Pietro Folena e Umberto Sulpasso

 

KNOW-GLOBAL

Più sapere per tutti

 

Baldini&Castoldi

 

 

Questo non è l’ennesimo libro sul digitale, ma un tentativo di indicare alla politica –alla sinistra, in particolare-, all’economia e alla cultura pensieri e proposte perché la rivoluzione tecnologica di questo tempo sia nella disponibilità di tutti. Perché gli orizzonti di giustizia e di libertà che hanno animato la sinistra per un secolo e mezzo trovino nell’equo accesso al sapere e nella sua diffusione, a partire da chi vive vecchie e nuove forme di esclusione, il cuore di un nuovo pensiero e di un nuovo progetto. Know-global –la globalizzazione del sapere nell’era della rivoluzione digitale- è la risposta strategica che, con proposte concrete che intendiamo illustrare e con provocazioni culturali, la politica e la scienza insieme possono dare. Know-global, per dare il senso planetario, universalistico e democratico della nostra sfida.

Know-global propone sette temi di riflessione.

 

Tema 1° “Dal No-Global al Know-Global, ovverosia più sapere per tutti”

Los Angeles, tempio di Hollywood, patria di Internet e fra poco di Internet 2. E’ dalla sua università di maggior prestigio –l’UCLA- che Al Gore ha lanciato al mondo la sfida delle autostrade dell’informazione. In  altre parole della madre di tutte le forme di globalizzazione, quella del sapere. Finalità più o meno nascosta di qualsiasi ipotesi imperiale, la tecnologia che la rende possibile, a guerra fredda terminata e mondo monopolare inaugurato, è quella telematica che ha lì la sua culla e lì mette a punto i suoi strumenti più agguerriti: cinematografia, televisione, radio e ora distance education.

Porto Alegre, capitale del Rio Grande do Sul, la sesta città per abitanti del Brasile. Proprio in quel bacino territoriale i gesuiti, alcuni secoli fa, avevano dato vita ad un tentativo di convivenza con gli indios e a una ipotesi di valorizzazione delle qualità umane delle etnie locali che era stato di grande successo, un comunitarismo e una contaminazione mai più conosciute in quell’epoca, poi stroncate nel sangue dai “bandeirantes paulistas”. Oggi Porto Alegre, col suo nome così anticatastrofista, è diventata simbolo di una contaminazione, di uno spirito comunitario, di un cambiamento possibile.

Los Angeles e Porto Alegre sono due snodi della rete globale del sapere. E' nelle linee che da lì si dipartono e, come una ragnatela, girano attorno al mondo, entrando nelle favelas brasiliane come nei grattacieli di Manhattan, nei suburbi devastati dall’AIDS a Nairobi come nella borsa di Hong Kong, che sta il cuore della nostra riflessione: il sapere e la conoscenza visti non in quanto tali ma come fattore sociale e fattore produttivo. La tecnologia è, fin dal principio della rivoluzione industriale, la forza demiurgica del modello di sviluppo occidentale. Ora, con la rivoluzione digitale, il sapere sarà sempre di più il motore determinante dell’equità e della qualità del nuovo sviluppo, il paradigma di ogni rinnovata idea di giustizia sociale. Riconoscere la differenza che esiste tra tecnologia e sapere nell’ambito delle politiche dei paesi e a livello sopranazionale, guardare all’ingiusta distribuzione della conoscenza e a nuove politiche redistributive, sono questi i fattori discriminanti per affrontare le sfide del terzo millennio e progettare una nuova sinistra dell’era digitale.

Ci sono due esempi clamorosi. Il primo è il modello californiano: ogni ambito, ogni comparto economico si definisce proprio a partire dalla capacità di elaborare il sapere, di applicarlo, di renderlo accessibile ai semplici cittadini come alle aziende. E’ un modello –ci torneremo- pagato al costo di un’ingiustizia sociale e un’esclusione formidabili, e che tuttavia ha un dinamismo senza eguali. Il secondo esempio è il movimento no-global: la prima dimostrazione pratica della forza comunicativa della rete, qualcosa con cui tutti i movimenti politici dovranno misurarsi e che è in grado di scardinare anche il monopolio di potere della comunicazione televisiva. Questi giovani disegnano, quarant’anni dopo Marcuse, la prima sinistra post-fordista. Reclamano determinazione e affermano soggettività.

E’ quindi il sapere diffuso, quello prontamente disponibile a tutti, il fenomeno di questo tempo che definisce il nuovo modello comportamentale socio-economico e che governa il senso comune delle nuove società. L’ambizione di intervenire e interferire in questi processi è oggi il valore aggiunto che una sinistra politica moderna, dai punti più poveri a quelli più forti, può offrire al movimento mondiale che reagisce alle vecchie e nuove ingiustizie.

Si tratta di passare da una fase segnata dal prevalere del mercato del sapere ad una segnata dal prevalere del sapere nel mercato. Il caso italiano è significativo: non ci lamentiamo solo degli scarsi investimenti pubblici nella cultura e nella ricerca; ma del fatto che non esiste ancora l’industria del sapere, e cioè una serie di strumenti economici, sociali, fiscali volti ad accrescere massicciamente la dose di innovazione e di tecnologia da immettere nella società, nella scuola, nelle aziende, nella pubblica amministrazione. La destra italiana al governo compie il cammino inverso: attacca la scuola pubblica, dà incentivi fiscali a pioggia, condona.

Il potere imperiale americano è prima di tutto fondato sull’arma strategica del sapere. E’ stato il floppy disk lo strumento di quest’egemonia: come avviene per la moneta, il sapere a disposizione della collettività non è quello prodotto e destinato alla scuola, ma quello prodotto ovunque moltiplicato la velocità di circolazione. Io oggi, senza essere un gran matematico, posso saperne più di Einstein, basta che mi accomodi sulle sue spalle.

Questo processo di accumulazione del capitale cognitivo è curiosamente sfuggito alla sinistra, che tuttavia aveva letto attentamente i Grundrisse di Marx.

E’ stato Steve Jobs, fondatore di Apple e inventore del PC, a far cadere il muro di Berlino, e non una fideistica superiorità del liberismo reaganiano. Il problema che i brontosauri del Cremlino non avevano capito non era di produrre o meno computer –lo hanno fatto- ma di non puntare sulla libera circolazione del sapere, la possibilità di accumularlo e scambiarlo con ignoti, di moltiplicarlo –perché il sapere, a differenza del carbone, quando si usa si moltiplica, non si consuma.

La sinistra europea –giustamente orgogliosa del proprio modello sociale- facendo sua la sfida del Know-Global, deve operare, con massicci investimenti pubblici e privati al di fuori dei parametri di Maastricht, non solo per promuovere la propria innovazione tecnologica, ma per produrre e raccogliere il meglio del sapere del mondo, interferendo e deviando traiettorie di sviluppo tecnologico che sembrano tutte scritte nei masterplans delle multinazionali. Questo è un dato discriminante e identitario: riscrivere un patto sociale attorno al lavoro e al sapere, assumendo l’obiettivo di una radicale trasformazione del modello di sviluppo. Più sviluppo, più diritti, più partecipazione: questa bandiera, piantata nel secolo scorso davanti ai cancelli di ingresso delle fabbriche, deve essere piantata anche sui computer, cancello di ingresso del sapere.

La  digital credit card –una carta di credito a tutti gli effetti, del valore di 5000 euro, data universalmente a tutti i diciottenni, spendibile solo per acquisti di prodotti informatici e formativi- è lo strumento di partenza di questa radicale riforma della società, di un vero e proprio “keynesismo digitale”.

 

Tema 2°: “il keynesismo digitale”

Parliamo di “keynesismo digitale”, nel senso di una reinterpretazione dell’essenza dell’approccio keynesiano alle sfide di ora, in cui lo Stato interviene strategicamente su quello che in questo momento rappresenta a nostro parere l’unico vero possibile volano di attivazione del mercato da parte pubblica, vale a dire il sapere. Keynes, nel 39, in General Theory of the Money, offrì all’Occidente una grande occasione di rilancio basata sulla geniale intuizione dell’osmosi fra domanda, occupazione e reddito. Ora a domanda dobbiamo sostituire sapere: si sposta l’intervento dello Stato dalla domanda incontrollata e indistinta del keynesismo tradizionale a quella qualificata e specifica di generazione della domanda di sapere del keynesismo digitale.

L’interpretazione del keynesismo che ne diede la sinistra rooseveltiana fu la molla che rimise in moto l’economia USA, negli stessi anni in cui in Europa, sulla base di analoghi presupposti, si edificavano le basi materiali del totalitarismo nazifascista. Oggi, per proseguire l’analogia storica, in una fase di acuta crisi del capitalismo –in cui Bush jr. riscopre l’intervento pubblico da destra (spese militari, guerra infinita, scudo stellare)-, si richiede un nuovo new deal dei giorni d’oggi. Bisogna cominciare a dire che il benessere di un Paese non si ottiene dalla pura e semplice situazione finanziaria, ma anche e soprattutto dalla situazione del sapere e da quella della salute. Rivedere Maastricht? Non nel senso di rinunciare al rigore dei parametri comuni (rinuncia che per l’Italia potrebbe rialimentare un circuito vizioso tradizionale): ma nel senso di pensare ad una flessibilità dei parametri –ripensando al problema posto da Prodi, circa la loro “stupidità”- inserendo voci “attive” come il sapere, la salute della popolazione, l’ambiente.

Di fronte alla pacchiana banalità delle “tre I” di Berlusconi (inglese, impresa, innovazione), largamente contraddetta dalle scelte concrete della destra, dobbiamo porci il problema di dare all’Italia un ruolo importante non solo nell’IT, ma nel mondo del sapere. In un mondo più plurale l’Italia, nell’Europa, deve scegliere di concorrere sul terreno più congeniale, quello del sapere. L’Italia, titolare del 75% della materia prima della conoscenza come i documenti storici, artistici e archeologici, deve maturare questa scelta, anche in rapporto al grande negoziato al WTO sul copyright. Il tema è quello di quale motore dello sviluppo accendere. Persino la destra americana, rinunciando ad una visione ultraliberistica, imbocca con la scelta della guerra preventiva e delle spese militari, la strada di un nuovo volano pubblico. Francia e Germania si sono mosse analogamente, e Schroeder e Fischer recentemente hanno vinto, dopo l’era Kohl –il cui motore fu la riunificazione- con un forte messaggio ambientale.

E’ finita l’epoca dello stato minimo. Solo la destra italiana sembra non rendersene conto –anche se persino al suo interno si fanno sentire nuove visioni pubbliche e sociali-.

Rimane la domanda: come ha fatto la destra ad impossessarsi del marchio della libertà? La libertà di fare, di intraprendere, di decidere è sembrata cambiare di campo proprio dopo che siamo stati noi, sinistra, ad aver garantito, protetto e allargato a tutti le libertà. Per di più in un’epoca in cui l’individuo, anche grazie a codici comunicativi imposti dalla rete, ha proprio bisogno di un grande sistema di garanzie sociali per continuare a godere di questa libertà individuale. E' qui la contraddizione che solo la sinistra può risolvere, fra appello alle libertà e forze cogenti e di controllo dei nuovi apparati di comunicazione. Ma perché l’individuo possa essere davvero libero di scegliere ha bisogno di essere garantito sulla libertà dei mezzi di comunicazione, altrimenti la sua libertà verrà barattata con la libertà di pochi di produrre e di fornire la comunicazione. Come si è potuto verificare questo abbaglio di proporzioni gigantesche fra libertà dei singoli nell’interesse dei singoli e libertà degli apparati di comunicazione di condizionare i singoli a proprio beneficio? E’ questa la china da rimontare: non certo in termini comparativi con la destra, ma in rapporto alle nuove generazioni che, proprio seguendo il crinale della libertà e della rete, si sono allontanati dalla politica tradizionale e ora si ritrovano, in nome della propria libertà, a criticare il modello di sviluppo. Da questo movimento non si può prescindere per dare una base materiale almeno alla “pensabilità” di un modo diverso di crescere nel mondo, dopo gli anni del pensiero unico, dal Nasdaq a Berlusconi.

 

Tema 3°  “l’oro del terzo millennio”

Non è giallo, neppure nero, e presenta una strana proprietà: più si consuma e più si diventa ricchi. Non è un indovinello: è l’oro del terzo millennio. Chi lo ha, invece di accumularlo, lo deve consumare in grande quantità se vuole diventare ricco. E’ il sapere: e’ l’oro che dividerà le società e i Paesi fra ricchi e poveri, fra liberi e servi, fra governanti e governati.

Non bisogna fare confusione: parliamo di industria del sapere, che non vuol dire industria delle telecomunicazioni. Non bisogna confondere, infatti, la rete col motore. E’ come se al principio del secolo scorso avessimo sviluppato le strade sperando che per empatia nascesse l’industria automobilistica, e non viceversa. La moderna industria del sapere è il motore, e ha bisogno ovviamente di una rete, e cioè di strade informatiche. Se infatti da quei caselli informatici non facciamo transitare i prodotti culturali che siamo in grado di produrre, di assemblare e di far circolare all’interno e all’esterno del Paese, quelle infrastrutture non servono. La spinta alla nascita di quest’industria, come anche la California dimostra, non può che essere pubblica.

La destra italiana non sembra in grado di muoversi su questo terreno: il suo architrave è infatti rappresentato da un impasto economico e culturale tutto incentrato su una grande azienda, la televisione commerciale, che al governo trasferisce armi e bagagli ideologici e comunicativi propri di quel modello al potere. Questa è stata ed è la forza della destra, ma questa è e sarà anche il suo tallone d’Achille. Se la sinistra ha perso vent’anni fa la sfida della TV commerciale, e ha subìto una débacle culturale e ideale che negli anni 980 si è pienamente manifestata, oggi la destra sembra incapace di uscire dal modello gerarchico tipico di quella tv, e di accettare la cultura e la filosofia della rete e del digitale.

Ma a noi preme la sinistra. Dietro la sfida perduta della TV commerciale, si è provocato un fenomeno legato al cambiamento dei consumi e degli stili di vita.   Il singolo lavoratore è diventato “nuovo produttore” nel momento in cui lasciava la fabbrica e diventava cittadino comune, in cui consumava. Qui si intreccia l’individualizzazione strisciante del lavoro e la pressione mediatica che dà forma ai nuovi standards sociali. Come ha scritto Barcellona, “il desiderio si è staccato dall’individuo concreto ed è stato incorporato nel sistema come motore perpetuo della produzione crescente di oggetti di consumo”. Se il cambiamento in atto è basato su quel sapere particolare che è l’informazione commerciale dei beni di massa, la prima arma da conquistare è il canale di trasmissione del sapere veloce, che fluisce nei canali informatici, e del sapere specializzato che si distribuisce off line. La questione non è prevalentemente economica, ma politica e filosofica: interroga sul senso della società, delle relazioni interpersonali, delle aspettative che gli individui hanno nella vita quando l’informazione commerciale diventa un punto critico del comportamento di ognuno. La critica, con Enzensberger, va sia nei confronti dei santoni del digitale –che prospettano la chimera fatta di uomo e macchina, il cyborg- sia verso i catastrofismi, che hanno lo charme del definitivo. L’invito, per la sinistra è a guardare i rapporti fra chi gestisce la concentrazione del capitale cognitivo e chi deve avere accesso –attivo, non solo passivo- a quel capitale: individui, classi, comunità, popoli del pianeta. Il digital divide, la nuova forma di discriminazione planetaria tra chi sa e chi non sa, oggi inizia nel momento in cui in ogni casa e in ogni aula entra un computer. In quel momento si crea una gerarchia, tra chi può criticare, perché sa, e chi non può farlo, perché non sa. Anche da noi, ci sono due Italie: una che legge e si informa, che è al centro di un flusso di un processo in continua formazione e aggiornamento e che cavalca la scena; e l’altra che ne è esclusa,stretta in una nuova subalternità ai detentori della comunicazione.

Si capisce allora che parlare di industria del sapere non vuol dire che il sapere debba divenire una merce –lo è già, purtroppo-, regolata dalla legge del profitto: esso è un diritto universale, e la sinistra come sua prima missione ha quella di garantire l’accesso equo alle sue fonti e ai suoi luoghi di produzione e di distribuzione. Sciogliere questo nodo, riequilibrare  il quadro delle opportunità, rimettendo sul mercato milioni di giovani, gigantesche risorse produttive, è il nodo fondamentale per il futuro del Paese. Abbiamo detto del caso californiano e americano: già nel 1998 negli USA 75 milioni di persone lavoravano, direttamente o indirettamente, nel circuito del sapere. In Italia la situazione è rovescia: già nel 2001 la protesta degli scienziati e dei ricercatori, guidata da Dulbecco e da Levi Montalcini, e ora dei rettori e delle  università, vanno lette in una logica conflittuale in cui la scienza europea si sente minacciata da una prospettiva di subalternità e impotenza rispetto a quanto avviene negli USA. Lì oggi la formazione è diventata, grazie soprattutto alla distance education, il fulcro dello sviluppo economico. Nel 1999 questo settore realizzava un fatturato di 600 milioni di dollari, e nel 2002 dovrebbe aver raggiunto i 12 miliardi di dollari!

La CGIL, con Cofferati, ha messo al centro questo tema (ricordo il vertice di Lisbona, come unica vera sponda istituzionale europea sulla società della conoscenza): dalla Confindustria non si ha il piacere di sentire alcunché sul terreno di un new deal che parta anzitutto dall’alfabetizzazione di massa con terapia d’urto effettuata nell’interesse non solo dei lavoratori e degli imprenditori, ma della società intera. Non siamo molto distanti dai risultati che intendeva perseguire il movimento operaio nella lotta contro  l’analfabetismo: e non fu quella battaglia a permettere all’industria italiana di misurarsi con quella straniera? Si tratta cioè di produrre e di disporre una domanda sociale più qualificata.

 

Tema 4° “dalla culla alla tomba, le frontiere del diritto alla conoscenza”

L’impoverimento tecnologico e culturale dell’Italia già propone un drammatico rischio di declino.Il caso FIAT è assolutamente emblematico. Il salto che proponiamo è “dalla culla alla tomba”. Col “keynesismo digitale” dobbiamo proporci il salto dell’istruzione –dopo il modello agricolo, in cui durava fino a dieci anni, e dopo quello industriale, fino ai quindici- from womb to tomb.

Questo salto è possibile se definitivamente, nella cultura della sinistra, ci si libera di un filone giacobino e dirigista, che si è espresso tanto in forme di estrema sinistra quanto, più recentemente, in forme ultramoderate. C’è al contrario un filone libertario, democratico e partecipativo che, fin dalle origini della sinistra, ha messo al centro l’individuo e il fattore umano. Il mutualismo, il cooperativismo, il solidarismo ne sono state e ne sono importanti espressioni. Oggi il processo, dal riconoscimento dei più elementari diritti individuali per cui quel movimento si esprimeva, si è esteso. E l’aumentata quota di “intelligenza” contenuta nelle merci, non ha liberato il lavoro ma ne ha fatto il nuovo perno tanto della realizzazione personale quanto delle trame relazionali. Al lavoratore si chiede oggi di lavorare meglio, non solo di più. Ad un tempo il lavoro può diventare più gratificante e meno alienato dal prodotto e più totalizzante e intensivo, fino al punto in cui le sorti individuali sembrano coincidere con quelle dell’impresa.

Ecco perché parliamo di un nuovo patto sociale per il sapere e la libertà, in cui uscire da un’azienda possa essere solo un fatto volontario, per studiare, crescere, riorganizzare la propria vita. Il tema è la libertà di scelta e il governo di sé del lavoratore. Alla flessibilità precarizzante degli anni 90, in questo patto occorre contrapporre una versatilità in cui, nella formazione e nel circuito del sapere, un lavoratore si impadronisca del proprio destino, e della propria crescita.

E’ finito il vecchio modello fordista: funzionava dalla culla alla tomba, ma determinato dall’orologio della catena di montaggio (un certo tempo per studiare, un certo tempo per lavorare, un certo tempo per le ferie, un certo tempo per la pensione). Un sistema rigido. Non regge più, a partire dai punti bassi del sistema: nella fabbrica, in Cina e nelle Filippine, la condizione del lavoro è più simile a quella selvaggia dell’Ottocento, descritta da Engels, che non a quella del secolo socialdemocratico.

Non è un caso che la Silicon Valley, in California, sia l’espressione di un modello che al centro ha il sistema universitario e di ricerca, e un fortissimo sostegno pubblico. L’università, anche col sistema del raccordo coi capitani di industria, è il luogo dell’incontro fra funzione pubblica e impresa. Nell’Università di California, nel suo board, siedono ad un tempo il Governatore dello Stato, altri amministratori pubblici, e i principali imprenditori privati. Certo: l’altra faccia del modello USA, e californiano, è l’assenza di un welfare universale; la povertà, il carcere, l’emarginazione che hanno un preciso segno di classe, di etnia, di censo; e oggi, con lo scoppio della “bolla speculativa”, con i nuovi poveri della net-economy, milioni di persone costrette a lavorare 55/60 ore la settimana, spremuti come limoni, alla prima crisi gettati in strada. Le forme di ribellismo sindacale che si stanno registrando nelle cattedrali dell’innovazione lo dimostrano. L’ex-ministro Reich invita gli europei a non abbandonare il proprio modello di vita. Questo patrimonio sociale europeo si deve incontrare col modello californiano di intervento pubblico nel sapere e nell’innovazione. Accanto al PIL, occorre aggiungere –anche in rapporto al dibattito sui parametri di Maastricht e sul loro superamento- i misuratori del “capitale salute” e del “capitale sapere”.

 

Tema 5° “lo statuto dei diritti del sapere”

I paesi che non sapranno costituire un adeguato ambiente per le forze del sapere, si troveranno presto depauperati della componente critica dello sviluppo nazionale. Anni fa i paesi dell’Est europeo richiedevano a chi voleva trasferirsi all’estero il pagamento delle spese di investimento nell’istruzione effettuato dallo Stato. Per una politica che favorisce l’importazione dei cervelli e non la fuga degli stessi, l’Italia è clamorosamente all’ultimo posto, anche perché profondamente preoccupata a ostacolare l’arrivo degli “extracomunitari”, colti o non colti che siano.

La società italiana avrebbe bisogno di un Gino Giugni capace di formalizzare, come fu per lo statuto dei diritti dei lavoratori, un’altra esigenza imprescindibile per lo sviluppo della nostra società. E’ giunto infatti il momento di riconoscere al sapere uno statuto pari a quello del lavoro.

Noi cominciamo indicando tre proposte strategiche di un “pacchetto sapere”.

La prima proposta, è quella di un fattore esponenziale nello sviluppo del momento culturale, che noi abbiamo individuato nella digital credit card. Questo diritto universale garantito a tutti i diciottenni è il primo shock culturale da immettere in modo massiccio nella società. Ricordiamo che, accanto alla disponibilità a investire, questa carta, sommata con altre, è fattore di nuova impresa e di autoimprenditorialità giovanile

La seconda proposta, vero motore dello sviluppo, è la formazione a distanza, e le enormi possibilità che essa fornisce. Non si tratta di pensare a questo settore come alternativo e sostitutivo di qualcosa che è decisivo, la formazione diretta. Ma come moltiplicatore, interruttore, introduttore per chi ne è fuori e per chi rischia di uscirne, in un circuito culturale in cui poi formazione diretta e autoformazione diventeranno logici sviluppi. Attenzione che con Internet nasca una nuova “pigrizia della ricerca”, e una “evangelizzazione” della rete: La grande portata di Internet non è la santificazione delle sue informazioni, ma la possibilità –dopo il suo uso e abuso commerciale- di formazione a distanza. Le aziende, le pubbliche amministrazioni, le comunità possono operare formazione in dosi massicce e permanenti come non mai. Potenzialmente l’e-learning permettevi abbattere il gap geografico. E intrecciando formazione a distanza e open source e free software si potrebbe davvero costruire un nuovo scenario in cui la cooperazione fra varie aree del mondo potrebbe, per i paesi più poveri, avere sbocchi straordinariamente competitivi. Tutto ciò significa produzione di materiale didattico, di prodotti elettronici, di nuove imprenditorie. E quindi industria del sapere.

La terza proposta è quella fiscale. Noi prevediamo la nascita di “aziende del sapere”. Esse si costituiscono in due modi: all’interno delle aziende già esistenti, oppure con aggregati ad hoc (ragazzi detentori della digital credit card, ad esempio, o percettori del prestito d’onore). Queste aziende concentrano al loro interno tutta la tecnologia disponibile per la formazione, per le aziende già avviate, o investono in tecnologia la maggior parte del proprio capitale per ciò che riguarda le start-up. Godono di un sistema fiscale privilegiato che agevola l’immissione in un listino loro riservato. Si tratta di un’idea che incide sull’innovazione dell’old-economy (avremo accanto alla FIAT la FIAT a.s., azienda del sapere) e sul consolidamento della net-economy.

La card può spingere rapidamente decine di migliaia di giovani nel gorgo dell’innovazione, aprire nuovi mercati, produrre nuova impresa e occupazione. Essa potrebbe poi diventare parte di una carta dei diritti al sapere, garantita a tutti i cittadini –come la tessera sanitaria della riforma dl 78- che, accanto all’obbligo scolastico e formativo, con un sistema unico di crediti, dà opportunità culturali (musei, biblioteche, libri, CD, corsi di formazione, e-learning) e garantisce la mobilità volontaria, nella formazione, da lavoro a lavoro. Il Servizio Nazionale del Sapere dovrebbe quindi riorganizzare, dalla culla alla tomba, il rapporto col sapere di tutti i cittadini. Lo Stato finanzia, direttamente e con lo strumento fiscale, e attraverso l’emissione di un educational bond, il sistema.

 

Tema 6° “la nuova cittadinanza del sapere”

Il tema del finanziamento pubblico per questo progetto è strategico. Pensiamo ad un vero e proprio Piano Marshall –in Europa a un piano europeo, fuori dai parametri di Maastricht- per la società del sapere. L’Italia e l’Europa possono porsi come punto di riferimento nel bacino del Mediterraneo e in Africa, nei Balcani, in America Latina. E per questo abbiamo fatto cenno a un educational bond, un grande prestito nazionale e/o europeo, che possa essere offerto in due fasce distinte, ai risparmiatori e alle aziende.

In questo contesto la questione del copyright digitale è la spia di un meccanismo di scambio ineguale, conseguenza di come anche questo nuovo mondo sia dominato da durissimi conflitti di potere, dove il predominio di un comparto o di un gruppo industriale o di un Paese è duramente perseguito a colpi di elaborazione del sapere. La cultura del diritto d’autore nasce come risposta del mercato alla necessità di incentivare lo sviluppo della produzione scientifica e culturale. Oggi è chiaro il tentativo di deprimere i costi del content, da parte di soggetti come Microsoft, gelosissimi del proprio software –come è accaduto anche nell’ultima sessione del WTO- e ultraliberali nell’impadronirsi dei contenuti della rete. Il problema della tutela delle materie prime  culturali –non si possono considerare free-content i quadri degli Uffizi-va visto come l’altra faccia della battaglia sacrosanta per il free software, e come visione del mercato volta a non penalizzare le aree politicamente deboli del mondo. Per certi versi, su questo piano, occorre considerare l’Italia e l’Europa, finora subalterni alla visione di oltreoceano dei consumi on line. Si tratta di produrre parametri condivisi ed equi che permettano la riorganizzazione del modello di sviluppo tecnologico.

Stimolanti sono, nel senso di un globalismo critico, molte delle visioni che vengono da Giovanni Paolo II°. Il Giubileo del 2000 è stato a suo modo un evento di know-global.

Vale quindi la pena di chiamare a raccolta tutte le energie positive della società per un  new deal che si proponga questi grandi obiettivi.

La nuova cittadinanza del sapere è il cuore di questo progetto politico.

 

Tema 7° “la giustizia digitale”

Il digital divide racconta la moderna separazione in due classi, o parti, del mondo e della società odierna. Le tecnologie digitali incroceranno sempre più formazione, informazione, televisione, telefono. Il futuro dei canali digitali può trasformare il modello televisivo da quello commerciale a quello della cultura e del sapere per tutti.

Anche e prima di tutto in Africa, vero e proprio buco nero della globalizzazione turbocapitalistica, il “sapere per tutti” è la chiave fondamentale di un riscatto e di una ripresa. Negli ultimi anni, finché c’era chi cresceva impetuosamente, intere nazioni e aree africane regredivano drammaticamente sul terreno della scuola e del sapere. Le antenne satellitari permettono anche nelle bidonville di captare i segnali comuni del villaggio globale, laddove si consuma ogni giorno violenza, AIDS, guerra, esclusione totale. Occorre, rispetto all’analfabetismo, al digital divide, produrre un keynesismo fuori dai confini nazionali, capace di accelerare uno sviluppo culturale in pochi anni. L’opportunità è straordinaria.

Pensiamo, per finanziare educational bond internazionali, a una tobin tax del’innovazione, con una percentuale minima del costo di ogni telefonata sottratta alle compagnie e, con un intervento fiscale-distributivo- alimento di questi progetti. Si può persino pensare a una Banca Mondiale del Sapere che da un lato costituisca la rete pubblica di tutte le istituzioni di ricerca e di formazione del pianeta, e che dall’altro sia il cuore del finanziamento dei programmi di accesso al sapere, attraverso l’uso di quei fondi. Magari ad una Banca che abbia il suo centro non a Washington, New York o Parigi, ma a Città del Capo, San Paolo o Nuova Dehli.

Bisogna avere coraggio, uscendo da atteggiamenti rinunciatari e da visioni ideologiche. Ed è proprio perché guardiamo a una realtà così complessa, drammatica e affascinante del mondo di oggi, che pensiamo a nuove idee, come quelle del “sapere per tutti” e del know-global, come idee per la futura sinistra.

 

 

Pietro Folena è deputato e esponente politico dei DS. Per i tipi della Baldini&Castoldi ha pubblicato I ragazzi di Berlinguer.

 

Umberto Sulpasso è stato docente all’UCLA di Los Angeles ed è presidente dell’International Multimedia University,

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