MANIFESTO 10 LUGLIO

 

 

 

Il nemico della buona vita
Il dominio dell'economia sulla società sta producendo un'immiserimento dell'esperienza umana. Un libro del filosofo Mario Alcaro
MICHELANGELO CIMINO


Se l'economia di mercato si trasforma in società di mercato e le dimensioni sociali, culturali e comunitarie vengono pressoché cancellate dal predominio incontrastato della «fabbrica totale»; se la complessità dell'esistenza, e tutti gli aspetti che una volta ne rendevano piacevole, interessante e persino gioioso il trascorrere, viene ricondotta alla ferrea regola della massimizzazione del profitto attraverso il minimo sforzo; se, insomma, secondo la formula coniata da Mario Alcaro (Economia totale e mondo della vita - Il liberismo nell'era della biopolitica, manifestolibri, pp. 131, € 11,50), il «liberismo tende a ricondurre il mondo della vita [...] dentro la porta stretta dell'economia», conviene fermarsi un momento e iniziare a riflettere. Una riflessione non superficiale andrà fatta, innanzitutto, sull'immiserimento dell'esistenza e sui guasti, sociali, politici e culturali, sempre più evidenti, che provoca l'ideologia liberista; ma anche sull'attuale modello di crescita economica continua - alieno da preoccupazioni per la qualità della vita degli individui e per le ricadute negative sugli equilibri ambientali del pianeta - che essa impone, indifferentemente, sia all'Occidente capitalistico, opulento e industrializzato, che al Terzo mondo, povero e (cosiddetto) sottosviluppato.

Una delle caratteristiche principali del «modello capitalistico di società», partorito dall'ideologia liberista, consiste proprio in una costante e continua espansione della «logica economica e aziendalistica» all'intero spettro dell'organizzazione sociale e politica. Cosicché, la riduzione «di ogni aspetto dell'umano vivere al gigantesco meccanismo della produzione e del mercato», sostiene Mario Alcaro, confligge con «esigenze generalmente diffuse sul piano sociale». Ciononostante, non esiste ambito extra-economico, per dir così, che venga preservato dall'applicazione di tale logica cannibalica.

L'elenco degli sconfinamenti in territori altri non conosce limiti: si va dalla progressiva riduzione dello stato sociale - in via di smantellamento sotto i colpi dei teorici del liberismo - alla definitiva perdita di autonomia della politica e dei politici - «trasformati in funzionari al servizio di grandi potentati economici»; dallo snaturamento dei sistemi di istruzione e formazione - piegati alle contingenze del mercato del lavoro - alla distruzione dell'ambiente, considerato alla stregua di una riserva di materie prime e di energia, da cui attingere senza limiti. Per non dire di beni comuni come la ricerca scientifica e lo sviluppo tecnologico, anch'essi inseriti nel meccanismo totalizzante della produzione e dello scambio mercantile.

Su tutto ciò campeggia come un'enorme, indelebile macchia nera sulla coscienza dell'Occidente capitalistico la politica di rapina - di diritti collettivi, di dignità dei singoli, di risorse naturali - delle multinazionali nei confronti del Terzo mondo.

Di fronte a uno scempio di portata epocale, non basta concludere che «non si può essere di sinistra se non si è anti-liberisti»; diventa impellente rintracciare i soggetti collettivi cui affidare il compito di invertire una rotta ultra-ventennale. Mario Alcaro ne individua almeno un paio su cui puntare: i movimenti no-global (il cosiddetto popolo di Genova e Seattle), che rifiutano la globalizzazione liberista, considerandola - e non certo a torto - fra le maggiori cause delle sempre più numerose, e socialmente devastanti, sperequazioni economiche e ingiustizie sociali diffuse sul globo; e i gruppi ecologisti, che si battono per la salvaguardia della vita animale e dell'ambiente naturale.

Nella visione di Alcaro, però, le lotte condotte da questi soggetti - portatori di interessi generali - non sono affatto in contrasto con le rivendicazioni del movimento operaio - finalizzate ad arrestare la «corsa verso il fondo» indotta dalla globalizzazione neoliberista. Ne rappresentano, anzi, un rafforzamento; o, quanto meno, una amplificazione sul proscenio dello scontro, divenuto ormai globale, fra una moltitudine di individui, silenziosa e sfruttata, e un'oligarchia cinica e impietosa di politici (leggi: G8 e consimili), che rappresentano gli interessi del grande capitale.

Ora, non è neppure a dire che Alcaro, accecato dalla novità rappresentata dai movimenti di contestazione dell'ordine socio-economico globale, tralasci di dare il giusto rilevo ai partiti della sinistra (storica e non). Al contrario, egli li chiama spesso in causa; e abbozza per loro un compito abbastanza arduo: mettere a punto un modello di sviluppo, che si differenzi radicalmente da quello, oggi vincente, delle destre liberiste e (pseudo) modernizzatrici. Tanto quest'ultimo produce, accanto a una crescita economica, in verità sempre più flebile, povertà sociale e scarso «progresso umano»; tanto quell'altro dovrebbe farsi carico di difendere «la dimensione umana della vita, il buon vivere, la vita buona, contro la mercificazione, l'artificializzazione, la manipolazione esasperata del mondo contemporaneo».

La crescita continua della produzione di merci e servizi, «produce progresso sociale - scrive lo storico della filosofia - solo quando è correttamente finalizzata al miglioramento delle condizioni di vita e al potenziamento delle doti umani dell'individuo». A questo punto, dovrebbe risultar chiaro che le critiche che Alcaro eleva contro la società di mercato, e l'appiattimento della complessità della vita sulla sfera economica, presuppongono la messa in discussione, radicale, dell'intero modello di sviluppo economico neoliberista.

La crescita economica, continua e purchessia, sebbene decida della sorte dei governi di molti paesi occidentali, non è un bene in sé - per il semplice motivo che essa, là dove esiste, non crea automaticamente avanzamento sociale, civile e morale. In alcuni casi, anzi, può determinare guasti maggiori di quelli a cui vorrebbe porre riparo. Prendiamo ad esempio il Mezzogiorno. Qui, il modello economico vigente, che assegna al 20% circa della popolazione la quasi totalità della ricchezza prodotta, non ha portato alcun beneficio immediato a quanti vivono nei quartieri degradati di Napoli e Palermo. Non solo. Il medesimo modello di sviluppo, anziché aggiungere ha sottratto potenzialità di miglioramento della qualità della vita sociale e civile a molte regioni meridionali. In suo nome sono state cementificate le coste di Calabria, Sicilia e Campania; e interi quartieri periferici di città grandi e medie e piccole. In nome del profitto economico, idolo incontrastato e dispotico di questi tempi privi di «ragionevolezza» e idealità, sono stati seriamente compromessi paradisi naturali di grande e rara bellezza.

Ma i guasti più duraturi e profondi che provoca un tale modello basato sulla ragione calcolante, e dunque sull'«idiozia razionale» dell'homo oeconomicus, attengono soprattutto al piano dei comportamenti dei singoli: improntati alla competizione e al successo personale - da raggiungere a ogni costo. A questi comportamenti e al mito dello sviluppo continuo e illimitato, sostiene Alcaro, «vengono sacrificate la vita comunitaria, i rapporti affettivi fra gli uomini, la convivialità e la cultura del dono».

Esattamente come nel caso precedente, anche in quest'ultimo l'autore si premura di suggerire la soluzione, a suo parere più acconcia ed equilibrata, per uscire «dalla barbarie che avanza». Tuttavia, se disinnescare gli effetti perversi della ragione calcolante, sottraendo il «sociale» e il «politico» al dispotismo del calcolo economico potrebbe rivelarsi, seppure in tempi non brevi, una soluzione praticabile. Il passo successivo, che dovrebbe consistere in un ritorno alla tradizione mediterranea della «ragionevolezza», oltre che in una ricostituzione di un rapporto «alla pari» con la natura - cui assegnare, dopo secoli di saccheggi, una propria autonomia spirituale e insieme biologica - potrebbe invece rivelarsi pura utopia. A dimostrazione che, dati i tempi, non sempre ciò che è ragionevole è anche realizzabile.