Le idee sotto brevetto
Approvata
ieri a Bruxelles la direttiva sulla brevettabilità del software. Deluse le
grandi imprese informatiche, riserve dalla sinistra europea e dalle
associazioni del software libero
BENEDETTO
VECCHI
Dopo mesi
di incontri, discussioni in commissione, appelli di programmatori e ricercatori
e lettere aperte ai parlamentari affinché la respingessero, ieri il parlamento
europeo ha approvato a larga maggioranza (353 voti a favore, 137 contrari e sei
astenuti) la direttiva comunitaria sulla «brevettabilità del software».
Esultante la relatrice, la deputata laburista inglese, Arlen McCarthy, perché
da ieri «le imprese informatiche europee potranno competere alla pari con
quelle statunitensi». La soddisfazione della deputata laburista è direttamente
proporzionale alle appassionate dichiarazioni dei giorni scorsi a favore del
libero mercato e a difesa del copyright, in quanto diritto proprietario delle
imprese. Di segno contrario le dichiarazioni di una parte consistente del
gruppo socialista europeo, dei parlamentari verdi e della sinistra unita, che
hanno invece considerato il testo della direttiva come un ulteriore «regalo» ai
grandi colossi dell'informatica e una barriera allo sviluppo delle piccole e
medie imprese. Negativi invece i giudizi dell'Eica, l'associazione delle
imprese europee. Più cauto, invece, il giudizio dell'associazione europea Linux
Alliance, che per tutta l'estate ha letteralmente tempestato
Bruxelles di appelli, petizioni affinché la proposta di direttiva fosse respinta.
Per la rete di programmatori e di piccole imprese che puntano alla diffusione
di software open source, «molte delle nostre raccomandazioni sono state
accolte, ma bisogna però valutare la direttiva nel suo complesso». Eccentrico è
il commento apparso «a caldo» nell'autorevole sito «Slashdot», da sempre in
prima linea per la difesa dei diritti civili nel cyberspazio. Il voto di
Bruxelles viene infatti considerato come un mezzo successo, visto che la
direttiva riconosce che non tutto il software è brevettabile. Chi invita alla
cautele è però «l'Associazione per il software libero». «Siamo abituati a
conoscere prima le cose e poi esprimere giudizi - ha affermato Alessandro
Rubini dell'associazione -. Leggeremo di nuovo la direttiva e gli emendamenti
uno per uno e poi valuteremo il da farsi». «Capisco il respiro di sollievo
degli amici di Linux Alliance, visto che alcuni dei loro
emendamenti a tutela del software open source sono state accolti. Ma il mio
giudizio rimane negativo», ha dichiarato il senatore verde Fiorello Cortiana.
«La partita - ha continuato il parlamentare verde - non è però ancora persa del
tutto. Ora la parola passa infatti alla conferenza intergovernativa prima che
il testo della direttiva ritorni al parlamento europeo per essere approvata
definitivamente. Vedremo come si muoverà Lucio Stanca, il ministro per
l'innovazione e le tecnologie. Tocca a lui in questo semestre presiedere la
conferenza intergovernativa».
Ma cosa c'è dietro una direttiva stilata in un linguaggio
oscuro infarcito di tecnicismi e di retoriche dichiarazioni a favore del libero
mercato? Un nuovo capitolo nello scontro tra imprese europee e statunitensi? Le
prime, è noto, hanno negli anni scorsi perso terreno rispetto a giganti come
Microsoft, al punto che è quasi impossibile parlare di industria informatica
inglese (fagocitata dai giapponesi alla metà degli anni Ottanta), francese (la
Blu non esiste più come marchio da quasi venti anni), italiana (do you remember
Olivetti?) o tedesca (sparito il marchio Nixdorf, mentre Siemens si è
decisamente spostata sulla telefonia mobile). Da anni molti «eurotecnocrati»
non nascondono la loro simpatia verso una concezione della proprietà
intellettuale come strumento regolativo della competizione economica. Ed è
venuta proprio dall'interno delle istituzioni comunitarie la spinta per un
adeguamento della legislazione europea a quella statunitense, «perché così le
imprese europee possono competere alla pari», dimenticando di dire però che nel
software di made in Europe c'è rimasto ben poco.
E' di quest'anno, infatti, l'approvazione del parlamento europeo della
direttiva sul diritto d'autore che ricalca fedelmente quella statunitense. E'
di questi giorni l'inizio della discussione in commissione di un'analoga
direttiva per la tutela della proprietà intellettuale. Il sospetto è che
l'Unione europea più che aprire un capitolo nello scontro con gli Stati uniti,
lo abbia chiuso a vantaggio del made in Usa.
Tornando alla brevettabilità del software, la necessità di
una direttiva dell'Unione europea su questo argomento è stata caldamente
sollecitata nei mesi scorsi dal commissario per il mercato interno Frits
Bolkenstein per uniformare le legislazioni nazionali su questo tema. Inoltre,
sempre secondo Bolkestein, era arrivato il momento di «riformare» la
convenzione europea sui brevetti, firmata nel 1973 a Monaco, oramai inadeguata
di fronte «alla scommesse poste dalla società dell'informazione». E' noto che
il documento sottoscritto a Monaco trent'anni fa vietava la brevettabilità di
«metodi matematici, algoritmi, metodi di lavoro, programmi per l'elaborazione
di dati e simili». Ma per la Commissione per il mercato interno dell'Unione
europea quella distinzione tra idee e prodotti industriali non regge più alla
prova dei fatti, visto che l'ufficio dei brevetti europeo, nel 2001,
ha già dato il via libera a oltre sedicimila richieste di
brevetti per il software.
E' certamente così, ma non si capisce il perché si debbano
brevettare le idee. I brevetti hanno valore per vent'anni, duranti i quali se
si usano le idee altrui si devono pagare delle royalties. Se poi si guarda alla
legislazione del diritto d'autore sui prodotti informatici si scopre che il
titolare di quel diritto sono le imprese. Insomma, l'attuale legislazione sulla
proprietà intellettuale garantisce rendite di posizione per imprese che hanno
le risorse monetarie e produttive per sviluppare il software. Cioè le major
dell'alta tecnologia. Se poi si pensa che gran parte del software che permette
il funzionamento di Internet è di «pubblico dominio», l'estensione dei brevetti
ai programmi informatici ratifica la fine di quel breve, ma denso decennio
durante il quale Internet era gratis, almeno nel Nord del pianeta. Cambiamenti
in atto che condizioneranno non poco la prossima conferenza mondiale sulla
«società dell'informazione» che si terrà il prossimo dicembre a Ginevra.