A proposito di cene e cappuccini…
di Sergio
Mantovani
La
comparsa all’interno della sinistra, anche nel dibattito sulla scuola, dei
sostenitori della necessità di un approccio, come si dice oggi, bipartisan
nell’elaborazione di qualsiasi ipotesi di riforma, mi inquieta e mi
infastidisce nello stesso tempo. L’inquietudine deriva dal fatto che, a mio
avviso, questa ricerca a tutti i costi di un punto di incontro e di una
piattaforma comune di riferimenti politico-culturali con questa destra, non
avendo alcun fondamento ed essendo concretamente contraddetta con le scelte
politiche che quotidianamente il governo compie, non può che portare ad un
indebolimento del fronte di opposizione e della sua capacità di avanzare
proposte alternative da sostenere attivamente nel paese e nel parlamento. Il
fastidio nasce dalla constatazione che ancora una volta non si perde occasione
per introdurre elementi di divisione, soprattutto a sinistra, ma anche
complessivamente all’interno dello schieramento di opposizione, spendendo le
migliori energie per trovare a tutti i costi avversari tra i propri
affini, anziché adoperarsi per opporsi a quelli veri.
Nello
specifico del problema scuola:
a) quale mai accordo bipartisan può esserci con coloro che programmaticamente (nel senso di affermazioni contenute nel loro programma elettorale) hanno sostenuto, agendo poi di conseguenza, la tesi che della riforma Berlinguer, legge dello Stato, non doveva più restare alcuna traccia?
b) quale condivisione di comuni riferimenti politico-culturali potrà mai esserci con chi vuole trasformare l’obbligo scolastico con un incerto ed indeterminato diritto-dovere all’istruzione?
c) tutti d’accordo, qui sì, con il potenziamento e la valorizzazione dell’istruzione e formazione professionale per farne, all’interno di tutto il sistema formativo, l’asse portante di un canale professionalizzante con pienezza di dignità e rispettabilità culturale; ma siamo sicuri che tutto questo si possa fare con chi vorrebbe separare precocemente (fra i 13 e i 14 anni) i percorsi scolastici raccontandoci che poi (tanto per indorare la pillola) saranno studiati modalità e strumenti per passare da un percorso all’altro?
d) è possibile condividere qualcosa di dignitoso con chi considera la scuola come un puro e semplice centro di spesa? Anche nella scuola vi è senz’altro la necessità di razionalizzare, di distribuire meglio ed in modo più funzionale le risorse; per fare questo sarà anche necessario toccare interessi costituiti e consolidati, ma non è con i tagli indiscriminati e al di fuori di un qualsiasi quadro di riferimento condiviso e concordato con le parti sociali e culturali del mondo della scuola, che si possono ottenere risultati significativi e soprattutto migliorativi;
e)
di quale scuola parlare con chi si sta apprestando a frantumare in
una miriade di scuole regionali il nostro sistema di
istruzione/formazione? O pensiamo che non sia più compito dello Stato occuparsi
e preoccuparsi del consolidamento del senso di identità e di comune
appartenenza che deve caratterizzare una comunità nazionale? E non è forse la
scuola uno degli strumenti attraverso i quali le giovani generazioni si
appropriano di quei valori e possono crescere nella consapevolezza di
condividere un patrimonio di storia, di cultura e di civiltà?
Discutiamo
pure, siamo pure aperti al confronto, sono anch’io convinto che della
dialettica delle idee si nutre la democrazia, ma senza mistificazioni e nella
chiarezza degli intenti. Una riforma della scuola, come qualsiasi altra riforma,
non è un fatto puramente tecnico, ma politico nel senso più alto del termine.
Prima di arrivare agli aspetti tecnico-organizzativi è necessario chiarire lo
sfondo ideale e culturale in cui il tutto va collocato. Definirne i valori di
riferimento e determinare i diritti che si intendono salvaguardare, nella
consapevolezza che valori e diritti non sono negoziabili. Solo poi si arriva ai
dettagli tecnici, quelli sì (ma solo quelli) negoziabili.