Il sapere pubblico
degli incontri
Da école
ANDREA BAGNI
Torniamo
con questo “Tema” di école sul sapere nella
globalizzazione.
Non è esattamente una questione da vacanze
estive,
ma l’anno è cominciato con il Forum sociale europeo di
Firenze,
e nel prossimo novembre ci sarà il secondo
appuntamento
di Parigi - Saint Denis (nel mezzo un anno di
guerra
“infinita”, e di strade di pace). Vale la pena insistere. Si
è
discusso anche di scuola in questi mesi, nel “movimento” e
fuori.
E tuttavia l’impressione è che si fatichi non poco ad
andare
oltre le enunciazioni generali, di principio. I documenti
dei
Forum mondiali sull’educazione hanno un po’ il difetto (a
leggerli
impietosamente) di essere noiosetti, restando
fondamentalmente
sui comuni denominatori (quando forse la
cosa
interessante sarebbe stare con le differenze)
C’è una questione evidente
a livello mondiale di esclusione legata alsapere, fondata sulla sua
mancanza. Il potere moderno o postmoderno passa per il possesso e il controllo
di informazioni e conoscenze; frequenta oggetti sempre più immateriali dai
codici sempre più esoterici e vola nell’iperspazio delle reti
deterritorializzate. Magari scegliendosi le collaborazioni più o meno
continuative del nuovo lavoro intellettuale, laddove hanno minor costo e
maggiore docilità – lasciando gli altri al ruolo di flessibili ignoranti (ma
nella misura in cui si può restare ignoranti se si deve essere davvero
flessibili, non solo occupabili nell’usa-e-getta: contraddizione forse da non
perdere di vista, quando si parla di scuola).
Ma poi, oltre alle questioni di quantità
di formazione (di dispersione scolastica, di selezione sociale), nella
“società della conoscenza” opera una
subordinazione specifica, mi sembra, che è legata alla qualità del
sapere che si possiede: alla sua autonomia e creatività, alla differenziazione
dei percorsi, all’adattabilità micro-operativa delle prestazioni. Una
subalternità riservata a chi (proprio – come si dice –per “non essere escluso”)
è canalizzato nei ruoli esecutivi, magari dai processi formativi
“personalizzati.
In questa stratificazione – così
moderna,così antica – che accade del sapere, anzi dei saperi?
Quale sapere funziona oggi (anche
proprio nel senso del funzionamento di una macchina); quale ha senso per la
società e i soggetti (competitivi e cooperativi, agonisti e antagonisti)?
È
difficile non vedere che ci sono processi potenti (e forse anche vitali a loro
modo) di innovazione che passano per la segmentazione delle conoscenze, le
didattiche brevi e brevissime, l’e-learning, la formazione a distanza ecc. Sono un intreccio fiorente e un po’
spregiudicato, ma forse anche una vera trasformazione (da capire) dei processi
di produzione e scambio relazionale – tanto virtuale quanto senza confini –
della conoscenza. (D’altra parte l’impressione è che non si formino certo qui
le nuove classi dirigenti… il progetto Bertagna sembra avere molto chiaro che
cosa deve essere – anzi tornare a essere – un vero liceo formativo, luogo
preselezionato di elaborazione theorica; avessero i nostri eroi la
stessa onestà nel dichiarare che cosa pensano di quelli/e che si formeranno nei
percorsi regionali...).
Ma alla fine che significa oggi lavorare
per una formazione critica, per una scuola di cittadinanza?
Certo mirare ad una sapere di base e
comune, “disinteressato” – ma ancora attraverso un possibile canone, una
forma unitaria e solida del sapere (basta con le chiacchiere
sull’interdisciplinarietà, la multimedialità, la crisi delle discipline, la rete
delle conoscenze... discorsi confusi che confondono e nascondono la verità che
è assumere l’ottica del moderno consumatore di libretti d’istruzione…). Oppure
occorre fare i conti con la distanza delle nuove generazioni da certe forme del
conoscere (lineari sequenziali libresche), con l’esplosione nella complessità
del sapere disciplinare, dunque con la ricerca di nuove grammatiche e nuove
sintassi, capaci di una forma unitaria ma aperta della formazione (alle
domande, ai bisogni e ai desideri giovanili). Bisognerebbe almeno cominciare a
discuterne, magari cercando di tenere insieme contenuti (esenziali, elementi per) e forme (non trasmissive, non
assistenziali: relazionali nel senso di generative – di sapere e
ricerca).
Se è difficile non essere d’accordo con il
grande Woody Allen di Harry a pezzi,
antifondamentalista, laico e “scientifico” – che c’è di male nella
scienza, fra l’aria condizionata e il Papa, io scelgo l’aria condizionata –
qualche dubbio etico sul “dominio della natura” immaginato da una certa
razionalità occidentale, e qualche perplessità femminile sulla radice
maschile di quel progetto di potere (che cancella parzialità dei soggetti,
soggettività e corpi, per essere universale e universalmente dominante) è bene
coltivarlo. Anzi allevarlo con una certa cura. E poi, seconda questione da
porre sulla strada di Parigi (oltre a quale sapere oggi, qui e nel mondo), in
quali luoghi e in quali forme può essere vissuta la costruzione collettiva di
una conoscenza critica.
Forse non basta ripetere un sapere non
mercificato in scuole non privatizzate: il sapere merce può essere più
attraente e nuovo di quello classicamente umanistico e la scuola “statale” non
è al riparo né dalla burocratizzazione, né dalle “tendenze” dei governi (o
degli assessorati), né dalla committenza delle famiglie.Peraltro anche da noi
non è possibile difendere la scuola pubblica senza immaginare un processo di liberazione
(innovazione, suona un po’ male
ormai ma si potrebbe anche dire così) dalla stanca routine da megamacchina
onnicomprensiva, che macina ore pagine voti verbali condotte e comandamenti,
fra una campanella e l’altra – uccidendo qualunque forma di passione,
curiosità, interesse che non sia la
sopravvivenza, la buonuscita o il diploma (a seconda dell’età “involutiva”).
Forse si potrebbe cominciare ragionandodi
spazi pubblici e luoghi politici.
Allora scuola pubblica vorrebbe dire uno
spazio costituzionale (non affidato allaspontaneità sociale né alle
nicchie di mercato) per una pratica di confronto della società con se stessa;
spazio di attraversamenti, incrocio di storie (e di Storia) diverse; incontro
di punti di vista in grado di fare (negoziare, tradurre) significati, magari in
quella che Marianella Sclavi chiama “gestione creativa dei conflitti”. Una scuola
pubblica degli incontri, garantita dalla condivisione di un patto
collettivo, laico, in grado definire le norme, gli ordinamenti generali, le
forme di quello spazio, che però deve essere abitato dalla vita, “dato in
affidamento” alla società stessa.
Che lo faccia crescere di sana e robusta
costituzione. Anzi costituente.
Allora le esperienze di certe scuole del
sud del mondo o dei Sem Terra avranno qualcosa da insegnare in termini di
senso, di radicamento sociale, di tessuto politico, anche a noi ricchi occidentali
occidentalizzatori del mondo.
Potrebbe anche il sapere ridefinirsi in
questa scuola-agorà (istituzione sociale dopo lo stato-nazione), come
una cultura nell’incontro con altre culture, parte di una world
history o di una filosofia degli incroci – per educare alla
globalizzazione, cioè per esserne educati.
Conoscendo prima di tutto la propria
storia, cioè sapendola raccontare con la sua parzialità, il suo limite,
il suo sesso.
Sapere critico sarebbe allora prima di
tutto sapere autocritico, aperto allo scambio, ricco del suo cercare e
dei suoi dubbi (peraltro versante alto dell’occidente).
Forse allora potrebbe anche essere aperta
questa scuola a tutta la “spudorata” modernità degli scambi; voglio dire capace
di stare nel mondo, ipermercato globale della comunicazione, fuori mercato
certo ma all’altezza di quelle trasformazioni, senza troppe nostalgie dei
soggetti novecenteschi perduti; nella rete deterritorializzata degli scambi di
conoscenze, nei nuovi territori, nei nonluoghi in cui costruire una comunità
dei senza fissa patria-dimora, senza terra, sans papier. Per dare vita e vitalità ad una sapere pubblico
che si costruisce senza copyright ed enclosures, nei nuovi open
fields del sapere sociale. _