Il
disgusto di Dio, la guerra, la scuola e i poveri cristi
di
Raffaele Iosa
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Grandioso
e gotico il dito del Papa, terza domenica di quaresima del 2003, alzato a monito
del mondo contro la guerra angloamericana in Iraq. Solenne e terribile la sua
frase sul disgusto di Dio per come va il mondo. Suore e girotondini invadono
insieme le piazze. Pacifisti e papisti?
Se penso al povero Don Milani degli anni 60 denunciato dai cappellani militari e
alla sua risposta “L’obbedienza non
è più una virtù”, mi
chiedo stupito quanta acqua sia passata sotto i ponti.
Intanto, dalle finestre delle nostre città sventolano ancora tre milioni di
bandiere della pace.
Le brutture delle periferie nascoste da arcobaleni. Nessuno le leva. Magnifico
atto postmoderno!
Mentre scrivo, sono finite le mortali comete acide sul cielo della Mesopotamia,
ma non c’è ancora pace a Baghdad. Adesso folle di sciiti vanno a Kerbala. Se
votassero oggi diventerebbe forse
presidente un imam barbuto: la democrazia voluta da Rumsfeld? Saccheggi
di riso e pane, ma anche di tavolette sumeriche e lavandini. E intanto, la
solita “imprevedibilità” degli effetti collaterali.
Bombe intelligenti per uomini stupidi? Perfino la Lavazza ha capito come va il
mondo e nell’ultimo spot San Pietro
è preoccupato perché in paradiso non ci va più nessuno, e neppure il
volenteroso Bonolis riesce ad aiutarlo con una pubblicità pacchiana. Non ci
resta che un buon caffè?
Intanto
il nostro paese fa l’Alberto Sordi della guerra: ci sono e non ci sono, andate
voi che poi arriviamo noi. E intanto accadono cose italiane: l’aumento
dell’evasione fiscale e il condono tombale. Le
tasse abbassate ai ricchi e la crisi della Fiat. La mozione parlamentare
per un controllo oggettivo (revisionista), sui libri di storia. Un 25 aprile
litigioso. L’Ulivo che non fa olio ma aceto: 2 manifestazioni per la pace, 3
mozioni sulla guerra, 4 sulla
Palestina, alla fine 5 gatti ad inveire tra di loro. La riforma scolastica della
destra che c’è ma forse si fa pianino, forse che sì forse che no, forse che
forse. La benzina sempre più cara. La Sars e Unabomber. Ancora tagli al welfare.
Intanto Inter, Milan e Juve in semifinale di Champion’s Ligue.
Grande
confusione sotto il cielo mediterraneo, dunque, per quanto riguarda guerra e
pace, religione, cultura, laicismo, economia, democrazia, storia patria,
politica internazionale.
Confusione che arriva nella scuola come iniezione sottocutanea di contraddizioni
ben più complesse delle varie leggi sul riordino dei cicli. Qui non sembra in
gioco una o l’altra ingegneria scolastica, ma il fare
e l’essere dell’educazione, insomma
i valori comuni che conta insegnare a qualcuno.
Chi merita ascoltare? Il Papa che condanna la globalizzazione mondana, o Bush
che intende distruggere l’impero del male? Baget Bozzo o mons. Tonini? Don
Ciotti o il Valentino di Striscia?
Come può pensarsi con calma il mondo, quando ogni sera c’è una partita, non
troviamo parcheggio, siamo sempre in dieta, gli autobus passano in ritardo, ad
Agrigento si ricostruirà nella zona A, i figli vogliono il motorino, ci
sposiamo in chiesa perché c’è la musica, dormiamo solo con il valium?
Come può l’educazione dei giovani farsi idea
(di un domani per loro) quando noi adulti non sappiamo più per cosa davvero
vale la pena vivere?
Ad
un insegnante che oggi voglia offrire ai propri ragazzi un minimo di strumenti
critici per capire il mondo, e sogni veri per migliorarlo (insomma qualcosa da
discutere), cosa dire per insegnare in autonomia? Libero di dare a chi impara
una propria libertà di coscienza, non la sua nevrosi?
Cosa si può fare quando sono forse all’orizzonte
60.000 Nuove Parole dei Nuovi Programmi di Stato (statalisti e
disciplinisti più o meno come i precedenti) che arrivano via e.mail paludati di obiettivi/requisiti/
portafogli/valutazioni/materie, tante tassonomie
e poca autonomia didattica?
Come offrire qualcosa di sobrio e dignitoso ai ragazzi, quando orde adultistiche
di genitori chiedono parossisticamente per i propri figli
ginnastica/nuoto/fitness/inglese/danza/yoga/sport/internet al posto di un sano
ozio che aiuti a pensare, di un buon silenzio che aiuti a capire, di un aperto e
lento agorà civile che aiuti a comprendersi?
All’ottimista
scrivano di queste parole vengono qui da suggerire alcune idee educative minime
sul fatto che vi possano essere alcuni valori
condivisi dall’intera mondialità,
valori per ricucire una almeno dignitosa idea della vita e delle società.
Valori senza dotte pretese né arringhe aggressive.
Se non c’è qualche buona idea, chiudiamo le scuole: basta la televisione a
indottrinare ogni popolo dei diversi canali all’idolatria dell’ultimo
consumo, dell’ultima moda, dell’ultima guerra.
Naturalmente sorridendo. Naturalmente, vicino a una biondazza discinta, noi
macho occidentali.
L’antifascista Minghina e le
lenzuola della dote
Tempo
fa sono andato al funerale della Minghina, 97 anni. Nell’epigrafe c’erano
scritte parole ormai desuete: “antifascista,
staffetta partigiana, bracciante”. Di lei so poche cose.
Minghina ha voluto un funerale
civile, sereno se così si può dire di un funerale, in una fredda giornata di
inverno. Con un’encomiabile coerenza, in vita come in morte, contro tutte le
mode del mondo che bacia pantofole, va da Sai Baba, chiede miracoli a Milingo,
applaude ai funerali.
Minghina ha nascosto le fede
matrimoniale e non l’ha data a Mussolini. Purtroppo poi l’ha perduta
accartocciando del pesce. Minghina è
stata “comunèsta” come si dice
in Romagna, con il senso semplice ed epocale di cosa ha voluto dire la parola
lungo tutto il secolo che lei ha
vissuto.
Di lei so cose così, tracce minime, assieme a quelle di una madre tutta
italiana. Ma Minghina lascia a me la striscia di un pensiero che ha permeato il
cuore di milioni di persone e che rifrange ancora a
noi la sberla di un messaggio antico e moderno. Questo messaggio si
chiama giustizia sociale.
Non c’è alcuna ragione per pensare che la giustizia non sia ancora oggi, nel
pianeta globalizzato, la questione del mondo e il suo unico possibile futuro. Con forme e modi nuovi
rispetto al secolo appena trascorso, ma ancora ugualmente bruciante. Conta
qualcosa dirci che l’80% degli esseri umani del pianeta lavorano (oggi!) senza
pensione e tutela sanitaria? Il comunismo non funziona, ma Minghina sognerebbe
come democrazia che almeno la mutua passasse gli antibiotici ai vecchi!
Funziona questo capitalismo globalizzato? Chiedetelo a una mamma del Mali.
Chiedetelo al Papa.
Non si può dimenticare una storia che non finisce con i vecchi come Minghina,
che si lasciano andare con il gelo dell’inverno. La storia continua. Il mondo
non è affatto più giusto di 97 anni fa.
Eppure non è per questo che qui
ne parlo, ma per un frammento della sua vita di assoluta grandezza. Minghina,
nell’autunno del 44, ha avuto il coraggio di andare da sola a tirare giù
dagli alberi tre ragazzi partigiani impiccati dai nazisti. Eppure non è ancora
questo il gesto grande. C’è di più.
Il fatto è che Minghina è andata da quei poveri tre ragazzi portandosi da casa
tre lenzuola di lino ricamate della
propria dote, i lenzuoli migliori. L’avrebbe fatto per chiunque.
Avere pietà sarebbe giusto, dovremmo
averne sempre qualsiasi siano i morti e i dolori. Ma dare alla pietà il dono e
il vestito delle nostre cose più preziose è ben di più della solidarietà o
del pietismo. Significa avere della pietà umana un valore tragico e insieme
grandioso, dovutoci dal destino di condividere il mondo con il dolore e la gioia
di tutti. Ciò che era pensato per i piaceri della notte è diventato il sudario
pietoso e grande di una morte orrenda.
Ho cantato per lei, in silenzio,
l’Internazionale mentre la mettevano nella tomba. Il suo “Gloria”.
Addio Minghina, a te che non credevi nell’eterno, resti eterno il gesto del
dono delle tue lenzuola.
Ma la pietà di Minghina non ha età, né ideologie, né epoche, né confini, va
ben oltre.
E’ stare dalla parte degli altri, soprattutto degli altri poveri cristi, con la nostra parte migliore.
Non è una buona idea educativa, questa?
L’Italia
ripudia la guerra anche a scuola e al Caffè Dolomiti
Con
la pietas del dono di Minghina
penso non sia difficile per nessuno parlare di
pace a scuola.
Pare invece ad alcuni che parlarne voglia dire essere per forza antiamericani, o
peggio filo Saddam.
A me pare più semplice e perfino bipartisan. Abbiamo una Costituzione che dice
“l’Italia ripudia la guerra”. Ripudia è ben di più di “non fa la
guerra”, è invece creare le condizioni perché vi sia pace. Per la scuola il
“ripudia” vale prima che scoppi una guerra.
E che altro sarebbe la scuola in senso
lato se non il luogo della parola al posto della baruffa, del confronto
al posto della sberla, della mescolanza al posto che della separazione?
Dell’ascolto critico al posto del comizio?
Ma, ahimè, c’è stato un momento in cui le scuole delle suore sarebbero state
piene di arcobaleni e di we shell overcame,
e invece…le statali, per paure di denunce, timide a parlare di pace!
Naturalmente ciò che conta è la misura,
ricordarci che l’America è
anche Kevin Kostner, Jack Kerouack, il soldato Ryan, Paperino, e
l’Arabia è anche Avicenna, Sal
Al Din e Fatema Mernissi.
La
novità è che chiedono pace non solo i soliti pacifisti o i benemeriti giovani,
ma, per la prima volta in modo diffuso,
le middle
class europee e occidentali. Comuniste, anti-USA e filo-Saddam?
Nell’ateniese Europa sta emergendo
voglia della via pacifica/politica
su quella spartana.
L’ho capito bene la mattina di Capodanno del 2002 a Ortisei/St.Ulrich/Urtijei
(politically correct), in coda al bancomat a prendere i miei primi euro. Vicino
a me un sciatore austriaco e uno tedesco. Pensavo al fatto che al nonno di
quell’austriaco mio nonno forse è stato costretto a sparare e viceversa, e
che al papà del tedesco forse mio padre è stato costretto a sparare (da
partigiano) e viceversa. Ma ora i nipoti e i figli erano lì a prendere la
stessa moneta comune.
Fortunatamente un po’ di italiano lo sapevano, così ci siamo parlati. Un
punch al Caffè Dolomiti ha cementato una convinzione: l’euro era la
rappresentazione simbolica di un “basta!” che gli europei dicono ormai alle
carneficine, durate secoli tra noi, e mai utili alle nostre famiglie.
Le opinione pubbliche europee ripudiano la guerra dopo secoli di cadaveri e
detestano le guerre sante o i deliri di un dittatore totalitario, fascista,
comunista, nazionalista, imperialista che sia.
Ci piace un mondo dove a tutti sia possibile bere un punch caldo in una fredda
mattina di gennaio.
E non ci piacciono l’enfasi millenaristica delle mono-potenze, i new
conservatives contro l’impero del male, e neppure
le 200 aziende globali (v. Ziegler: “La privatizzazione del mondo” e
Stigliz: “La globalizzazione e i suoi detrattori”) che stanno
producendo un neo-mondo imperiale senza
Stati a
rischio implosione. Cosa
c’entra l’America di Jefferson, di
Toqueville, del New Deal?
Il fondamentalismo è solo la partenoegenesi di sceicchi pazzi e di imam
sessuofobi?
Vogliamo invece aiutare l’America: salviamo Paperino! Per gli americani e per
noi stessi.
Naturalmente
c’è la questione del rapporto
tra guerra e globalizzazione, armamenti, diseguaglianze, fondamentalismi,
dittature. A proposito di dittature, non ne conosco una
che non faccia lauti affari con la parte “democratica” del mondo. Ed
è ovvio che i poveri cristi del pianeta sono i prodotti delle nostre floride
economie che affidano i lavori sporchi ai bambini del Bangladesh o delle
Filippine.
Certo, c’è stato l’11 settembre. Ma le contraddizioni c’erano anche il
giorno prima e nulla ci fa dire che dopo la guerra in Iraq diminuiranno. E se la
guerra fecondasse nuovo
fondamentalismo?
Dopo cinquant’anni di pace europea, noi preferiamo la politica e ripudiamo i
muscoli.
E con i miei amici sciatori europei penso, laicamente e anche pragmaticamente,
che questo nuovo sistema di
mono-potenza non
conviene a nessuno, porta solo
maggiori catastrofi.
L’opinione pubblica europea aborre dagli imperi. Gli piace bere in pace al
caffè. Gente così ce n’è anche a Tel Aviv, Il Cairo, Belgrado, Manila, New
York, Tokio, Porto Alegre.
Preferiamo
Atene su Sparta. Non è
un’interessante idea educativa, questa?
Sara
aspetta un no
Sara
ha ormai undici mesi e io stravedo. Cammina già, traffica con i cubi, se gli
dici “canta” lei mugola. Fa cose che sconfessano tutte le teorie dei
“gradualitisti” (-pre, primaria, secondaria, terziaria;
operatorio/simbolico, concreto/astratto, ecc..). Sara si piazza vicino ad una
pianta pronta ad arraffare una foglia e mangiarsela, ma aspetta…ti guarda,
aspetta da te qualcosa. Aspetta un no.
E, miracolo, se diciamo no…obbedisce! Sara sta al gioco della vita. Ovviamente
io, figlio del ’68 e anti-autoritario,
qualche volta dico sì o non dico niente e, ovviamente, Sara si arraffa la
foglia e se la mangia. Se non la vede mia moglie (la zia), che allora comincia a
sgridare sia me che lei.
Penso che molte delle nostre teorie sui bambini siano in realtà fantasmi e
ideologie del nostro mito infantile o del nostro desiderio narcisistico di
riprodurci all’infinito con i nostri difetti.
Sara invece mi insegna che per stare al mondo il pensiero simbolico comincia
dalla nascita, che il fare previsioni e ideazioni non comincia dalla scuola
media, ma dallo zio un po’strambo, che le relazioni umane sono dettate da
sentimenti e da regole. Regole il più possibile comuni per tutti.
Ma Sara mi insegna anche il senso del
limite del mondo e dell’educazione.
Saper dire no.
Non sono un anti-autoritario pentito. Penso però con maggiore saggezza al fatto
che manca nel nostro mondo matto il senso
del limite all’ingordigia, all’espansione hic et nunc dell’ego. E
penso al fatto che porsi e porre dei limiti
sia il core knowledge di oggi, con i sì
e no necessari da dire.
Vale per Sara, vale in politica, vale anche
per mister George W. Bush.
In un mondo alla ricerca del senso, ci saranno pure dei sensi vietati!
Ecco il punto: il cosiddetto “nuovo ordine mondiale” non può fondarsi sulla
forza, ma sulla ragione,
che deve valere per tutti. E una buona ragione è quella che fonda libertà
con giustizia sociale.
Il disgusto di questa guerra sta anche in questo: all’assenza del senso del
limite. Come con Sara, alla quale dovremo, man mano, passare dai no alla
consapevolezza che le foglie non si mangiano.
Il problema, come è noto, è quanto mai complesso e tocca apici filosofici.
E’ la Politica.
Ma restiamo nelle nostre aule e nei nostri banchi e andiamo a vedere “Essere
e avere”, quel documentario che descrive un anno di scuola in un’ecole
rurale pluriclasse di un paesino sperduto.
So che per molti insegnanti italiani il maestro monsieur Lopez
è sembrato freddo, distaccato. Io ho trovato invece
nella sobrietà di monsieur Lopez un’attenzione ai bambini non invasiva
(a fronte della nostra pedagogia appiccicosa), assieme ad un senso reciproco del
limite, l’accettazione serena della diversità e della diversa età. Assieme
ad una capacità di non mollare nessuno, di non stare sopra o da un’altra
parte, ma adulto assieme a dei bambini. Respirerete in quel film l’essere
della scuola, che è incontro tra generazioni, il piacersi senza adultismi e
bambinismi. Con i sì e i no.
Crescere è difficile, significa accettare la gioia e il dolore del mondo, i
limiti dei sì e dei no.
Noi siamo dentro a questi limiti, in educazione, come nella vita adulta, come in
politica.
Ma, assieme ai bambini, potremo
gioire di guardare da una finestra (la scena nel film dura due minuti in totale
silenzio!) cadere la neve e gioire del silenzio pensando agli affari nostri.
La pedagogia
del limite non è una buona idea educativa?
Il sindaco loco
E,
infine, il racconto di un sindaco matto (loco
in spagnolo). La città si chiama Bogotà, lui si chiama Mockus. A Bogotà
imperversavano i narcotrafficanti, esorbitavano le favelas dei barrios
piratas, c’erano ogni anno più di 6.000 omicidi. Eppure Mockus scrive
cose strane così: “…Il mio Piano di sviluppo cerca di avanzare verso una
città costruita collettivamente, accogliente e giusta, amabile con i bambini e
i vecchi, dove apprendiamo a vivere con la nostra coscienza”.
In cinque anni ha fatto dei miracoli. Crollati gli omicidi, 120 chilometri di
piste ciclabili, decine di ettari di parchi, scuole, assistenza sanitaria,
eventi collettivi di grande solidarietà, sviluppo culturale. Ogni mese va in
televisione e nelle piazze, spiega i risultati, racconta anche gli errori e…si
scusa.
Ma questo è niente. Il bello è
come ci è arrivato. Tra le varie cose, Mockus
ha messo agli incroci dei mimi, vestiti come Marcel Marceau, che invitavano
gentilmente gli automobilisti a mettersi le cinture e a fermarsi al rosso. In
una città dove i semafori erano solamente un elemento decorativo
successe il miracolo: traffico come a Ginevra, al punto che l’Oms ha
dato a Bogotà il titolo di “città modello”. E poi Mockus ha dato ai
cittadini la paletta (sì quella dei vigili urbani), con la quale reciprocamente
segnalarsi le infrazioni stradali. Ma poi, il massimo: a Bogotà una volta al
mese si celebra la “giornata dell’uomo” e le donne stanno a casa con i
loro uomini, e poi la “giornata della donna” e gli uomini stanno a casa con
le loro donne. Risultato: dimezzati l’alcoolismo e gli omicidi. Se qualcuno lo
chiama pazzo si può condividere. Eppure funziona! Infatti i bogotani hanno
incominciato, senza retorica, ad amare e proteggere la loro città.
Mockus non è il solito menestrello latino americano, ma un intellettuale
geniale, matematico e filosofo, docente universitario. Non si dice né di destra
né di sinistra, ma visionario e
pieno di humor. Un’altra sua frase celebre è ”Io credo che se la
gente conosce le regole e viene sensibilizzata attraverso l’arte, l’humor e
la creatività, è più facile che accolga i cambiamenti”.
Insegna qualcosa il sindaco Mockus alle nostre scuole e, assieme, alle nostre
città?
E’ possibile fondare un mondo sulla gentilezza, l’humor, la creatività? E
se cominciasse la scuola?
Mentre bombe intelligenti della razionalità degli “uomini seri” distruggono
il tessuto internazionale minimo, e sceicchi pazzi incastrano aerei nei
grattacieli e poi nascondono le donne, è bello pensare che a Bogotà ci sia qualcuno che pensa possibile una politica della
gentilezza, dell’humor, del limite che aiuta tutti a vivere meglio, con
l’incontro tra generazioni su un prato senza cartacce.
Ma allora perché non anche a Brescia, e perché non a Palazzo Chigi e al
Palazzo di Vetro?
Si deve essere loco per pensarlo? Si
può pensare alla scuola come una piccola Bogotà?
Mockus
mi fa pensare al Charlie Chaplin del “Grande Dittatore”, al discorso finale
del film:
“…..Le macchine che danno l’abbondanza ci hanno lasciato nel bisogno. La
nostra sapienza ci ha reso cinici. L’intelligenza duri e spietati. Pensiamo
troppo e sentiamo troppo poco. Più che di macchine abbiamo bisogno di umanità,
più che di intelligenza abbiamo bisogno di dolcezza e di bontà. Senza queste
doti la vita sarà violenta e tutto andrà perduto.….”
C’è
da fare anni di scuola solo su
questa frase. Credendo che non è finita l’idea del meglio.
“Il mondo esiste per i bambini che vanno a scuola”, dice il Talmud. E per
gli insegnanti che con dolcezza e
bontà provano a dar loro l’intelligenza vera: quella di giocare bene nel
mondo il proprio destino, lasciando la terra migliore di quella che hanno
trovato.
Penso che anche il buon Dio, per queste cose, ci proverebbe gusto. Altrimenti
tutto andrà perduto.
Questo articolo è dedicato agli insegnanti dilaniati dalla bomba della strage fascista di Brescia,
Piazza della Loggia, del 28 maggio 1974. In particolare la storia di Minghina è
collegata alla loro memoria, nel desiderio che un lembo del lenzuolo di lino
ricamato copra il loro sonno, per una democrazia e per una società giusta
che anche per loro dobbiamo completare.
L’articolo è donato alla Cgil Scuola di Brescia, che ne ha i diritti
per la pubblicazione su carta.
Ravenna 25 aprile 2003, anniversario della Liberazione