L’IDENTITA’ DELL’INSEGNANTE

Cristina Contri, Lucilla Musatti

 

pubblicato sul n. 3 del 2003 di Cooperazione Educativa, la rivista pedagogica e culturale del Movimento di Cooperazione Educativa

 

 

Raccontare il mondo agli altri con tutto se stesso/a

L’idea di questo carteggio nasce da una accalorata riunione di redazione nazionale, nella quale si dibatteva di tradizione, appartenenza  e identità. Tanti i riferimenti culturali, tante le prospettive, storiche filosofiche antropologiche, tanti i punti di vista. La particolarità dei temi permetteva ad ognuno, più che in altre occasioni, di portare nella discussione pezzi scelti della propria esperienza personale.

Terminata la riunione ma rimasto aperto il dibattito, due di noi hanno deciso di approfondire  (a distanza)  la riflessione, centrandola sull’identità dell’insegnante, di colui/colei che quotidianamente è chiamato a raccontare il mondo ad altri, ma con tutto se stesso/a.

 

 

Cara Lucilla

ho pensato un po’ al legame tra identità ed educazione. Che cosa abbiamo imparato sull’identità? 

Abbiamo imparato che non c’è un’identità singolare, monolitica, ma un’identità plurale, che racchiude parti differenti, spesso contraddittorie; un’identità che è anche divisa, frammentata. Tutte queste parti di noi devono stare assieme, e possibilmente non ci devono lacerare, infatti parliamo di identità integrata. Accanto a questa identità fragile e debole eravamo soliti affiancare dei concetti forti, come memoria, appartenenza, storia, radici, patria.  Oggi molte di queste parole hanno dei significati nuovi.  Come esempio potremmo pensare a come è cambiata l’idea di territorio, nel senso di terra dove si nasce e si vive. Nessuna nazione, nemmeno gli Stati Uniti, è più interessata a conquistare territori: oggi si conquistano mercati. E questo che ripercussioni avrà sulle identità dei bambini e delle bambine, che sono soprattutto consumatori del mondo, ancor prima che italiani, o francesi, o marocchini, o albanesi?

Se provo a ragionare su identità, storia, memoria, educazione, mi sento come dentro una morsa,  imprigionata tra un passato che è ancora da metabolizzare, un passato che ha prodotto Auschwitz e che ha cambiato in maniera irreversibile il modo di pensare agli uomini e alle donne; e un futuro che si prospetta non solo incerto, ma inquietante anch’esso. Insomma, tra passato e futuro c’è uno scenario avaro di speranza. Ma è in questo spazio che si colloca l’educazione, qui, tra passato e futuro,  proprio come il titolo di un saggio di Hannah Arendt (1).

Dunque noi come insegnanti, come educatori, che responsabilità ci assumiamo? Intanto come educatori rappresentiamo il mondo presente, e ne siamo, volenti o nolenti, responsabili. Che tipo di osservatori del presente siamo capaci di essere? Da come i bambini e le bambine di oggi sapranno rappresentarsi il presente, da come noi sapremo raccontarglielo, dipenderà  in parte la loro identità. Ma se non ci piace il mondo abdichiamo al nostro compito di educatori. E poi di quale futuro abbiamo nostalgia? Non c’è nessuna utopia all’orizzonte. E l’educazione, per esistere, ha bisogno di futuro, di futuro e di amore per il mondo.  Non credi?

Cristina

 

Cara Cristina

la prospettiva in cui tu poni il problema è sicuramente di ampio respiro, ma per la mia formazione e per la mia esperienza professionale mi riesce meglio provare a impostare la riflessione in un’ottica psicodinamica.

Da tempo credo che un processo di apprendimento, in quanto acquisizione di conoscenze e maturazione di competenze, sia di per sé un processo di costruzione dell’identità da parte del bambino. O meglio, credo che processo di apprendimento e costruzione dell’identità si basino su dei legami che di fase in fase si stabiliscono tra crescita cognitiva e crescita affettiva (per  esempio: l’uso della reversibilità operatoria vs la capacità di mettersi nei panni dell’altro).

Inoltre, anche quando la consapevolezza del proprio apprendere non è immediatamente riconoscibile dal bambino, essa si affianca sempre ad una rappresentazione più o meno confusa, accettabile, significativa di se stesso come soggetto che apprende.

Stante tutto ciò, che cosa avviene all’interno della relazione tra alunno e insegnante nel confronto/incontro tra le diverse identità di bambino e di adulto? Che cosa succede dell’identità di quel particolare adulto nel momento in cui agisce nel ruolo di educatore?

Qualche giorno fa  in un momento di difficoltà a scuola, pensavo che le cose stavano andando diversamente dagli anni passati e mi sono chiesta: sono io che sono cambiata o sono cambiati i bambini? Domanda mal formulata. Quello che invece aveva senso chiedersi era:  che cosa cambia nel tempo in ognuno di noi, e che cosa rimane uguale?

Sarebbe semplice rispondere che (quanto meno nel profondo) nell’adulto cambia poco o nulla e nel bambino cambia molto se non tutto. Ma questo è solo parzialmente vero.

In quanto educatrice uno degli sforzi maggiori che penso di dover affrontare è la tolleranza delle continue trasformazioni del bambino e , di conseguenza, delle continue incertezze della relazione. Chi di noi educatori saprebbe rispondere con sicurezza alla domanda: chi è quel bambino che ho davanti a me? “Fortunatamente” nessuno, poiché la trasformazione dell’altro è la grande scommessa pedagogica della relazione educativa.                                    

Spesso, soprattutto di fronte a un bambino nuovo, si è portati  a pensare a chi assomiglia, nel senso di a quale “categoria” di bambino è ascrivibile, poiché è istintivo fare ricorso ad esperienze cognitive ed affettive che ti permettano in un primo momento di ri-conoscere.

Riconoscere qualcosa di conosciuto rassicura l’insegnante sulle possibilità di rapporto affettivo, tanto quanto ciò che è sconosciuto spinge alla curiosità necessaria per instaurare un rapporto nuovo.

Ma in quale relazione deve entrare l’insegnante per poter conoscere un bambino? Come deve percepirlo perché diventi possibile prefigurarsi un rapporto? Su quali aspetti della sua identità deve investire cognitivamente ed affettivamente perché vengano trasmesse conoscenze e valori?

Sicuramente una delle prime cose che vanno accettate in un bambino è la sua crescita.

E ciò, che potrebbe sembrare ovvio per un adulto educatore, a volte nella quotidianità scolastica viene oscurato dalla paura che nulla si  stia modificando malgrado il nostro impegno, o che a modificare il bambino siano solo fattori estranei al nostro intervento (la “natura”, la famiglia, ecc). Accettare la crescita è molto più che un’acquisizione razionale. E’  soprattutto l’elaborazione emotiva delle conseguenze della relazione educativa: quel bambino è diventato quello che desideravo diventasse? Continuo a conoscerlo come in passato? Mi assomiglia?

E oltre,che cosa di quello che ritenevo quale valore “sostenibile” (2) sono riuscita a trasmettergli?

Tutto questo ha a che fare sostanzialmente con quella, o meglio quelle, identità che l’adulto ha messo in gioco nel suo essere educatore.

Lucilla

 

 

Cara Lucilla

come educatori dovremmo, mi viene da dire, imparare a non aspettarci quasi nulla, questo affinché possa “avvenire l’altro”. Che poi è quella cosa che tu chiami “accettare la crescita”. È un lavoro notevole, forse si può dire con queste parole: non usare l’altro, il bambino o la bambina, per misurare la propria capacità di essere educatori.  Significa non avere delle misure, ma avere la disponibilità, il vuoto, lo spazio, affinché l’altro possa starci, crescere, essere qualcosa di inaspettato.  Per me è questa la conseguenza della relazione educativa, che è poi la conseguenza ma anche la premessa di qualsiasi relazione, è il non sapere dove si va a finire.  Non saperlo e accettarlo.

Il problema è tenere insieme questa consapevolezza con tutta un’idea, diciamo scientifica, di educazione. Quella che si basa sulla intenzionalità. Quella per cui io devo sapere perché faccio una cosa, e dove sto cercando di andare. Io credo che, per fortuna, davanti a una parte di noi dobbiamo accettare il mistero.  Io lo chiamo mistero, forse c’è una parola migliore, ma quello che voglio dire è che c’è qualcosa che rimane inspiegato ma che avviene.

Tu mi dici, mentre insegno una cosa,  mentre cerco di fare avvenire un apprendimento,  che cosa succede? Di questo atto c’è una parte che si può spiegare e tentare di controllare, e una parte che sfugge.  Forse dovremmo accettare questo. Accettare che del rapporto educativo non si può dire proprio tutto.

Alcune sere fa ho avuto una accesa discussione con un amico, uno che fa il giornalista e si occupa di norme e di leggi, il suo punto di vista, che ribadiva di continuo, era l’oggettività, o almeno l’andarci vicino.  La discussione era sull’educare, e lui sosteneva che c’è della presunzione nel pretendere di educare, che la scuola dovrebbe semplicemente istruire. Trasmettere delle nozioni il più possibile oggettive. Quello che mi ha colpito è che lui chiamava presunzione quella che io chiamo umiltà, chiamo farsi da parte, lasciare spazio all’altro. E non riuscivamo a capirci.

L’educazione, rispetto all’idea che ne ha il mio amico,  è un di più ma anche un di meno, non trovi?

Ti chiedi in quale relazione deve entrare l’insegnante per poter conoscere un bambino. Forse un tipo di relazione che sa stare in equilibrio tra il bisogno rassicurante di riconoscere, quindi inserire nelle famose categorie, e la singolarità dell’altro, il suo essere, come lo chiami tu, nuovo. E unico.  E l’identità dell’insegnante? Per me deve essere debole e forte insieme. Sicura più che forte. La parte sicura deve impedire di utilizzare l’altro come rassicurazione, la parte debole deve permettere di accettare l’inaspettato che c’è nell’altro.

Ma forse è necessaria una domanda preliminare: che cosa intendiamo con conoscere un bambino?  Qualcuno direbbe  che conoscere significa anche sapere come apprende. Ti confesso che io ho passato alcuni anni in cui mi sentivo un po’ ottusa perché non solo non riuscivo a capire come diavolo avvenisse l’apprendimento nei miei alunni, ma non capivo neppure come avvenisse in me. Poi ho smesso di chiedermelo e ho cercato di fare avvenire l’apprendimento, ma non so dire come.

Cristina                             

                 

Cara Cristina

tornando alla mal formulata domanda “sono cambiata io o i bambini”, provo a chiedermi che cosa di me come educatrice è definitivamente cambiato negli anni e che cosa è inesorabilmente rimasto uguale. E’ cambiata la mia passione, è cambiata la mia tolleranza alla fatica e alla frustrazione, sono cambiati i presupposti etici del mio educare, è cambiata la fiducia  nell’altro che da me viene educato?

Forse non è cambiato nessun contenuto ma si sono modificati i parametri, le misure, il peso da attribuire ad ogni azione (o meglio ad ogni gesto) e ad ogni espressione della relazione educativa.

Mi scopro oggi più autoritaria  nel pretendere il rispetto delle regole sociali, e di queste non tutte sono state “democraticamente” discusse in classe. Ve ne sono infatti alcune, e questo ormai mi è chiaro, che appartengono alla responsabilità dell’adulto, mentre continuano ad essercene molte che i bambini devono imparare a scegliere.

Mi scopro anche meno tollerante verso alcuni comportamenti che una volta ero disposta a leggere come normali debolezze di un bambino (a cui per definizione molte sciocchezze sono permesse!) e che oggi mi appaiono inutile zavorra di un più profondo rispetto della crescita. Mi riferisco alle lagne che non sono veri pianti, alle richieste di piccoli privilegi che non sono vera domanda di attenzione, ai capricci che non sono vero disagio. Oggi credo di saper distinguere, e non ho più paura di negare apparentemente al bambino la mia accoglienza, perché so che è un altro il vero livello dello scambio.

E’ per questo che a volte alzo la voce, quando da giovane ero convinta che non l’avrei mai fatto? E’ per questo che a volte rimprovero con fermezza, quando ho sempre aborrito la forza dell’autoritarismo? E’ per questo che non fingo di apprezzare qualsiasi cosa i bambini facciano se non risponde realmente alle mie aspettative su quanto possono fare?

Probabilmente sì, e va bene così. Perché ad un esame di coscienza ciò che  mi risulta non è il ritratto di una maestra stanca o spazientita, ma quello di un’adulta che non teme più la distanza “educativa”, che si assume la responsabilità dell’essere sgradita se ciò serve, che continua ad amare in modo tangibile i bambini e proprio per questo non rinuncia alla sfida dell’educarli.

Ma a volte mi scopro anche troppo sicura di me, come se la lunga conoscenza dell’infanzia mi potesse trarre in inganno e rendere distratto il mio ascolto. I momenti in cui ciò accade sono i più confusi e i più difficili, sono proprio quelli che mi inducono a riflettere sul cambiamento, sulle diversità e sulle somiglianze.

Credo che quello che non è mai uguale non sono io o il bambino, ma io in rapporto a lui e lui in rapporto a me in quel particolare qui ed ora della relazione. Voglio semplicemente dire che la stessa risposta ha un valore diverso a seconda della domanda; ovvero nell’infinita gamma di aspettative che ognuno (bambino e adulto) ha nei confronti dell’altro, la scelta della risposta dipende dalla capacità di ascolto della domanda.

In questo momento: chi sta scegliendo di essere quel bambino? chi mi sta chiedendo di essere in quanto educatore?

A volte avverto intensa la fatica di questo confronto quotidiano, soprattutto quando sembra che nel rapporto finiscano per prevalere incomprensione o silenzio. Ma l’attesa della crescita, e quindi della trasformazione, è anche questo. Devo ricordarmi sempre che saper attendere è uno dei compiti fondamentali del mio essere educatrice, e sono ben felice di scoprire ogni volta che anche io ne esco trasformata.

Lucilla

 

Per ora il carteggio finisce qui, senza alcuna pretesa di aver esaurito il dibattito. Ci auguriamo di poterlo riprendere  (a distanza geografica e/o cronologica) anche con altri eventuali contributi, che aggiungano temi di riflessione sull’identità dell’insegnante oggi.

Note

1)          Hanna Arendt, Tra passato e futuro, Garzanti, Milano 1991

2)          Cfr Maurizio Bettini, Contro le radici,in Saperi, culture, educatori, L’Annuale Irsifar, Franco Angeli 2001

 

Cristina Contri, insegnante elementare, formatrice, redattrice di Cooperazione Educativa. Attualmente distaccata presso la CGIL Scuola di Modena.

Lucilla Musatti, insegnante elementare, redattrice di Cooperazione Educativa, ha una lunga esperienza come psicologa nel campo della formazione.