SUSAN
SONTAG
PERMETTETEMI di evocare non uno, ma due eroi, solo due tra milioni di eroi. Due vittime, tra decine di milioni di vittime. Il primo: Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, assassinato con indosso i paramenti sacri, mentre celebrava la messa nella cattedrale il 24 marzo 1980 - 23 anni fa - perché era diventato «un acceso sostenitore di una giusta pace e si era apertamente opposto alle forze della violenza e dell' oppressione.» (Cito dalla descrizione del Premio Oscar Romero che viene oggi assegnato a Ishai Menuchin). La seconda: Rachel Corrie, una studentessa ventitreenne di Olympia, nello stato di Washington, assassinata con indosso il giubbotto arancione fosforescente che gli "scudi umani" portano allo scopo di rendersi visibili e mettersi, possibilmente, al riparo, mentre cercava di fermare una delle tante demolizioni di abitazioni civili effettuate quasi ogni giorno dalle forze israeliane a Rafah, una cittadina nel sud della striscia di Gaza (dove Gaza confina con l' Egitto), il 16 marzo 2003 - due settimane fa. IN PIEDI, di fronte alla casa di un medico palestinese destinata a essere demolita, Corrie, parte di un gruppo di otto giovani inglesi e americani che facevano da scudi umani a Rafah, ha agitato le braccia e urlato attraverso un megafono al conducente del bulldozer corazzato D-9 che si avvicinava, poi si è lasciata cadere in ginocchio sbarrando la strada del gigantesco bulldozer... che non ha rallentato. Due figure emblematiche del sacrificio, uccise dalle forze della violenza e dell' oppressione a cui per principio rispondevano con una opposizione, dettata dai loro principi, che era non violenta ma rischiosa. Cominciamo dal rischio. Il rischio di essere puniti. Il rischio di essere isolati. Il rischio di essere feriti o uccisi. Il rischio di essere scherniti. In un senso o nell' altro, siamo tutti coscritti. Per tutti noi è difficile rompere le fila; esporsi alla disapprovazione, al biasimo, alla violenza di una maggioranza offesa che ha una idea di lealtà diversa dalla nostra. Ci rifugiamo dietro parole-vessillo, come giustizia, pace, riconciliazione, che ci arruolano in comunità nuove, benché più piccole e relativamente impotenti, fatte di gente che la pensa come noi. Parole-vessillo che ci mobilitano a manifestare, a protestare, a compiere pubblici atti di disubbidienza civile - non a sfilare in parata o a scendere in battaglia. Non andare al passo con la propria tribù; fare un passo al di fuori della la propria tribù per entrare in un mondo mentalmente più grande ma numericamente più piccolo: a meno che la marginalità o la dissidenza non siano posizioni abituali o gratificanti, si tratta di un processo complesso, difficile. E' difficile sfidare lo spirito della tribù: la spirito che valuta la vita di chi appartiene alla tribù più di quella di chiunque altro. Sarà sempre impopolare - sarà sempre considerato antipatriottico - dire che la vita dei membri dell' altra tribù è preziosa quanto la nostra. E' più facile mostrarsi leali verso le persone che conosciamo, che vediamo, a cui siamo aggregati, con cui formiamo - come a volte accade - una comunità fondata sulla paura. Non sottovalutiamo la forza di ciò a cui ci opponiamo. Non sottovalutiamo le ritorsioni che possono abbattersi su chi dissente dalle brutalità e dalle pressioni avallate dalle paure della maggioranza. Siamo carne. Possiamo essere trafitti da una baionetta, dilaniati da un kamikaze. Possiamo essere schiacciati da un bulldozer, freddati in una cattedrale. La paura unisce. E la paura divide. Il coraggio ispira le comunità: il coraggio di un esempio - perché il coraggio è contagioso come la paura. Ma il coraggio, un certo tipo di coraggio, può anche isolare chi ne dà prova. E' questo l' eterno destino dei principi morali: benché tutti professino di averli, è facile che vengano sacrificati quando diventano scomodi. In genere un principio morale ci pone in contrasto con una condotta normalmente accettata. E tale contrasto comporta delle conseguenze, a volte spiacevoli, nel caso in cui una comunità si vendica su chi ne ha sfidato le contraddizioni - su chi auspica che la società si attenga davvero ai principi che sostiene di difendere. L' idea che una società debba realmente incarnare i principi che professa è un' idea utopica, nel senso che i principi morali contraddicono il modo in cui le cose vanno - e sempre andranno. Il modo in cui vanno le cose - e sempre andranno - non è del tutto negativo, né del tutto positivo, bensì inadeguato, contraddittorio, mediocre. I principi ci invitano ad affrontare il groviglio di contraddizioni de nostri meccanismi morali. I principi ci invitano a correggerci; a non tollerare il rilassamento morale, il compromesso, la vigliaccheria, la tendenza a distogliere lo sguardo da ciò che ci turba, quando un intimo rovello ci dice che ciò che stiamo facendo non è giusto, e che non pensandoci staremmo molto meglio. «Sto facendo del mio meglio,» esclama chi non sa cosa vuol dire avere dei principi. Il meglio date le circostanze, naturalmente. Mettiamo che il principio sia: è sbagliato opprimere e umiliare un popolo intero. Deprivarlo sistematicamente di alloggi e cibo; distrurne le abitazioni, i mezzi di sopravvivenza, negargli il diritto allo studio e alle cure mediche, e la possibilità di riunirsi. Al centro della nostra vita morale e della nostra immaginazione morale ci sono i grandi modelli di resistenza: le grandi storie di chi ha detto No. No, non ubbidirò. Quali modelli, quali storie? Un mormone può opporsi al divieto della poligamia. Un militante antiabortista può opporsi alla legge che ha legalizzato l' aborto. Anche loro faranno appello ai dettami della religione (o della fede) e della moralità contro gli editti della società civile. L' appello all' esistenza di una legge superiore che ci autorizza a sfidare le leggi dello stato può essere utilizzato per giustificare trasgressioni criminali oltre che le più nobili lotte in nome della giustizia. Il coraggio non ha valore morale di per sé, perché il coraggio non è, in sé, una virtù. Feroci malfattori, assassini e terroristi possono essere coraggiosi. Per qualificare il coraggio come una virtù abbiamo bisogno di un aggettivo: parliamo di «coraggio morale» - perché esiste anche un coraggio amorale. Neppure l' opposizione ha valore in sé e per sé. E' il contenuto dell' opposizione a determinarne il pregio, la necessità morale. Ad esempio: l' opposizione a una guerra criminale. Ad esempio: l' opposizione all' occupazione e all' annessione della terra appartenente a un altro popolo. E la giustizia della causa non dipende, e non è accresciuta, dalla virtù di chi la sostiene. Dipende dalla veridicità della descrizione di uno stato di cose che è, davvero, ingiusto e innecessario. Ecco una descrizione a mio parere veritiera di uno stato di cose che solo dopo molti anni di incertezza, ignoranza e angoscia riesco ad ammettere. Un paese ferito e impaurito, Israele, sta attraversando la più grave crisi della sua turbolenta storia, provocata da una politica volta a incrementare e a rafforzare gli insediamenti nei territori conquistati in seguito alla vittoria nella guerra mossa dagli arabi contro gli israeliani. La decisione dei successivi governi israeliani di mantenere il controllo sulla Cisgiordania e su Gaza, negando in tal modo ai vicini palestinesi la possibilità di avere un proprio stato, è una catastrofe - morale, umana e politica - per entrambi i popoli. I palestinesi hanno bisogno di uno stato sovrano. Israele ha bisogno di uno stato sovrano palestinese. Noi che all' estero desideriamo che Israele continui a vivere non possiamo, non dovremmo, desiderare che sopravviva a qualunque costo, o in qualunque modo. Abbiamo un particolare debito di gratitudine nei confronti dei coraggiosi testimoni ebrei, giornalisti, architetti, poeti, romanzieri, professori - tra gli altri - che hanno descritto, documentato, protestato e militato contro le sofferenze dei palestinesi che subiscono le condizioni sempre più crudeli dell' occupazione militare israeliana e dell' annesione da parte dei coloni. La nostra più grande ammirazione va ai coraggiosi soldati israeliani, qui rappresentati da Ishai Menuchin, che rifiutano di servire al di là dei confini del 1967. Questi soldati sanno che tutti gli insediamenti saranno alla fine evacuati. Questi soldati, che sono ebrei, prendono sul serio il principio avanzato nel 1945-'46 durante il processo di Norimberga, secondo il quale un soldato non è obbligato a obbedire a ordini ingiusti, a ordini che contravvengono alle leggi di guerra - anzi, ha l' obbligo di disobbedire. I soldati israeliani che rifiutano di servire nei Territori Occupati non si oppongono a un ordine specifico. Rifiutano di entrare in un luogo in cui degli ordini illegittimi saranno sicuramente dati - vale a dire, in cui è più che probabile che riceveranno l' ordine di compiere azioni che continueranno a opprimere e a umiliare dei civili palestinesi. Le case demolite, i frutteti sradicati, i banchi di un mercato schiacciati da un bulldozer, un centro culturale saccheggiato; e ormai, quasi ogni giorno, i civili di ogni età colpiti e uccisi: é incontestabile la crescente crudeltà dell' occupazione israeliana del 22 percento del territorio dell' ex Palestina britannica su cui sarà istituito uno stato palestinese. Questi soldati sono convinti, come lo sono io, che dovrebbe esserci un ritiro incondizionato dai Territori Occupati. Hanno dichiarato collettivamente che non continueranno a combattere al di là dei confini del 1967 «al fine di dominare, espellere, affamare e umiliare un intero popolo». Ciò che questi soldati hanno fatto - sono ora circa mille e cento, più di duecentocinquanta dei quali sono finiti in prigione - non contribuisce a indicarci il modo in cui gli israeliani e i palestinesi possano raggiungere un accordo di pace. Le azioni di questa eroica minoranza non possono contribuire alla più che necessaria riforma e alla democratizzazione dell' Autorità palestinese. La loro presa di posizione non allenterà la morsa del fanatismo religioso e del razzismo nella società israeliana e non ridurrà la diffusione della virulenta propaganda antisemita nell' offeso mondo arabo. Non fermerà i kamikaze. Offre un modello di resistenza. Di disobbedienza. Per il quale bisognerà sempre pagare un fio. Nessuno di noi ha ancora dovuto sopportare qualcosa di simile a ciò che questi coraggiosi soldati stanno sopportando. Parlare di pace in questo momento negli Stati Uniti significa semplicemente essere dileggiati (come nella recente cerimonia di consegna degli Oscar), maltrattati, boicottati (la messa al bando delle Dixie Chicks da parte della più potente rete di stazioni radiofoniche); in breve, essere bollati come antipatriottici. ««Uniti Resistiamo», «Chi vince piglia tutto»... gli Stati Uniti sono un paese che ha trasformato il patriottismo in un equivalente del consenso. Tocqueville, che resta il più grande osservatore degli Stati Uniti, notò un livello di conformismo senza precedenti in questo paese allora giovane, e i centosessantotto anni intercorsi non hanno fatto che confermare tale osservazione. Considerata la nuova e radicale svolta della politica estera americana, oggi appare quasi inevitabile che il consenso nazionale sulla grandezza dell' America e lo straordinario livello di trionfalismo e amor proprio nazionale raggiunto dal paese fossero destinati a trovare espressione in guerre come quella in corso, approvate dalla maggioranza della popolazione, persuasa che l' America ha il diritto - o addirittura il dovere - di dominare il mondo. Il consueto modo di lodare coloro che agiscono in nome di un principio sta nel dire che rappresentano l' avanguardia di una rivolta destinata a trionfare contro l' ingiustizia. Ma se così non fosse? Se il male fosse davvero inarrestabile? Perlomeno, in tempi brevi. E i tempi brevi possono essere, saranno, lunghissimi. La mia ammirazione per i soldati che si rifiutano di servire nei territori occupati è altrettanto forte della mia convinzione che occorrerà molto tempo prima che il loro punto di vista abbia la meglio. Ma c' è un interrogativo che in questo momento - per ovvie ragioni - non mi dà tregua: che significa agire in nome di un principio quando ciò non altererà l' evidente distribuzione delle forze, la palese ingiustizia e la ferocia della politica di un governo che sostiene di agire non in nome della pace ma della... sicurezza? La forza delle armi ha una logica tutta sua. Se commettiamo un' aggressione e gli altri resistono, è facile convincere il fronte interno che la lotta deve continuare. Una volta che le truppe sono laggiù, devono essere sostenute. Diventa irrilevante domandarsi per quale motivo le truppe sono laggiù. I soldati sono lì perché «noi» siamo stati attaccati, o minacciati. Poco importa che possiamo aver attaccato per primi. Adesso «loro» rispondono al nostro attacco, causando delle vittime. Comportandosi in modi che contravvengono alla «corretta» condotta di guerra. Comportandosi come «selvaggi», vale a dire, come la gente nella nostra parte del mondo ama definire la gente in quella parte del mondo. E le loro azioni «selvagge» o «illegali» forniscono una nuova giustificazione per nuove aggressioni. E nuovo slancio alla repressione, alla censura o alla persecuzione dei cittadini che si oppongono all' aggressione commessa dal loro governo. Non sottovalutiamo la forza di ciò a cui ci opponiamo. Il mondo è, per quasi tutti noi, un luogo su cui non esercitiamo praticamente alcun controllo. Il senso comune e il senso di auto-protezione ci suggeriscono di adattarci a ciò che non possiamo modificare. Non è poi così difficile capire come alcuni di noi possano lasciarsi convincere della giustezza, della necessità di una guerra. Soprattutto di una guerra che viene descritta come una serie di piccole e limitate azioni militari che contribuiranno alla pace o a una maggiore sicurezza; o di un' aggressione che si annuncia come una campagna per il disarmo - quello del nemico; e che, purtroppo, richiede l' uso di una forza schiacciante. Un' invasione che si definisce, ufficialmente, una liberazione. Le violenze commesse in guerra vengono sempre giustificate come ritorsioni. Siamo minacciati. Ci stiamo difendendo. Gli altri vogliono ucciderci. Dobbiamo fermarli. Anzi, dobbiamo fermarli prima che abbiano la possibilità di attuare i loro piani. E dal momento che chi è pronto ad attaccarci si rifugia dietro ai non combattenti, nessun aspetto della vita civile può essere immune dalle nostre devastazioni Poco importa la disparità di forza, di ricchezza, di potenza di fuoco - o semplicemente di popolazione. Quanti americani sanno che l' Iraq ha 25 milioni di abitanti, la metà dei quali sono bambini? (Gli abitanti degli Stati Uniti sono, come ricorderete, 290 milioni.) Non sostenere chi si espone al fuoco nemico sembra un tradimento. Può accadere, in certi casi, che la minaccia sia reale. In tali circostanze, chi si fa portavoce di un principio morale fa pensare a chi corre dietro a un treno in corsa gridando «Ferma! Ferma!» Si può fermare quel treno? No, non si può. O perlomeno, non ora. E i passeggeri che sono su quel treno saranno indotti a saltar giù e a unirsi a chi è rimasto a terra? Forse qualcuno lo farà, ma non la maggioranza. (Quanto meno, finché non disporranno di un nuovo corredo di paure.) Si dice che quando si agisce in nome di un principio non bisogna pensare se farlo è vantaggioso, se le azioni che abbiamo intrapreso otterranno un risultato. Agire in nome di un principio, ci viene detto, è un bene in sé e per sé. Ma resta comunque un atto politico, nel senso che non lo si compie per se stessi. Non lo si fa per essere nel giusto, o per pacificare la propria coscienza; e men che meno perché si è convinti che la propria azione raggiungerà il suo scopo. Si resiste per solidarietà. Alle comunità di gente di principio e di disobbedienti: qui, altrove. Nel presente. Nel futuro. L' incarcerazione di Thoreau nel 1846, in seguito al rifiuto di pagare le tasse per protesta contro la guerra mossa dagli Stati Uniti al Messico, non fermò certo quella guerra. Ma la risonanza di quel brevissimo periodo di imprigionamento (come è ben noto, una sola notte in carcere) ha continuato a fornire un modello di resistenza all' ingiustizia per tutta la seconda metà del XX secolo e fino ai nostri giorni. Il movimento creatosi alla fine degli anni '80 per ottenere la chiusura del Nevada Test Site, un luogo chiave per la corsa agli armamenti nucleari, ha fallito il suo scopo; le attività del centro atomico non sono state ostacolate dalle proteste. Ma il movimento di attivisti antinucleari del Nevada ha direttamente ispirato la formazione di un movimento di protesta nella lontana Alma Ata che è riuscito a far chiudere il principale test site sovietico, situato nel Kazakistan. La probabilità che i nostri atti di resistenza non fermino l' ingiustizia non ci esime dall' agire in nome di quelli che sinceramente riteniamo i più alti interessi della nostra comunità. Così: non è nell' interesse di Israele essere un oppressore. Così: non è nell' interesse degli Stati Uniti essere una superpotenza, capace di imporre (a sua discrezione) la propria volontà a qualunque paese del mondo. Ciò che è nell' interesse di una comunità moderna è la giustizia. Non può essere giusto opprimere e segregare sistematicamente un popolo confinante. E' certamente falso pensare che gli assassinii, le espulsioni, le annessioni, la costruzione di muri - tutte le cose che hanno contribuito a ridurre un intero popolo in condizioni di dipendenza, penuria e disperazione - porteranno pace e sicurezza agli oppressori. Non può essere giusto che un presidente degli Stati Uniti, convinto che il suo mandato sia quello di presidente del pianeta, annunci che coloro che non stanno con l' America stanno con i «terroristi». I coraggiosi ebrei israeliani che, attraverso un' attiva e appassionata opposizione alle politiche dell' attuale governo del loro paese, si sono espressi in nome dei diritti dei palestinesi, stanno difendendo i veri interessi di Israele. Quanti tra noi si oppongono ai programmi di egemonia globale dell' attuale governo degli Stati Uniti sono patrioti che parlano in nome dei più alti interessi degli Stati Uniti. Ma, al di là di tali lotte, che meritano la nostra appassionata adesione, è importante ricordare che nei programmi di resistenza politica i rapporti di causa ed effetto sono complessi, e spesso indiretti. Ogni lotta, ogni resistenza é - e deve essere - concreta. E ogni lotta ha una risonanza globale. Se non qui, là. Se non ora, presto: altrove, oltre che qui. Per l' arcivescovo Oscar Arnulfo Romero. Per Rachel Corrie. E per Ishai Menuchin e i suoi compagni. Houston, Texas, 30 marzo 2003 (traduzione di Paolo Dilonardo)