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Da l'Unità del
02.05.2003
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Americani e
antiamericani di Furio Colombo
Esiste
un sentimento antiamericano a sinistra. Non ha cancellato o
intaccato la memoria della Liberazione che la sinistra, insieme a
tanti italiani, insiste nel ricordare come un patto tra alleati. Ma
la guerra fredda ha certo lasciato ferite, giudizi, pregiudizi,
brutti ricordi. E anche qualche leggenda che continua a raggiungere
come un boomerang le persone più giovani mentre si affacciano alla
vita politica. È un problema e un errore. Con questo sentimento
si confronta la persuasione di molti di noi. E certo di chi
scrive: è il sentimento di un legame profondo e fraterno con un
Paese che ha lasciato una vasta impronta sul senso di dignità e
libertà delle persone nel mondo, una impronta più grande di tante
contraddizioni ed errori. La guerra in Iraq, con la tempesta di
argomenti prepotenti, confusi e irrazionali che l’hanno preceduta e
seguita, con la tenace difesa della pace da parte di milioni di
persone, che si è contrapposta, ha creato un mare di impegno
anti-guerra ma solo margini di sentimenti antiamericani. E infatti
anche gli osservatori più interessati hanno faticato non poco a
estrarre episodi di intolleranza in eventi cui partecipavano
centinaia di migliaia di persone. Ciò non ha impedito il pronto
costituirsi di uno schieramento di capifabbricato pronti a gridare
l’accusa di anti-americanismo, determinati a fare apparire ogni
dissenso della vita interna italiana come «anti-americano», a
dichiararsi paladini e difensori esclusivi di tutto un Paese e anzi
decisi a scambiare - imbrogliando - il loro personale bushismo con
un preteso amore per tutta l’America. A questo singolare episodio
della vita, della cultura e della moralità di una strategia
politica, si propone di rispondere questo articolo. Ci stanno
vendendo una patacca. La patacca è questa. Vogliono farci credere
che George W. Bush e il suo gruppo di persone ossessionate dal
controllo dell’Universo non sono un frammento della storia
americana, non sono un pezzo temporaneo e strano della sua politica.
No, vi intimano di credere che Bush e Rumsfeld (detto
affettuosamente Rummy dalla columnist del New York Times
Maureen Dowd, che lo detesta) e Jay Gardner e Richard Perle e
Paul Wolfovitz e tutta la corte dei miracoli (di tutti i tipi,
tranne che miracoli economici) che abitano alla Casa Bianca in
questo momento, siano «l’America». Vi dicono, anche con toni
minacciosi (come per accennare a un rischio di vendetta), che Bush e
i suoi si mangiano per traverso Allen Ginsberg, e Norman Mailer, che
alla loro presenza potete scordarvi di Arthur Miller e di Henry
Miller, del poeta Frost e del poeta Cummings, di William Carlos
Williams e di LeRoi Jones-Amiri Baraka, che Martin Luther King e i
diritti civili sono dettagli irrilevanti, che Jimmy Carter e i
diritti umani sono debolezze d’altri tempi, che Woody Allen è roba
da imboscati e che Tim Robbins e Susan Sarandon, beati loro che sono
americani, ma non sognatevi di prenderli come modello: fuori
dall’America la loro opposizione non è tollerabile. Tanto che se non
siete della partita Perle-Wolfovitz venite invitati a non
presentarvi alla festa dei partigiani. Chi non marcia con il
generale Franks comunista è. Nel senso antico e persecutorio anni
Cinquanta. E non andate in giro a dire che comunisti non siete mai
stati. Prima di tutto queste sono cose che decidono Bondi (che se ne
intende) e Schifani. E poi la domanda che divide il mondo è: da
che parte stai sulla guerra infinita? Eppure il discorso è
semplice. La cultura americana, la sua complessa folla di volti, di
nomi, di provenienze, di radici, di storie contraddittorie e
incrociate, tutta la tradizione romanzesca da Henry James a Paul
Auster, tutta la sua poesia da Robert Hughes a Kenneth Koch, tutto
il suo humour da Mark Twain a Woody Allen, tutto il suo cinema, da
Frank Capra al Truman Show, dentro questo contenitore che adesso
vogliono venderti col marchio esclusivo «America», prendere o
lasciare, non ci sta. Questa è un’America senza humour, senza
sorriso, senza contraddizioni, senza voci diverse e solitarie, senza
individui che lottano e trionfano da soli, e masse che si sostengono
e spalleggiano nei momenti peggiori, senza il giudice giusto che si
alza verso la fine, senza Bob Hope e Bing Crosby che mettevano e
toglievano il fez per passare indenni attraverso la rivoluzione,
senza lo sguardo straordinario e tragico e ironico di Cabaret
e di All That Jazz. Questa è un’America che non si può
raccontare in un musical, non è un dramma alla Mamet, non è un film
di Altman, non è una canzone di Bob Dylan, non è un racconto di
Cheever, non è una vignetta del New Yorker . Qui nessuno ride
e tutti ti vogliono in marcia, obbediente e ligio a qualcosa, pena
qualche altra cosa. D’accordo, non tutto il mondo è Paese e non
tutti in Europa vivono sotto le minacce di Bondi e di Schifani, e il
disprezzo «macho» orchestrato con cupa allegria dal Foglio.
Ma poniamo che sia vero ciò che vediamo, o vogliono farci vedere
qui. E poniamo che siano, dopo tutto, amichevoli i consigli quando
vi dicono «mettetevi in testa che avete perduto la guerra, e che
dovete fare buon viso a cattiva sorte, come gli iracheni». E
proviamo, come contro verifica dello stato dei fatti, a immaginare
un film sul «governatore dell’Iraq», un film che sia nella grande
tradizione americana. Il protagonista è un certo Jay Garner,
generale in pensione. Profittando della caduta di un tirannico
regime, arriva in un Paese arabo per fare il governatore.
Evidentemente si tratta di un grande equivoco. Non ci sono
governatori bianchi nel mondo arabo. Il problema è dunque trovare un
attore adatto. Woody Allen è troppo intellettuale. Forse Tom Hanks,
nella versione Forrest Gump dell’uomo semplice che capisce e
non capisce, e casca giusto più per moralità che per intelligenza?
Il problema è la moralità. Qui ci sono un sacco di intrighi, affari
e l’attore deve apparire o talmente ingenuo da non capirlo (nella
tradizione di Peter Sellers in Oltre il giardino) oppure una
volpe astuta, malevola, destinata a pagare per il segno negativo
della sua abilità, tipo The Talented Mr. Ripley. Il fatto è
che un simile copione sarebbe rifiutato da un qualunque produttore
americano. È una vicenda del tutto estranea a ciò che fino ad ora
sappiamo dell’America. Governatore? Una follia europea. Il bidone?
Una commedia all’italiana. Personaggi che si candidano a governare
pur avendo sulle spalle condanne a vent’anni per truffa, come l’ex
iracheno Ahmed Chalabi? Sono tipici di un «thriller» francesce che
richiederebbe di riavere i volti di Jean Gabin o Lino
Ventura. Volete una storia americana, tipica, esclusiva del Paese
di cui parlano alcuni di noi quando rifiutano il bushismo, e
continuano a pensare che non sia «tutta l’America»? Eccola qui.
Si chiama Ariel Dorfman, l’acclamato scrittore, il cui nome avete
visto spesso sulle pagine dell’Unità. Dorfman, divenuto
celebre prima a Broadway e poi a Hollywood con La fanciulla e la
morte (la regia del film è di Roman Polanski) è in realtà
cileno. Era il giovanissimo addetto stampa di Salvador Allende al
Palazzo della Moneda quando il generale Pinochet ha preso il potere
con sanguinosa violenza. Il suo nome ebreo, che i militari razzisti
e fascisti di Pinochet hanno scambiato per americano, lo ha salvato
dalla prigione, dalla tortura, dalla morte, che è toccata agli altri
collaboratori di Allende. E lui si è rifugiato in America, si è
laureato in America, è diventato cittadino americano, docente
universitario in America. E in America è diventato l’autore di
successo noto nel mondo. Ma La fanciulla e la morte è la
storia del regime di Pinochet e del suo orrore. Segourney Weaver e
Gene Hackman hanno raccontato agli americani che cosa è un regime
fascista lanciato e sostenuto dagli stessi Usa come presunta
barriera contro il pericolo comunista. Ma il cinema dell’America
che conosciamo è troppo ricco, troppo complesso, troppo ambivalente,
troppo libero,troppo audace, per accettare, così come ce la
raccontano, la storia di Jay Garner «governatore». Subito prima
del maledetto 11 settembre, il film americano più discusso e
importante di quel Paese è stato Nemico Pubblico (Will Smith,
Gene Hackman) storia di un sistema satellitare di controllo degli
individui così perfetto che segnerà la fine di ogni libertà
politica. Il film è dunque la storia di una guerra d’indipendenza di
alcuni cittadini contro il pericolo di silenzio in cambio della
sicurezza, di disciplina in cambio della potenza. Ma il film di
gran lunga più importante dopo l’11 settembre, forse la risposta più
grande e profonda e complessa giunta finora dalla cultura americana,
è La 25esima ora di Spike Lee. Apparentemente è una storia
privata. C’è una famiglia, un amore, un gruppo di amici, una trama
di criminali e di soldi. Da un lato ci si sporge sulla violenza
estrema, dall’altro sulla tenerezza, più forte di amore e passione.
E, alla fine, l’alternativa fra la fuga per sempre nel vuoto e la
prigione. Nei due film colpisce il senso nitido della
complessità. Fatti, eventi, persone, che sembrano giusti e sono
sbagliati, sembrano amichevoli e sono il pericolo, sembrano la
soluzione e sono il problema. Colpisce, al centro del primo film, la
diffidenza profonda contro la tecnologia impersonale e perfetta
destinata a sostituire la inadeguatezza debole e incerta della
democrazia. E al centro della narrazione di Spike Lee esplode
l’invettiva di un Paese contro se stesso, di una cultura che invece
di sventolare bandiere si giudica con cruda durezza, una invettiva
che passa in rassegna ogni gruppo, ogni ceto e cultura e razza. E
intanto la macchina da presa asseconda la voce maledicente mostrando
i volti sorridenti ed estranei di immigrati islamici. Stiamo
parlando di film, soltanto di film, subito prima e subito dopo lo
shock spaventoso dell’undici settembre. Ma persino due film sono
fatti culturali troppo grandi e troppo complessi per entrare nel
piccolo contenitore della vita vista da George W. Bush e dai suoi
adoranti, dai club di persone operose e intraprendenti che lo
circondano, dalla religiosità modesta e pietrificata del
cristianesimo fondamentalista a cui questo presidente americano si
ispira. In questo contenitore non c’è posto per Martha Nussbaum,
la docente dell’Università di Chicago, l’autrice di «Giustizia
sociale e dignità umana, da individui a persone» (in Italia, Il
Mulino): «Per farla breve, la libertà non è solo una questione di
avere diritti formali, ma richiede che vi siano le condizioni per
esercitare quei diritti, e ciò implica la disponibilità di risorse.
Lo Stato, che intende garantire con efficacia i diritti dei suoi
cittadini, deve difendere molto di più di questo scarno elenco di
diritti fondamentali. Dovrà impegnarsi nella distribuzione della
ricchezza, nell’accesso all’impiego, nel godimento dei diritti
locali, nella sanità e nella scuola. Riteniamo che questi diritti
siano importanti valori sui quali un governo deve prendere posizione
a livello internazionale». «Non dobbiamo considerare solo il
benessere aggregato sia di una certa regione, sia di una certa
famiglia, ma dobbiamo considerare la distribuzione di risorse e
opportunità di ogni singola persona, pensando a ogni singola persona
come dotata di linea di diritto di una propria dignità». È un
contenitore, quello che viene spacciato come «tutta l’America» dai
nuovi americanisti, che non ha spazio per la visione del mondo di
Joseph Nye, già viceministro della Difesa con Clinton e ora
scrittore e commentatore tra i più influenti. Non c’è alcun adeguato
tipo di intelligenza e di attenzione tra gli iperattivi di questo
presunto nuovo mondo per «Il paradosso del potere americano» (in
Italia, Einaudi): «A differenza dei secoli passati, la guerra non è
più il grande arbitro. Oggi è molto più proficua l’attrattiva
culturale, l’ideologia, la definizione di priorità, lo stanziamento
di ingenti somme per la cooperazione. Gli Stati Uniti potrebbero
gettare al vento il proprio potere applicando un pesante
unilateralismo. Qualsiasi tentativo di dominio non godrebbe del
supporto interno e stimolerebbe la resistenza a livello
internazionale. Ciò porterebbe alle stelle i costi dell’egemonia. La
cattiva notizia per gli americani è che ci sono sempre più elementi
fuori controllo persino nello Stato più potente. Alla fine di questo
millennio, il paradosso del potere americano consiste nell’essere
troppo grande perché qualsiasi altro Stato lo sfidi, eppure non
abbastanza grande per risolvere problemi come il terrorismo.
L’America ha bisogno dell’aiuto e del rispetto degli altri
Paesi». E non ci sarebbe spazio, nel mini-contenitore politico di
Bush, Rumsfeld, Rice, Wolfovitz e Ridge, rivenduto a noi come
l’unica America, per la grande rappresentazione filosofica e
giuridica del pensiero americano: «Una teoria della giustizia» di
John Rawls (in Italia, Feltrinelli). «Il legame del governo
della gente con la libertà è chiaro. I confini della nostra libertà
sono delicati, incerti. La libertà di solito è ristretta da un
ragionevole timore del suo esercizio. Abbiamo questa conseguenza se
il processo giudiziario manca della sua integrità essenziale. Il
governo della legge ha dunque uno stabile fondamento nell’accordo
con i cittadini. Per avere fiducia nel possesso e nell’esercizio
della libertà i cittadini vorranno che il governo della legge sia
mantenuto con scrupolo ed equanimità assoluta»). Questa è
l’America di cui alcuni di noi si sono occupati per decenni, vi
hanno coinciso con la propria vita, l’America alla cui cultura,
musica e vita tanti nel mondo prestano attenzione con coerenza e
rispetto, l’America che ha detto e contraddetto, fatto e disfatto,
dato e negato. E sopratutto rivelato. È il paese che ha una poderosa
batteria di anticorpi contro i propri errori e i propri mali. È
l’America che ha speso rivelato testimonianze, denunce, evidenze
senza le quali non sarebbero altrimenti mai esistite storie e
vicende che sono state usate contro l’America. Ora vorrebbero
ridurre un immenso edificio con tante finestre, e una straordinaria
ricchezza di voci, ispirazioni e visioni del mondo, ad un bunker che
guarda il mondo da una feritoria, lo divide in seguaci e nemici, lo
giudica senza ascoltare, ed esegue il giudizio in base al potere di
farlo. Mi domando se «anti-americano» - a volte inconscio, a
volte in perfetta malafede - non sia chi ci vende una immagine
pietrificata con il volto di Rummy, la voce di Bush, le idee di
Condoleezza Rice. Ci intima di credere, sotto minaccia, che questo è
tutto ciò che resta del vasto universo chiamato America. Per fortuna
non è vero. |
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