Libertà d'informazione? The End
di Rina Gagliardi - fonte
www.liberazione.it
(data di pubblicazione su
www.attac.it 11 aprile 2003)
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Una delle "grandi vittime" della guerra, come è già stato detto, è l'informazione. Non parliamo soltanto dei dodici inviati in Iraq, rimasti uccisi in circostanze oscure: eppure, per quanto suoni come una assoluta aberrazione, c'è chi è arrivato a scrivere (come ieri Vittorio Feltri) che "chi ha paura di morire in guerra non vada a fare il reporter, vada a Castrocaro" Né ci riferiamo solo a quell'immenso cumulo di bugie, reticenze e volgarità, davvero quasi senza riscontri nella storia, al quale hanno fatto ricorso, in queste tre settimane, i media arruolati nel corpo dei marines: eppure, è abbastanza incredibili che quotidiani autorevoli, come il Corriere della sera arrivino adesso a descrivere a Bagdad una "festa di popolo" che proprio non c'è stata, e a descrivere i saccheggi di frigoriferi e di suppellettili come una "liberazione". Sono tutte manifestazioni più che inquietanti. Ma il fenomeno che stiamo vivendo, in realtà, è più di fondo: è l'abbattimento di un principio costitutivo della moderna civiltà occidentale che nell'ultimo secolo e mezzo ne aveva fatto un vanto, una peculiarità democratica, un'architrave, appunto. La libertà d'informazione sembra aver simbolicamente subìto la stessa sorte riservata alla statua di Saddam Hussein: precipitata di schianto al suolo, trascinata per strada da un gruppo (non da una folla) come fosse un trofeo, sostituita, sia pure per un attimo, dalla bandiera dell'Impero americano.

Non sembri, questo giudizio, un eccesso apocalittico. Stiamo parlando, in buona sostanza, della più generale risposta regressiva che dall'Occidente viene alla crisi della globalizzazione e dell'egemonia capitalistica: la guerra permanente, preventiva, infinita. La guerra che ha se stessa, solo se stessa, come mezzo e fine del comando planetario - e la prossima tappa (la Siria?) non avrà bisogno neppure del più infondato dei "pretesti formali" (tipo quelli utilizzati per l'Iraq, le ADM, i legami con al Qaeda, la "minaccia" per il mondo, agitati per mesi e mesi, e poi di botto lasciati cadere). La guerra, insomma, che prende il posto di ciò che nel '900 sono state, sia pure con larghe imperfezioni, la politica, la democrazia, la crescita delle masse. Ma questo "nuovo corso" della storia è radicalmente incompatibile, dal punto di vista di Washington e dei suoi alleati, con un sistema informativo dotato di autonomia e di relativo potere.

All'opposto, la libertà di stampa è già in buona misura sostituita dalla "propaganda mirata". In questi ventuno giorni, ne abbiamo già visto alcuni effetti: dai giornalisti embedded agli incredibili programmi patriottici della Fox, fino alla cura meticolosa con cui è stato progettato il vero e proprio spettacolo di mercoledì, in diretta mondiale. E il primo "saporoso assaggio" di libertà televisiva concesso agli irakeni era proprio ieri un solenne messaggio di Bush e Blair trasmesso da una nuova emittente "araba": si chiama Nahawa Al-Hurrieh, Verso la libertà, ed è gestita direttamente dai governi degli Usa e della Gran Bretagna.

Il fatto è che questo non è un trattamento riservato ai soli abitanti del sud del mondo, o al resto del pianeta: da quando è in vigore, dopo l'11 settembre, il Patriot Act, la libertà di stampa negli Usa è sensibilmente ridotta. Un movimento esteso e massiccio, come quello americano contro la guerra, viene per esempio sistematicamente ignorato dai media, non solo dalle grandi catene televisive. E forti minacce repressive si vanno addensando sul futuro di alcuni siti Internet. In nome della lotta al terrorismo, insomma, si può fare di tutto, come considerare superflui il famoso "primo emendamento" della Costituzione o i diritti civili di base di un "moderno Stati di diritto.

Del resto, questa tendenza regressiva si era manifestata in una circostanza che nessuno di noi dimenticherà facilmente: le giornate di Genova. Quel 21 luglio 2001 non solo centinaia e centinaia di manifestanti inermi furono malmenati a sangue, ma per ore e ore vennero sospese le prerogative di quei corpi civili e di rappresentanza - medici, parlamentari, giornalisti, avvocati - sui quali si sostanzia qualsivoglia democrazia liberale. Fu un'anticipazione significativa del processo che poi, dopo l'attentato alle Twin Towers, ha potuto galoppare, col consenso di una vasta porzione dell'opinione pubblica.

Ma, ancora a Genova, si sono visti i corposi segnali di un fenomeno simmetrico e opposto: l'altra informazione che cresce e può crescere nei movimenti, l'uso alternativo della Rete, di media propri, di strumenti autogestitii di documentazione e "narrazione". Un sistema di nuove autonomie mediatiche che ha notoriamente svolto un ruolo rilevante nello sviluppo della protesta no global e della crescita del popolo della pace. E che, con tempi e modalità rapsodiche, riesce talora perfino a incidere su qualche segmento del sistema ufficiale.

Qui, c'è un'ulteriore chiave di lettura della regressione di cui parlavamo all'inizio: i poteri forti rispondono anche e soprattutto a quella che percepiscono come una minaccia, una tendenza non controllabile, una mina vagante nel pianeta. E' curioso. Ma all'alba del XXI secolo è una gloriosa bandiera - la libertà di informazione - che, ancora una volta, viene lasciata cadere dalla borghesia al potere, e raccolta dal nuovo movimento operaio che si va costituendo come soggetto alternativo.