dal Manifesto del 9 novembre
Libera cultura in libera
Internet
Si diffonde sempre di più l'accesso gratuito a pubblicazioni
scientifiche, archivi musicali, testi e dispense universitarie. Un nuovo modo
di vedere la rete che non coinvolge più soltanto i giovani attivisti ma
istituzioni più «tradizionali» come il Mit di Boston e la British Library. E il
governo Usa ammette: il sistema dei brevetti di software può frenare lo
sviluppo economico
FRANCO CARLINI
Succede
una cosa strana nell'Internet: da un lato si commercializza e si privatizza
sempre di più e la rete è luogo di violente campagne di censura e di conflitti
sulla proprietà intellettuale dei contenuti; questo aspetto, peraltro in atto
da tempo, è stato accelerato dai problemi crescenti di insicurezza, terrorismo,
pedofilia. Ma dall'altro, proprio sul terreno più critico del copyright e della
circolazione delle idee, si vanno sviluppando iniziative importanti di
«consegna» al pubblico dominio di materiali che fanno storia e cultura. E si
badi bene, non si tratta di operazioni condotte dai soliti «estremisti» di
Indymedia o dai cultori del movimento per il software libero e aperto; i
protagonisti sono sovente istituzioni importanti e rispettabili, che nessuno
può ragionevolmente accusare di radicalismo culturale. Tra le mosse più
significative c'è senza dubbio quella del Massachusetts Institute of Technology
che è passato da ottobre alla fase operativa della sua messa in rete di tutti i
materiali didattici prodotti dai suoi corsi: a differenza di altre università
che cercano affannosamente di fare soldi grazie all'insegnamento a distanza, il
Mit regala (sì, regala) dispense e esercitazioni a studenti di tutto il mondo.
E sono materiali di grande valore, che si tratti dei corsi di Fisica come di
quelli di Antropologia; così facendo il politecnico del Massachusetts enfatizza
al meglio la vocazione pubblica e civile della produzione culturale e
dell'insegnamento.
Nel frattempo, e sempre sul terreno della ricerca, ha preso
il via definitivamente la Public Library of Science (PLoS), creata da un gruppo
di ricercatori, specialmente di biologia, senza fini di lucro, ma con lo scopo
di rendere pubblicamente disponibile la letteratura scientifica e medica. Plos
Biology dunque è una rivista leggibile e scaricabile gratuitamente da chiunque,
a differenza di quelle classiche che costano centinaia di dollari, ma per il
resto opera come tutte le serie pubblicazioni scientifiche, dove gli articoli
vengono esaminati preventivamente da esperti del ramo e validati per la pubblicazione.
I costi vengono sostenuti dagli autori stessi e questo non solo è ragionevole
(perché essi ne guadagnano in visibilità a autorevolezza), ma non è diverso da
quanto avviene già per le riviste di carta che chiedono agli autori sostanziosi
contributi monetari, contemporaneamente riscuotendo altrettanto sostanziosi
abbonamenti.
Sempre sul fronte delle scienze della vita, una sezione
biologica (chiamata q-bio) è stata appena inaugurata nello storico sistema di
pubblicazione dei preprint chiamato arXiv. I preprint sono materiali provvisori
che vengono sottoposti alla comunità degli studiosi, senza preventiva verifica
e sotto la responsabilità degli autori; servono a fare circolare rapidamente le
idee e i risultati preliminari e in qualche modo anche a rivendicarne la
priorità.
L'organizzazione scientifica non profit inglese Wellcome
Trust ha pubblicato di recente un'analisi dello stato della diffusione delle
conoscenze, intitolato «An economic analysis of scientific research publishing»
da cui trae la considerazione che l'attuale sistema a pagamento «non opera
nell'interesse del pubblico e degli scienziati ma è invece dominato da
un'intenzione commerciale di mercato».
Ma anche su altri terreni cresce la libera messa in piazza
delle idee. Micheal Hart che nel lontanissimo 1971 lanciò il progetto Gutenberg
per rendere disponibili a tutti e in tutto il mondo i libri non coperti da
diritto d'autore, annuncia con comprensibile orgoglio che è stata superato il
numero simbolico di 10 mila eBook; l'ultimo pubblicato è la Magna Carta
inglese. E il suo esempio adesso va contagiando altri settori, come quello
delicatissimo della musica dove è stato annunciato un analogo archivio mondiale
delle composizioni ed esecuzioni storiche. Si chiama Project Gramophone ed è
un'idea dell'americano Jon Noring, appassionato di jazz e fondatore di
un'azienda californiana specializzata in libri elettronici. Noring ha delineato
le linee guida e si sta ora picchiando con le diverse normative internazionali
sul diritto d'autore. Amareggiato segnala che «le registrazioni effettuate
prima del 1972 non sono più coperte da copyright e tuttavia non possono essere
messe nel pubblico dominio negli Stati Uniti fino al 2067!». E questo anche per
i brani che non hanno più alcun interesse commerciale per le majors, ma che
tuttavia rappresentano un patrimonio musicale dell'umanità.
Per parte sua la British Library ha cominciato a archiviare
anche i materiali solo elettronici, come posta elettronica e pagine web, grazie
a una modifica legislativa. L'archivio farà un'opera di selezione sui circa tre
milioni di siti con il suffisso inglese (.uk).
E infine, questione attualissima, il Social Forum europeo
che si svolge a Parigi dal 12 al 15 novembre: per l'occasione gli allievi della
scuola per operatori dell'informazione (École des métiers de l'information-CFD)
hanno creato un'agenzia «effimera» di fotogiornalismo chiamata Alterphoto che
metterà gratuitamente a disposizione dei media indipendenti i materiali
prodotti. In parallelo c'è, sempre a Parigi, Métallos Medialab, spazio di
sperimentazione e discussione per i media indipendenti, analogamente a quanto
avvenuto in precedenza al Forum di Firenze.
La sensazione (o la speranza?) è che malgrado le spinte
sempre più nette all'appropriazione e commercializzazione delle idee, siano in
atto, su molti fronti, robusti anticorpi. E forse non sono soltanto anticorpi
di reazione, ma una voglia di libertà accresciuta e dilagante, se non altro
perché l'imbragamento delle idee nei brevetti e nel copyright, sta facendo
danno a tutti, anche alle imprese dell'innovazione. Il più recente rapporto
emesso dalla Ftc, l'agenzia governativa americana per il commercio, segnala
quanto dannoso e frenante sia il sistema dei brevetti software per lo sviluppo
stesso dell'economia. Il titolo, come si suol dire, parla da solo: «Promuovere
l'innovazione: un equilibrio appropriato tra competizione, politica e leggi sui
brevetti».
PER SAPERNE DI PIU'
MIT Opencourseware:
http://ocw.mit.edu/index.html The Public Library of Science (PLoS):www.plos.org
preprint server arXiv: http://arXiv.org
rapporto Wellcome Trust: www.wellcome.ac.uk
progetto Gutenberg: http://gutenberg.net
progetto Gramophone: www.projectgramophone.org
British Library: www.bl.uk
Forum sociale europeo: www.fse-esf.org; www.alterphoto.com