il manifesto - 08 Aprile 2003 CULTURA pagina 15
POLITICA O QUASI
In nome dell'Occidente
IDA DOMINIJANNI
Nell'attesa della battaglia di Baghdad cominciamo a contare i cadaveri. Non quelli che giacciono sul campo e non si contano più, ma quelli che pesano nelle teste. E il cadavere numero uno, il più ingombrante di tutti, quello fa più sporco il gioco della guerra e che minaccia di agitare il dopoguerra come il fantasma di Amleto agitava il regno putrescente di Danimarca, è il cadavere dell'Occidente. Cioè del vincitore. Vorrei rovesciare un discorso corrente, che promette in queste ore di diventare un alibi politico per quella sinistra moderata sempre in cerca di qualche via di ritirata. Il discorso recita più o meno questo: fatta come l'ha fatta Bush, questa guerra è illeggittima, violenta, sproporzionata. Tuttavia risponde, in modo sbagliato, a una questione fondata. Che sarebbe non solo la fine del regime di Saddam Hussein, ma anche e soprattutto la democratizzazione forzata dell'Irak, e ancor di più la sconfitta di un islamismo che sta diventando la bandiera dell'internazionalismo anti-occidentale. Insomma, bisogna in ultima analisi stringersi a corte a difesa dell'Occidente minacciato dallo scontro di civiltà. Come? Tentando di condizionare l'estremismo di Bush con la buona volontà di Blair, e ricomponendo per questa via sul dopoguerra la frattura fra Europa e Stati Uniti che si è prodotta con la guerra. Sottoscrivono questo ragionamento tutti i pasdaran del riformismo (blairiano), che con la parola «sinistra» evitano ormai di contaminarsi. Ma ad articolarlo con il dovuto corredo di toni e mezzi toni è stato, su Repubblica di qualche giorno fa, Adriano Sofri - e chi oserebbe dubitare della patente di sinistra dell'ex leader di Lotta Continua? nessuno, come non ha mancato di far presente prontamente Il Foglio.

Lasciamo perdere le patenti, che di questi tempi valgono quanto un certificato d'identità scaduto, e veniamo alle intenzioni morali (e moraliste), che invece di questi tempi purtroppo abbondano e abbindolano. A sostegno della sua lealtà con l'occidente scritto minuscolo come vuole un sobrio minimalismo, Sofri ne avanza due: corresponsabilità e solidarietà, due vincoli che dovrebbero legarci tutti, comunque vadano le cose e chiunque guidi la barca, alle nostre democrazie libere (tralascio la polemica sul metro di misura di questa libertà, che stavolta è la libertà delle donne di decidere non come vestirsi bensì come pettinarsi: cfr. la guerra precedente in Afghanistan).

Propongo di sostituire queste due obbligazioni morali con due sentimenti, che prendo a prestito dalle parole di una occidentalissima e americanissima filosofa come Judith Butler: vergogna e umiliazione. Vergogna e umiliazione sono quello che molti e molte di noi occidentali provano in queste settimane. E non, o non solo, per quello che l'Occidente, per il quale continuo a nutrire tanta affezione da continuare a scriverlo maiuscolo, sta facendo al popolo iracheno, ma per quello che sta facendo a se stesso: sfigurandosi in sostanza e in immagine, fino a diventare impresentabile. Che ne facciamo di questi due sentimenti? Non dubito che la logica binaria e strumentale che sempre si impossessa del mercato delle idee in tempi di guerra si affretterà a sospingermi, per queste parole, nel campo filoislamico. Inutile depistaggio: e non solo perché all'Islam non mi lega, non foss'altro che per i rapporti tra i sessi che lo abitano, alcuna particolare simpatia. C'è dell'altro.

C'è che, a differenza di quanti civettano con lo scontro di civiltà, e a differenza altresì di quanti (a sinistra) sono tentati di ripristinare sul fronte mediorientale le dinamiche del bipolarismo che fu, io non credo che stia a Baghdad la trincea politica decisiva. Il mondo non è più quello del Vietnam. E tanto rispetto la resistenza irachena, quanto sono convinta che non è ad essa che possiamo delegare il nostro problema. E il nostro problema - per nostro intendo: degli occidentali che provano vergogna e umiliazione per le res gestae dell'Occidente - è esattamente il rovescio di quello di Sofri e compagnia: salvare l'Occidente, sì, ma non dai barbari bensì dai suoi usurpatori. Sottrarre la bandiera della democrazia a leader eletti in forza di brogli, apatia politica e miliardi, la bandiera della libertà a governi che ingabbiano la gente a Guantanamo, la bandiera dei diritti a sondaggi che equiparano i pacifisti ai terroristi, la bandiera del diritto a chi distrugge in pochi mesi mezzo secolo di diritto internazionale. E' questo panorama di macerie il problema di noi occidentali che abbiamo a cuore le sorti dell'Occidente, e a risolvercelo non sarà né la colla di Blair sui cocci dell'atlantismo, né d'altro canto la resistenza irechena. L'Occidente, che nella sua storia ha fatto tutto e il contrario di tutto, dalle rivoluzioni di libertà a Auschwitz, è un'idea molto spuria e tutt'altro che innocente, come dovrebbe essere diventato di senso comune dopo decenni di critica postcoloniale delle sue sue pretese universalistiche. Ma almeno questo dovrebbe avercelo insegnato: che quando il quartier generale diventa pericoloso, non lo si copre di solidarietà ma si combatte, e in casa propria.

idomini@ilmanifesto.it


 
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