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Il nemico della buona vita
Il
dominio dell'economia sulla società sta producendo un'immiserimento
dell'esperienza umana. Un libro del filosofo Mario Alcaro
MICHELANGELO
CIMINO
Se
l'economia di mercato si trasforma in società di mercato e le dimensioni
sociali, culturali e comunitarie vengono pressoché cancellate dal predominio
incontrastato della «fabbrica totale»; se la complessità dell'esistenza, e
tutti gli aspetti che una volta ne rendevano piacevole, interessante e
persino gioioso il trascorrere, viene ricondotta alla ferrea regola della
massimizzazione del profitto attraverso il minimo sforzo; se, insomma,
secondo la formula coniata da Mario Alcaro (Economia totale e mondo della
vita - Il liberismo nell'era della biopolitica,
manifestolibri, pp. 131, € 11,50), il «liberismo tende a ricondurre il mondo
della vita [...] dentro la porta stretta dell'economia», conviene fermarsi un
momento e iniziare a riflettere. Una riflessione non superficiale andrà
fatta, innanzitutto, sull'immiserimento dell'esistenza e sui guasti, sociali,
politici e culturali, sempre più evidenti, che provoca l'ideologia liberista;
ma anche sull'attuale modello di crescita economica continua - alieno da
preoccupazioni per la qualità della vita degli individui e per le ricadute
negative sugli equilibri ambientali del pianeta - che essa impone,
indifferentemente, sia all'Occidente capitalistico, opulento e
industrializzato, che al Terzo mondo, povero e (cosiddetto) sottosviluppato.
Una delle caratteristiche principali del «modello
capitalistico di società», partorito dall'ideologia liberista, consiste
proprio in una costante e continua espansione della «logica economica e
aziendalistica» all'intero spettro dell'organizzazione sociale e politica.
Cosicché, la riduzione «di ogni aspetto dell'umano vivere al gigantesco meccanismo
della produzione e del mercato», sostiene Mario Alcaro, confligge con
«esigenze generalmente diffuse sul piano sociale». Ciononostante, non esiste
ambito extra-economico, per dir così, che venga preservato dall'applicazione
di tale logica cannibalica.
L'elenco degli sconfinamenti in territori altri non
conosce limiti: si va dalla progressiva riduzione dello stato sociale - in
via di smantellamento sotto i colpi dei teorici del liberismo - alla
definitiva perdita di autonomia della politica e dei politici - «trasformati
in funzionari al servizio di grandi potentati economici»; dallo snaturamento
dei sistemi di istruzione e formazione - piegati alle contingenze del mercato
del lavoro - alla distruzione dell'ambiente, considerato alla stregua di una
riserva di materie prime e di energia, da cui attingere senza limiti. Per non
dire di beni comuni come la ricerca
scientifica e lo sviluppo tecnologico, anch'essi inseriti nel meccanismo
totalizzante della produzione e dello scambio mercantile.
Su tutto ciò campeggia come un'enorme, indelebile macchia
nera sulla coscienza dell'Occidente capitalistico la politica di rapina - di
diritti collettivi, di dignità dei singoli, di risorse naturali - delle
multinazionali nei confronti del Terzo mondo.
Di fronte a uno scempio di portata epocale, non basta
concludere che «non si può essere di sinistra se non si è anti-liberisti»;
diventa impellente rintracciare i soggetti collettivi cui affidare il compito
di invertire una rotta ultra-ventennale. Mario Alcaro ne individua almeno un
paio su cui puntare: i movimenti no-global (il cosiddetto popolo di Genova e
Seattle), che rifiutano la globalizzazione liberista, considerandola - e non
certo a torto - fra le maggiori cause delle sempre più numerose, e
socialmente devastanti, sperequazioni economiche e ingiustizie sociali
diffuse sul globo; e i gruppi ecologisti, che si battono per la salvaguardia
della vita animale e dell'ambiente naturale.
Nella visione di Alcaro, però, le lotte condotte da questi
soggetti - portatori di interessi generali - non sono affatto in contrasto
con le rivendicazioni del movimento operaio - finalizzate ad arrestare la
«corsa verso il fondo» indotta dalla globalizzazione neoliberista. Ne
rappresentano, anzi, un rafforzamento; o, quanto meno, una amplificazione sul
proscenio dello scontro, divenuto ormai globale, fra una moltitudine di
individui, silenziosa e sfruttata, e un'oligarchia cinica e impietosa di
politici (leggi: G8 e consimili), che rappresentano gli interessi del grande
capitale.
Ora, non è neppure a dire che Alcaro, accecato dalla
novità rappresentata dai movimenti di contestazione dell'ordine
socio-economico globale, tralasci di dare il giusto rilevo ai partiti della
sinistra (storica e non). Al contrario, egli li chiama spesso in causa; e
abbozza per loro un compito abbastanza arduo: mettere a punto un modello di
sviluppo, che si differenzi radicalmente da quello, oggi vincente, delle
destre liberiste e (pseudo) modernizzatrici. Tanto quest'ultimo produce,
accanto a una crescita economica, in verità sempre più flebile, povertà
sociale e scarso «progresso umano»; tanto quell'altro dovrebbe farsi carico
di difendere «la dimensione umana della vita, il buon vivere, la vita buona,
contro la mercificazione, l'artificializzazione, la manipolazione esasperata
del mondo contemporaneo».
La crescita continua della produzione di merci e servizi,
«produce progresso sociale - scrive lo storico della filosofia - solo quando
è correttamente finalizzata al miglioramento delle condizioni di vita e al
potenziamento delle doti umani dell'individuo». A questo punto, dovrebbe
risultar chiaro che le critiche che Alcaro eleva contro la società di
mercato, e l'appiattimento della complessità della vita sulla sfera
economica, presuppongono la messa in discussione, radicale, dell'intero
modello di sviluppo economico neoliberista.
La crescita economica, continua e purchessia, sebbene
decida della sorte dei governi di molti paesi occidentali, non è un bene in
sé - per il semplice motivo che essa, là dove esiste, non crea
automaticamente avanzamento sociale, civile e morale. In alcuni casi, anzi,
può determinare guasti maggiori di quelli a cui vorrebbe porre riparo.
Prendiamo ad esempio il Mezzogiorno. Qui, il modello economico vigente, che
assegna al 20% circa della popolazione la quasi totalità della ricchezza
prodotta, non ha portato alcun beneficio immediato a quanti vivono nei
quartieri degradati di Napoli e Palermo. Non solo. Il medesimo modello di
sviluppo, anziché aggiungere ha sottratto potenzialità di miglioramento della
qualità della vita sociale e civile a molte regioni meridionali. In suo nome
sono state cementificate le coste di Calabria, Sicilia e Campania; e interi
quartieri periferici di città grandi e medie e piccole. In nome del profitto
economico, idolo incontrastato e dispotico di questi tempi privi di
«ragionevolezza» e idealità, sono stati seriamente compromessi paradisi
naturali di grande e rara bellezza.
Ma i guasti più duraturi e profondi che provoca un tale
modello basato sulla ragione calcolante, e dunque sull'«idiozia razionale»
dell'homo oeconomicus, attengono soprattutto
al piano dei comportamenti dei singoli: improntati alla competizione e al
successo personale - da raggiungere a ogni costo. A questi comportamenti e al
mito dello sviluppo continuo e illimitato, sostiene Alcaro, «vengono
sacrificate la vita comunitaria, i rapporti affettivi fra gli uomini, la
convivialità e la cultura del dono».
Esattamente come nel caso precedente, anche in
quest'ultimo l'autore si premura di suggerire la soluzione, a suo parere più
acconcia ed equilibrata, per uscire «dalla barbarie che avanza». Tuttavia, se
disinnescare gli effetti perversi della ragione calcolante, sottraendo il
«sociale» e il «politico» al dispotismo del calcolo economico potrebbe rivelarsi,
seppure in tempi non brevi, una soluzione praticabile. Il passo successivo,
che dovrebbe consistere in un ritorno alla tradizione mediterranea della
«ragionevolezza», oltre che in una ricostituzione di un rapporto «alla pari»
con la natura - cui assegnare, dopo secoli di saccheggi, una propria
autonomia spirituale e insieme biologica - potrebbe invece rivelarsi pura
utopia. A dimostrazione che, dati i tempi, non sempre ciò che è ragionevole è
anche realizzabile.
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