POLITICA O QUASI In nome dell'Occidente IDA DOMINIJANNI Nell'attesa della battaglia di Baghdad cominciamo
a contare i cadaveri. Non quelli che giacciono sul campo e non
si contano più, ma quelli che pesano nelle teste. E il
cadavere numero uno, il più ingombrante di tutti, quello fa
più sporco il gioco della guerra e che minaccia di agitare il
dopoguerra come il fantasma di Amleto agitava il regno
putrescente di Danimarca, è il cadavere dell'Occidente. Cioè
del vincitore. Vorrei rovesciare un discorso corrente, che
promette in queste ore di diventare un alibi politico per
quella sinistra moderata sempre in cerca di qualche via di
ritirata. Il discorso recita più o meno questo: fatta come
l'ha fatta Bush, questa guerra è illeggittima, violenta,
sproporzionata. Tuttavia risponde, in modo sbagliato, a una
questione fondata. Che sarebbe non solo la fine del regime di
Saddam Hussein, ma anche e soprattutto la democratizzazione
forzata dell'Irak, e ancor di più la sconfitta di un islamismo
che sta diventando la bandiera dell'internazionalismo
anti-occidentale. Insomma, bisogna in ultima analisi
stringersi a corte a difesa dell'Occidente minacciato dallo
scontro di civiltà. Come? Tentando di condizionare
l'estremismo di Bush con la buona volontà di Blair, e
ricomponendo per questa via sul dopoguerra la frattura fra
Europa e Stati Uniti che si è prodotta con la guerra.
Sottoscrivono questo ragionamento tutti i pasdaran del
riformismo (blairiano), che con la parola «sinistra» evitano
ormai di contaminarsi. Ma ad articolarlo con il dovuto corredo
di toni e mezzi toni è stato, su Repubblica di qualche
giorno fa, Adriano Sofri - e chi oserebbe dubitare della
patente di sinistra dell'ex leader di Lotta Continua? nessuno,
come non ha mancato di far presente prontamente Il
Foglio.
Lasciamo perdere le patenti, che di questi
tempi valgono quanto un certificato d'identità scaduto, e
veniamo alle intenzioni morali (e moraliste), che invece di
questi tempi purtroppo abbondano e abbindolano. A sostegno
della sua lealtà con l'occidente scritto minuscolo come vuole
un sobrio minimalismo, Sofri ne avanza due: corresponsabilità
e solidarietà, due vincoli che dovrebbero legarci tutti,
comunque vadano le cose e chiunque guidi la barca, alle nostre
democrazie libere (tralascio la polemica sul metro di misura
di questa libertà, che stavolta è la libertà delle donne di
decidere non come vestirsi bensì come pettinarsi: cfr. la
guerra precedente in Afghanistan).
Propongo di
sostituire queste due obbligazioni morali con due sentimenti,
che prendo a prestito dalle parole di una occidentalissima e
americanissima filosofa come Judith Butler: vergogna e
umiliazione. Vergogna e umiliazione sono quello che molti e
molte di noi occidentali provano in queste settimane. E non, o
non solo, per quello che l'Occidente, per il quale continuo a
nutrire tanta affezione da continuare a scriverlo maiuscolo,
sta facendo al popolo iracheno, ma per quello che sta facendo
a se stesso: sfigurandosi in sostanza e in immagine, fino a
diventare impresentabile. Che ne facciamo di questi due
sentimenti? Non dubito che la logica binaria e strumentale che
sempre si impossessa del mercato delle idee in tempi di guerra
si affretterà a sospingermi, per queste parole, nel campo
filoislamico. Inutile depistaggio: e non solo perché all'Islam
non mi lega, non foss'altro che per i rapporti tra i sessi che
lo abitano, alcuna particolare simpatia. C'è
dell'altro.
C'è che, a differenza di quanti civettano
con lo scontro di civiltà, e a differenza altresì di quanti (a
sinistra) sono tentati di ripristinare sul fronte
mediorientale le dinamiche del bipolarismo che fu, io non
credo che stia a Baghdad la trincea politica decisiva. Il
mondo non è più quello del Vietnam. E tanto rispetto la
resistenza irachena, quanto sono convinta che non è ad essa
che possiamo delegare il nostro problema. E il nostro problema
- per nostro intendo: degli occidentali che provano vergogna e
umiliazione per le res gestae dell'Occidente - è esattamente
il rovescio di quello di Sofri e compagnia: salvare
l'Occidente, sì, ma non dai barbari bensì dai suoi usurpatori.
Sottrarre la bandiera della democrazia a leader eletti in
forza di brogli, apatia politica e miliardi, la bandiera della
libertà a governi che ingabbiano la gente a Guantanamo, la
bandiera dei diritti a sondaggi che equiparano i pacifisti ai
terroristi, la bandiera del diritto a chi distrugge in pochi
mesi mezzo secolo di diritto internazionale. E' questo
panorama di macerie il problema di noi occidentali che abbiamo
a cuore le sorti dell'Occidente, e a risolvercelo non sarà né
la colla di Blair sui cocci dell'atlantismo, né d'altro canto
la resistenza irechena. L'Occidente, che nella sua storia ha
fatto tutto e il contrario di tutto, dalle rivoluzioni di
libertà a Auschwitz, è un'idea molto spuria e tutt'altro che
innocente, come dovrebbe essere diventato di senso comune dopo
decenni di critica postcoloniale delle sue sue pretese
universalistiche. Ma almeno questo dovrebbe avercelo
insegnato: che quando il quartier generale diventa pericoloso,
non lo si copre di solidarietà ma si combatte, e in casa
propria.
idomini@ilmanifesto.it
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