere per il singolo come per la collettività), allora sembrerebbero
verificarsi le condizioni per quella “parziale riabilitazione della tesi del
doux commerce” ipotizzata da Hirschman.[13]
Secondo
questa teoria, che conobbe la sua fortuna nel XVIII secolo, la centralità del
mercato in una società comporterebbe non solo una maggiore produzione di
ricchezza e benessere materiale, ma sarebbe anche foriera di un’azione
moralizzatrice capace di sviluppare nei singoli “una serie di attitudini
psicologiche e di disposizioni morali [maggiore onestà, disciplina ma anche
capacità di mediazione e di risoluzione dei conflitti,] favorevoli” al
prosperare di una buona società così come dello stesso mercato.[14]
In
questa prospettiva, quindi, il mercato e il capitalismo sarebbero stati in grado
di innescare un circolo virtuoso grazie al quale influenzare
beneficamente le relazioni sociali e, al tempo stesso, creare le condizioni
favorevoli ad un’ulteriore espansione del sistema.
L’argomento
dell’effetto integrativo del mercato, sottolinea Hirschman, viene però
abbandonato dagli economisti successivi in quanto inadeguato ad essere applicato
al concetto ideale di “mercato di concorrenza perfetta”.
Le pretese degli economisti di efficienza allocativa e di
massimizzazione del benessere generale sono rigorosamente valide solo per questo
mercato. Implicando un gran numero di compratori e venditori anonimi, che
accettano il prezzo di mercato (price taking) e sono provvisti di informazione
perfetta, questi mercati funzionano senza alcun contatto umano o sociale
prolungato fra due o più parti. In condizioni di concorrenza perfetta non vi è
posto per […] relazioni ricorrenti e continue in seguito alle quali
giungerebbero a conoscersi bene.[15]
Mentre
gli economisti tacevano relativamente agli effetti delle transazioni economiche
sulla coesione sociale (lasciando ai posteri la rivalutazione delle
“deviazioni” dal modello concorrenziale ideale e dei legami sociali che
scaturiscono dalle soluzioni trovate per rimediarvi), Durkheim attaccava
duramente la dottrina dell’interesse del XVII e XVIII secolo, sottolineando la
caducità di un legame di questo tipo, portatore implicito di “un conflitto
latente o differito”[16]
e la sua incapacità di sostituire, mediante la fitta rete di
obbligazioni e relazioni che nascono dalle transazioni mercantili, la
‘coscienza comune’ che legava le società primitive.
Ma
è proprio sul conflitto derivante dal concetto di concorrenza che Simmel si
sofferma per sottolinearne la funzione integratrice indiretta e la sua capacità
di instaurare “forti legami sociali, non certamente fra i concorrenti, ma fra
questi e un soggetto terzo, importante e spesso trascurato: il cliente.”[17]
Una volta che la solidarietà angusta e ingenua delle
condizioni sociali primitive ha ceduto alla decentralizzazione… lo sforzo
dell’uomo verso l’uomo, il suo adattamento all’altro, sembra possibile
solo a prezzo della concorrenza, cioè a prezzo della sfida simultanea contro un
proprio simile per ingraziarsi un terzo…[18]
L’esistenza
del conflitto latente correlato alla competitività ambientale porterà, più
tardi, nell’ambito della teoria ecologica delle popolazioni organizzative,[19]
ad individuare un particolare tipo di legame anche tra concorrenti.
Si tratta dell’isomorfismo, ossia di
quella tendenza (o condanna?) inesorabile dei soggetti “vincitori” della
competizione ad assomigliarsi sempre di più.
Anche
se la scuola ecologica mette l’accento su di un isomorfismo da
competizione mentre quella neo-istituzionalista
su di un isoformismo istituzionale,
nell’osservazione empirica, però, non è sempre possibile distinguere i due
tipi di isomorfismo, osserva Bonazzi, dato che la tendenza ad uniformarsi si
mescola facilmente con la lotta per accaparrarsi risorse scarse.[20]
Nella
prospettiva neo-istituzionalista, utilizzata da J. Meyer e B. Rowan per una
ricerca del 1975 sulla struttura del sistema scolastico americano, potrà
facilmente verificarsi che
il criterio per valutare la qualità e l’efficacia di una
data scuola non [sia] altro che il grado in cui essa si conforma al cerimoniale
delle procedure socialmente stabilite per onorare il mito di ciò che si ritiene
sia la qualità e l’efficienza dell’insegnamento.[21]
Più
sarà alta la conformità alle “‘possenti regole istituzionali’ che
fungono da miti razionali”[22]
(che indicano, al tempo stesso, i fini che sono auspicabilmente da raggiungere e
i mezzi più adeguati per farlo), maggiore sarà la possibilità per la scuola
di ottenere fondi e riconoscimenti sociali (anche in termini di maggiori
iscrizioni) e che i suoi studenti siano, in un futuro, i più richiesti sul
mercato del lavoro.
Il
mito dell’emulazione virtuosa sembra
spingere anch’esso in questa direzione, indicando come punto chiave per
raggiungere qualità ed efficienza quello di introdurre in qualche maniera la
pressione del mercato attraverso la scelta (premiante o sanzionatoria) degli
utenti, rafforzando quel processo di “individualizzazione” della cultura e
della struttura sociale, in base al quale l’economia si sta riorganizzando
come sistema di erogazione di servizi all’individuo.[23]
Ciò
comporta il riassorbimento del sistema pubblico di istruzione nel contesto del
cosiddetto “mercato sociale”, mediante il suo dissolvimento in un indistinto
sistema formativo (grazie anche all’insperato aiuto dell’autonomia
scolastica),[24]
il cui primo passo sembra essere rappresentato dal costante incremento del
sostegno finanziario alla scuola privata (anche sotto forma di utilizzo di
risorse destinate alla scuola statale)[25]
a fronte di una costante diminuzione di quello destinato a quest’ultima, come
ribadito anche dall’art.35 della Finanziaria per il 2003.
In
questa sede, però, ciò che più ci preme sottolineare è che questo mito (così
come tutti gli interventi e i non-interventi istituzionali che lo legittimano e
sostengono) trascura volutamente i vincoli relazionali che influiscono le nostre
scelte individuali e collettive, facendo apparire ottimale una reazione di
defezione del singolo (exit) piuttosto
che una risposta collettiva di protesta (voice).
Facendo propria la prospettiva
ermeneutica dell’economia di Hirschman, si assume che un “attore sociale”,
insoddisfatto di una certa situazione, abbia a disposizione
“due reazioni attive che sono forse anche due
rimedi: l’uscita, o defezione da una relazione costruita in quanto compratore
di una merce o membro di un’organizzazione… e la voce, o tentativo di
rimediare e magari migliorare la relazione sforzandosi di comunicare le proprie
rimostranze, lagnanze e proposte di miglioramento”.[26]
L’opzione
exit sembrerebbe avere un minor
“costo” per chi la esercita avendo dalla sua sia il fattore tempo (procura
subito il bene o il servizio desiderato), sia quello dell’eliminazione
dell’incertezza connessa all’utilizzo della voice,
il cui esito non è garantito a priori.[27]
Il tempo e la fatica richiesti al singolo, i rischi talvolta connessi alla
reazione voice, non è detto che vengano
ripagati, rendendo più allettante per l’individuo (e più comodo per il
sistema) optare per una reazione “muta”, che non dà né chiede spiegazioni,
che non costringe all’ascolto e alla comprensione dei problemi, che non
interroga così come si interroga circa la natura dei suoi legami con il
più vasto contesto sociale e sui suoi bisogni altri…
Malgrado questi problemi, la voce esiste o, meglio, a un
certo punto ha cominciato ad esistere. La sua storia è, in larga misura, la
storia del diritto al dissenso, della citazione in giudizio (Evan, 1975), delle
garanzie contro le rappresaglie, dell’avanzata dei sindacati, [della] voce di
individui e gruppi una volta costretti al silenzio.[28]
Costringere
le singole scuole ad entrare in un meccanismo competitivo regolato dall’exit,
significa privarle della possibilità dell’ascolto, spingerle ad un mutamento
semplicemente esteriore, acritico, finalizzato al conformarsi al modello
vincente sul mercato, qualunque esso sia. Un modello magari determinato da una voice
“traditrice”, che rappresenta principalmente gli interessi “di un piccolo
gruppo loquace”, promovendo il trionfo delle scuole “meglio rispondenti a un
criterio di valutazione utilitaristico, economico, particolaristico e comunque
extraculturale”.[29]
Significa
mortificare la funzione della scuola pubblica all’interno dello Stato,
parcellizzandola in micro-unità che si barcamenano tra nuove istanze
centralistiche e le mode formative del momento, spacciando questo scempio per
una conquista sociale, nella consapevolezza del deterioramento cumulativo
provocato dal meccanismo dell’exit,
soprattutto nei contesti più deprivati.[30]
Significa
trasformarla da riflesso dell’agire sociale,
a riflesso di un agire individuale sezionato, purificato da quelle passioni che
rendono incerti i risultati e non misurabili gli obiettivi, depauperato di
quella complessità specificatamente umana a causa della quale “la dimensione
affettiva, se non tematizzata, compie la sua vendetta interferendo sul
cognitivo”.[31]
Significa
decretarne l’appiattimento sulla dinamica della vita sociale, negandole quello
“spazio metaforico di una rielaborazione cognitiva e affettiva” che nasce
“da esperienze di stupore e di scoperta del mondo” e favorendo le operazioni
di “sciacallaggio” della formazione extrascolastica “sui resti della
scuola e sulla disperazione dei giovani.”[32]
Significa fondare le qualità
delle relazioni che costituiscono il sistema-scuola (che come ogni
organizzazione si fonda sulla comunicazione e cooperazione “tra persone vere
che sono in rapporto con persone vere”)[33]
sulla riduzione del docente a risorsa umana che va sfruttata fino
all’ultimo minuto di servizio e sulla trasformazione del discente in oggetto di
contrattazione formativa.
Significa, insomma, rinunciare
a quella che Massa ha indicato come l’utopia – essenziale e costitutiva –
di umanizzare la scuola…
Ma che senso avrebbe, allora,
fare scuola rinunciando ai non-luoghi dove, di tanto in tanto, docenti e
discenti si ritrovano?
[1]
Appunti presi durante la prima fase residenziale del Master
in “Sviluppo delle competenze cliniche nelle professioni educative e
formative” dell’Università di Milano-Bicocca, Gargnano del Garda (BS),
7-13 aprile 2002.
[2]
BACH
R., Il gabbiano Jonathan Livingston, BUR, Milano 1988, p.73.
[3]
TISATO R., “L’importanza del problema educativo nel mondo
contemporaneo” in GEYMONAT L., Storia del pensiero filosofico e
scientifico, vol.VI, Aldo Garzanti Editore, Milano 1971, p.1033.
[4]
ASSOCIAZIONE TREELLLE, L’Europa valuta la
scuola. E l’Italia?, Quaderno n.2, Novembre 2002, www.associazionetreelle.it/quaderno02.pdf,
p.12. Dall’introduzione di questo documento si apprende che TREELLLE è
una associazione legalmente riconosciuta che “ha come obiettivo il
miglioramento della qualità dell’Education (educazione, istruzione,
formazione) nei vari settori e nelle fasi in cui si articola attraverso
un’attività di ricerca, analisi, progettazione e diffusione degli
elaborati presso l’opinione pubblica, le forze sociali, le istituzioni
educative e i decisori pubblici, a livello nazionale e locale…
L’Associazione è rigidamente apartitica e agovernativa: la peculiarità e
l’ambizione del progetto stanno nell’avvalersi dell’apporto di
personalità di diverse tradizioni e sensibilità culturali che hanno oggi
bisogno di confrontarsi e dialogare in una sede che non subisca
l’influenza della competizione e delle tensioni politiche. I Soci
Fondatori sono garanti di questo impegno. Il Presidente dell’Associazione
è Umberto Agnelli. Il Presidente Esecutivo è Attilio Oliva. Il Chairman
del Forum degli esperti è Thomas J. Alexander, per dieci anni massimo
responsabile dell’OCSE per Education e Sanità.”
[5]
TRONTI L. – CECI A., L’economia della formazione professionale,
“Le peculiarità del mercato della formazione”, Roma 1998. Si tratta di
una ricerca promossa dalla Fondazione Giacomo Brodolini e reperibile presso
il sito dei consulenti del lavoro al seguente URL: http://www.consulentidellavoro.it/edicola/brodolini/econformprofess.html
[6]
I beni pubblici “puri”, invece, hanno “la proprietà di essere
utilizzati simultaneamente da tutti i consumatori senza che vi sia
appropriazione individuale.” MALINVAUD E., Leçons de
theorie microeconomique, Dunod, Paris 1969, p.167.
[7]
MASSA R., Istituzioni di pedagogia e scienze dell’educazione, Editori
Laterza, Bari 1990, p.567.
[8]
PETRELLA
R., La scuola in trappola – Tra “società della conoscenza” e leggi
del mercato, Le Monde Diplomatique, ottobre 2000.
[9]
L’individuazione
delle cause della crisi del sistema scolastico nella non sufficiente qualità
del sistema stesso e nella mancanza di libertà di scelta delle famiglie (o
delle imprese?) è riscontrabile, ancor prima che nel documento della
Associazione TreeLLLe, sia nelle dichiarazioni programmatiche del Ministro
Moratti, sia nel Rapporto Oliva del 1998 in cui si auspica la creazione di
una Authority indipendente che valuti le prestazioni e stimoli a cooperare e
competere, nonché del far proprio “il principio della ‘zero
tolerance’ per insegnanti e scuole che danneggiano gli studenti”.
Sull’argomento, cfr. Dichiarazioni programmatiche del Ministro
dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Letizia Moratti,
Roma 18 luglio 2001, http://www.istruzione.it/mpi/ministro/discorso.pdf;
CONFINDUSTRIA, Verso la scuola del 2000 – Cooperare e competere: le
proposte di Confindustria, Roma 12 marzo 1998, http://www.confindustria.it/DBImg.nsf/HTMLPages/Documenti.
[10]
ASSOCIAZIONE
TREELLLE, op. cit., p.21.
[11]
Ibidem,
p.20.
[12]
Sul
concetto di “imitazione adesiva”, cfr. FRANZA A. M., “Didaxis:
comunicazione → persuasione → apprendimento” in BERTOLINI P.
(a cura di), Sulla didattica, La Nuova Italia, Firenze 1994, p.110.
[13]
HIRSCHMAN A. O., “Interpretazioni rivali della società di mercato:
civilizzatrice, distruttiva o debole?”, in HIRSCHMAN A. O., L’economia
politica come scienza morale e sociale, Liguori Editore, Napoli 1987, p.88.
[14]
Ibidem,
p.76.
[15]
Va
sottolineato, comunque, che Hirschman parla di una riemersione di questa
teoria già nel XIX e XX secolo, “come parte essenziale di un’importante
visione critica dello sviluppo capitalistico. E’ come se questa
tesi, minacciata dal diffuso atteggiamento critico verso il capitalismo, sia
riuscita a sopravvivere cambiando campo”. Ibidem, pp.87-88.
[16]
Sull’argomento, ibidem, p.85
[17]
Ibidem.
[18]
SIMMEL
G., Conflict and the Web of Group Affiliations, Glencoe, Ill., The
Free Press, 1955, p.63 (riportato in HIRSCHMAN A. O., op. cit., p.85).
[19]
Questo approccio, sviluppatosi in modo sistematico negli anni ‘70, ha come
precursore Arthur Stinchcombe che, a metà degli anni ‘60 propose di
“considerare come oggetto di analisi non una singola organizzazione, ma
una popolazione di organizzazioni, ossia un insieme di organizzazioni
omogenee rispetto ad alcuni criteri: ad esempio un insieme di imprese
operanti in un dato settore e/o in una data regione, un insieme di scuole
rivolte allo stesso tipo di popolazione studentesca…” Ciò comporta che
il dato relativo all’esistenza di un’organizzazione si trasforma da
costante in variabile, poiché “…si schiude la possibilità di assumere
che le popolazioni di organizzazioni crescono o diminuiscono, che alcune
organizzazioni hanno più o meno probabilità di altre di sopravvivere o di
scomparire”. Sull’argomento, BONAZZI G., Storia del pensiero
organizzativo, Franco Angeli, Milano 1998, pp.432-433.
[20]
Mentre il primo tipo di isomorfismo è determinato dalla selezione e dalla
sopravvivenza di popolazioni organizzative più adatte di altre a
sopravvivere sfruttando risorse e mercati scarsi, il secondo nasce “...dalla
preoccupazione di ottenere legittimazione sociale e appoggi politici.”
Sull’argomento, ibidem, capp.19 e 20.
[21]
Ibidem,
p.460.
[22]
Con l’espressione “miti razionali” Meyer e Rowan intendono “miti
legittimati dal presupposto di essere razionalmente efficaci, o anche
legittimati in base a mandati legali”, nascenti generalmente “da
interessi che si perpetuano diventando regole istituzionali”. Ibidem,
p.461.
[23]
Sull’argomento,
EURISPES, Rapporto Italia 2000, “L’Italia della società
complessa”, http://www.mix.it/eurispes/EURISPES/R2000/default.htm.
[24]
Sull’argomento,
FIORE M.G., Nella ‘terra di mezzo’ dell’autonomia,
“Laboratorio Educativo Meridionale”, n°22, gennaio/giugno 2002, pp.45-55.
[25]
Nella
Direttiva 27 giugno 2002, n.74, l’ultimo comma dell’articolo 1 prevede
che “per realizzare la massima coerenza e sinergia nella fase di radicale
trasformazione delle scuole verso l’autonomia e verso il miglioramento
dell’offerta formativa [la sottolineatura è di chi scrive], le
iniziative di formazione organizzative per il personale delle scuole statali
sono aperte anche al personale delle scuole paritarie”. Coerentemente con
tale dettato, la Nota 3 dicembre 2002 estende gli interventi formativi
finalizzati ad ampliare le competenze informatiche e tecnologiche del
personale della scuola (CM n.55 del 21 maggio 2002 e CM n.116 del 28 ottobre
2002): agli insegnanti di religione cattolica (equiparati con circolare al
personale “docente di ruolo”); al personale delle scuole private.
[26]
HIRSCHMAN
A. O., “L’uscita e la voce: una sfera d’influenza in via di
espansione”, in HIRSCHMAN A. O., op. cit., p.32.
[27]
Se il concetto di homo oeconomicus e la legge della domanda e
dell’offerta bastano al paradigma neoclassico per eliminare
l’incertezza che scaturisce dalle relazioni che legano l’individuo al
proprio contesto collettivo, Hirschman propone la prospettiva exit
– voice come l’enfatizzazione della complessità che ne
scaturisce, nella consapevolezza che gli attori sociali “sono vincolati e
condizionati nelle loro scelte dal momento storico, dai valori e dalle
passioni in loro incorporati, che non possono – e non devono – essere
mai accantonati ai fini della perfetta metodologia formale”.
Sull’argomento, POMA L., La dimensione ermeneutica dell’economia in
Albert O. Hirschman, Università di Bologna, Dipartimento di Scienze
Economiche, Luglio 1994.
[28]
HIRSCHMAN A. O., “L’uscita e la voce:...” in HIRSCHMAN A. O.,
op. cit., p.34.
[29]
Sull’argomento, HIRSCHMAN A. O., “Uscita e voce: ulteriori
distinzioni” in Hirschman op. cit., p.156; TISATO R.,
“L’importanza del problema educativo nel mondo contemporaneo” in
GEYMONAT L., op. cit., p.1035.
[30]
“...
Il ricorso effettivo all’uscita spesso abbasserà il volume della voce che
altrimenti si farebbe sentire... Per esempio: in seguito ad un
deterioramento incipiente delle scuole pubbliche o di certi centri
cittadini, la disponibilità di scuole private o di zone residenziali nei
sobborghi provocherebbe, attraverso
il meccanismo dell’uscita, un ulteriore deterioramento… Dal punto di
vista del loro effetto aggregato, le decisioni individuali di uscita sono
dannose – un esempio della “tirannia delle piccole decisioni” –
anche perché di solito vengono prese solo sulla base di un calcolo
dell’interesse privato a breve termine, senza tener conto del ‘male
pubblico’ che verrà inflitto, anche su coloro che escono, dal degrado dei
centri urbani e dalla segregazione razziale nelle scuole”. HIRSCHMAN A.
O., “L’uscita e la voce: una sfera...” in HIRSCHMAN A. O., op. cit.,
p.34.
[31]
MASSA
R., Cambiare la scuola. Educare o istruire?, Edizioni Laterza, Bari
1997, p.164
[32]
Ibidem, p.172 e p.177.
[33]
BUTERA
F., E sono necessari, soprattutto, un corpo e una mente reticolari, “Telèma”,
n.13, estate 1998, paragrafo 7. http://www.fub.it/telema/TELEMA13/Butera13.html.