Manifesto 3 ottobre

Quale memoria
GIANPASQUALE SANTOMASSIMO
Di soppiatto, il Senato istituisce una sorta di Liberty Day, pomposamente definito «Giorno della libertà», da celebrarsi il 9 novembre di ogni anno nella ricorrenza della caduta del muro di Berlino. Con «cerimonie commemorative ufficiali e momenti di approfondimento nelle scuole». Intento della legge è condannare «tutte le forme di totalitarismo che hanno funestato il XX secolo, non limitandosi tuttavia ai totalitarismi del passato, ma comprendendo la condanna dei totalitarismi ancora in vita a livello internazionale». (Fra parentesi, specificare quali non sarebbe inutile: saranno magari anche stati coi quali commerciamo intensamente e dove impiantiamo fabbriche a basso costo?). In ogni caso la legge vuol «promuovere, nella coscienza del cittadino, una crescente uniformità di giudizio nei confronti del totalitarismo in quanto tale, senza distinzioni di parte, favorendo in tal modo una serena valutazione delle vicende storiche». Ma è proprio questa richiesta «uniformità di giudizio» - termine un po' sinistro se si discorre di totalitarismo - che in primo luogo inquieta, tanto più se si fa riferimento a un fenomeno di cui, con ogni evidenza, gli estensori della legge non sanno nulla. Il «totalitarismo in quanto tale» non è una categoria dello spirito, ma è un fenomeno storico concreto che trova comprensione solo all'interno del tempo storico che ad esso è proprio, e del suo scenario, che fu l'Europa tra le due guerre.

La tendenza ormai invalsa sembra essere quella di estendere a dismisura il concetto, destituendolo di senso. Nell'ultimo tema ministeriale della maturità si mescolavano in un calderone informe lager e gulag, vittime delle foibe, dittatura di Pinochet e fanatismo islamico in Algeria. Il che fa intendere come ormai l'espressione valga soltanto come deprecazione di un Male generico in funzione dell'apologia del nostro presente, che è, come è noto, il migliore dei mondi possibili.

E' d'uso che ogni popolo commemori le ricorrenze vitali nell'impianto della sua memoria pubblica. La giornata della memoria istituita a livello europeo per ricordare la Shoah faceva eccezione non solo per l'unicità del fenomeno che commemorava ma anche perché quella vicenda coinvolse tutta la popolazione europea. La inflazione commemorativa che si delinea ora attraverso questa ed altre iniziative da tempo agitate rischia, coerentemente col suo impianto concettuale, di destituire di senso lo stesso rito della memoria.

L'estensore della legge precisa che questa nuova giornata consentirà di ricordare «tutte le realtà legate al totalitarismo, anche quelle finora escluse da ogni commemorazione, come ad esempio i martiri delle foibe istriane o le vittime della persecuzione antisemitica nell'Unione Sovietica».

Specificazioni coerenti col vero intento della legge, che è quella di promuovere in sostanza e ufficialmente quella «giornata anticomunista» che da molto tempo il neofascismo tenta di celebrare senza successo nelle Università. Ma perché limitare la nostra capacità commemorativa a questi due eventi? Il genocidio degli armeni, che inaugura il secolo, non è per vastità e dimensioni degno di memoria? Forse sarebbe doveroso da parte nostra anche ricordare i libici e gli etiopici, nonché gli slavi, massacrati dal nostro imperialismo, in misura purtroppo incommensurabilmente maggiore rispetto alle vittime delle foibe. E se proprio ci avventuriamo su questo terreno, possiamo dimenticare gli indiani d'America, vittime della più gigantesca pulizia etnica mai effettuata su scala planetaria? Ma prendiamo atto piuttosto di una semplice e triste realtà: se volessimo commemorare tutte le vittime innocenti della storia ci accorgeremmo che non ci bastano le giornate che abbiamo a disposizione nel calendario.

In Italia abbiamo già una Giornata della memoria che ricorda lo sterminio più immane e insensato della storia europea. E abbiamo già una giornata della Liberazione, il 25 aprile, che racchiude in sé tutto il significato di libertà e di democrazia che il nostro popolo ha saputo conquistare.

Gianpasquale Santomassimo