|
Il seme del dubbio
I rischi
dell'agricoltura geneticamente modificata e le promesse non mantenute del
bio-tech, i timori per la salute dei consumatori. Un incontro con Mae-Wan
Ho, biologa e attivista tra i ricercatori firmatari del documento «The Case
For a Gm-Free Sustainable World», presentato a Roma nel corso del convegno
su «Ogm, brevetti e fame nel mondo»
MATTEO BARTOCCI
Mae Wan Ho è una scienziata combattiva e radicale che da
anni segnala i rischi dell'agricoltura geneticamente modificata. In questi
giorni si trova a Roma per il convegno «Ogm, brevetti e fame nel mondo»
(del quale si parla in questa pagina). La minuta scienziata di origine
malese - nota ai lettori italiani per il suo Ingegneria genetica.
Scienza e business delle biotecnologie, DeriveApprodi, 2001 - sorride
spesso nel corso dell'intervista ma, il tono lieve non smorza la durezza
dei suoi giudizi. Le promesse dei sostenitori degli Ogm si sono rivelate
una chimera. Quello di cui c'è bisogno è invece un cambiamento di paradigma
nella genetica molecolare, una nuova biologia olistica ed ecologica, una
scienza che non consideri più i geni come oggetti isolati ma li veda come
parti di una relazione più ampia in cui essi stessi sono sottoposti alle
influenze e al cambiamento indotti dall'ambiente. Il modello riduzionista,
dice Ho con un sorriso, è finito.
Dottoressa Ho, insieme ad altri ricercatori ha appena
pubblicato un documento chiamato «The case for a GM-Free Sustainable
World». Di che si tratta?
Insieme a alcuni scienziati di vari paesi,molto critici
sul biotech, abbiamo prodotto un rapporto dettagliato, oltre 130
pagine, che raccoglie tutte le prove che mettono in dubbio la sicurezza
degli Ogm.
Ce le può riassumere in breve?
Gli organismi transgenici non hanno mantenuto nessuna
delle promesse fatte dai loro promotori o creatori. Le difficoltà che
abbiamo di fronte oggi erano state ampiamente previste da chi dubitava e
criticava: resistenza delle piante e dei parassiti agli erbicidi e ai
pesticidi, contaminazione delle piante normali a causa del polline, e così
via. Ma le prove di questo disastro sono state soppresse, per motivi
commerciali, economici o politici.
Cosa dite dal punto di vista scientifico nel vostro
documento?
Le preoccupazioni della scienza sugli Ogm sono molte. Per
esempio si usano vettori virali e batterici modificati, in qualche caso
anche pericolosi. Il cibo creato in laboratorio, inoltre, non fa parte
della nostra catena alimentare e non conosciamo i suoi effetti sul lungo
periodo.
Lei si definisce una «scienziata radicale». Qual è la
situazione a livello accademico per i ricercatori che la pensano come lei?
In Gran Bretagna, ma anche in altri paesi, ci sono molti
scienziati che hanno perso il lavoro o i fondi per le loro ricerche
semplicemente perché cercavano di rendere noti i risultati delle loro
scoperte sugli Ogm. Scoperte che mettono in luce, in base a test
scientifici, la pericolosità e la mancanza di sicurezza di questi organismi
creati in laboratorio. Il caso più celebre è quello di Arpad Pusztai, un
ricercatore del Rowett Institute in Scozia. Ma una cosa simile è successa
anche a me quando mi occupavo del trasferimento genico orizzontale, cioè
tra specie diverse. Quando lavoravo all'Open University fui incoraggiata a
ritirarmi prima della fine del mio contratto. Oggi infatti mi occupo poco
di ricerca di base.
Il governo americano sta per lanciare al Wto
un'offensiva contro l'Unione Europea a causa della moratoria sugli Ogm in
vigore nel nostro continente....
A livello internazionale gli Ogm sono regolati dal
protocollo sulla biosicurezza di Cartagena firmato nel 2000 da 139 nazioni.
Il trattato è stato ratificato da 50 stati ed è quindi entrato in vigore,
permettendo ad ogni paese o regione, come l'Europa, di decidere cosa possa
entrare e cosa no in base a leggi appropriate e autonome. E' vero però che
il protocollo è costantemente minacciato e rischia di essere inefficace. L'aspetto
più importante, a mio avviso, è cosa pensano i cittadini: i consumatori
europei non vogliono prodotti Ogm e questo sentimento va tenuto in
considerazione e accompagnato da conoscenze scientifiche valide.
Qual è la situazione in Gran Bretagna?
Anche i cittadini inglesi sono nettamente contrari agli
Ogm. Penso alle molte battaglie locali nei piccoli paesi scelti come
terreno di prova per la coltivazione di piante trangeniche. Molti cittadini
sono intervenuti per distruggere questi raccolti, perché la preoccupazione
sulla sicurezza e sui tentativi di instaurare un monopolio sul cibo sono
molto diffusi. Sicurezza, salute e tutela dell'ambiente sono preoccupazioni
molto sentite in Inghilterra.
Proprio per contrastare queste resistenze, il governo
britannico ha lanciato in questi giorni un dibattito nazionale aperto a
tutti i cittadini sulle questioni sollevate dagli Ogm, chiamato «GM
Nation?». Di che cosa si tratta?
Finalmente il governo ha deciso di dare il via a una
consultazione nazionale. E ha impostato il dibattito su tre filoni
principali: cosa deve fare il Regno Unito nei confronti del transgenico,
gli aspetti economici del biotech; le valutazioni scientifiche sugli Ogm.
Il che, detto per inciso, si riduce a una serie di incontri poco
pubblicizzati e a un sito web. Infatti ci sono state molte polemiche in
Gran Bretagna, perché il governo ha destinato ai dibattiti fondi
insufficienti e non ha fatto alcuna promozione agli eventi tenuti nelle
varie città. Ma chi è andato, molte centinaia di persone, è riuscito
comunque a esprimere la propria contrarietà.
Nonostante questi limiti è però la prima volta che un
governo consulta i cittadini su questioni così complesse ma che li
riguardano direttamente. Un'iniziativa tutto sommato interessante e forse
da approfondire anche in altri paesi. Come si svolgeva il dibattito in
concreto?
Le riunioni si svolgevano in alcune grandi sale allestite
con tavoli e sedie. Non ci sono stati interventi diretti di esperti,
attivisti o politici. All'inizio della riunione veniva proiettato un video
abbastanza obiettivo preparato dal governo. E su questa semplice base, del
tutto insufficiente a soddisfare le molteplici curiosità su questioni così
complesse, i cittadini iniziavano a discutere tra di loro. Non c'è stata
abbastanza informazione, specialmente scientifica. Né si potevano porre
domande, perché non c'era nessuno a cui rivolgerle.
Se «Gm Nation?» non è un modello appropriato, cosa si
dovrebbe fare allora per coinvolgere il pubblico nelle questioni
scientifiche e ambientali che lo riguardano?
A mio avviso è più utile creare una serie di eventi
pubblici in cui tutte le questioni siano presentate in modo chiaro.
Riunioni in cui il pubblico possa fare domande e ottenere risposte sincere
e attendibili. Un video non basta per farsi un'opinione... Il pubblico ha
bisogno di avere un'informazione completa e non deve essere tenuto
all'oscuro. Nessuno può dire: «Non ti preoccupare, io sono un esperto»,
oppure «Tu non puoi capire perché non hai studiato biologia». Chiunque può
farsi un'idea sulla base di prove attendibili e scientificamente valide.
Lei ha pubblicato recentemente un libro intitolato Living
with the Fluid Genome, non ancora tradotto nel nostro paese. Il
concetto di genoma «fluido» si sta diffondendo nel dibattito sulla
biologia, penso ad esempio al lavoro di Evelyn Fox Keller, ma anche ad
alcuni risultati del Progetto Genoma Umano. Ci può spiegare meglio di che
si tratta?
Il mio libro è un'introduzione al cambiamento di
paradigma in atto nella biologia molecolare. Alla base delle biotecnologie
e delle tecniche sul Dna ricombinante c'è infatti un approccio
riduzionista, espresso a chiare lettere da Francis Crick in quello che lui
ha chiamato il «dogma centrale della biologia molecolare»: l'informazione
genetica si muove in modo unidirezionale: dal Dna va all'Rna, poi alle
proteine e infine arriva all'organismo. Questo modello è falso e inadeguato
alla realtà del vivente. Le proteine non sono burattini manovrati dai geni.
Il «genoma fluido» significa che ci sono molteplici sentieri che conducono
dai geni alle proteine e, soprattutto, che il movimento non è lineare, ci
sono feedback e relazioni che vanno a ritroso dall'ambiente alle
proteine al Dna. Si fa quindi strada, anche nella scienza più ortodossa, il
concetto di «reti di regolazione e di espressione genica». Un'idea molto
diversa dal dogma di cui le ho parlato. Il Dna è una molecola molto
dinamica e i geni, a differenza dei diamanti, non sono per sempre. Il
corredo genetico è sensibile all'ambiente che lo circonda. Ecco perché
pesticidi, erbicidi e vaccini possono condurre a un rimescolamento
genetico, un fenomeno di cui cominciamo solo ora a capire i pericoli.
Dopo concetti come «sicurezza», «tracciabilità» e
«etichettatura» si sta affrontando ora quello di «prossimità». Gli
scienziati come lei sono contrari alla coesistenza tra prodotti
geneticamente modificati e non. Perché?
Perché non esiste separazione tra organismi e ambiente.
Se distruggiamo quello che ci circonda distruggiamo noi stessi. Le prove
scientifiche dicono infatti che i geni delle piante modificate contaminano
le altre tramite il polline. Non c'è modo di bloccare il vento. In Canada,
per esempio, 32 varietà di semi su 33 sono contaminati con Ogm, anche se
non dovrebbero. Le ricerche sugli Ogm agricoli non dovrebbero essere
ammesse in campo aperto, ma confinate nei laboratori.
Molti dicono che gli Ogm potranno contribuire a
risolvere il probema della fame nel mondo e accusano gli ambientalisti di
una sorta di barbaro cinismo. Lei che ne pensa?
Sono consulente scientifico del Third World Network e
quindi sono coinvolta direttamente in queste questioni. Vorrei raccontare
il caso dello Zambia. L'anno scorso questo paese africano è stato colpito
da una pesante carestia, ma rifiutò i semi transgenici inviati dagli Stati
Uniti, una decisione che fu accolta come uno scandalo. Prima della
decisione, però, il presidente dello Zambia invitò nel paese molti
scienziati internazionali e alla fine del dibattito si votò
democraticamente a favore del rifiuto degli aiuti «umanitari» americani. Il
problema era che se li avessero accettati avrebbero perso lo status di
paese «Ogm-free» e quindi le loro esportazioni agricole ne avrebbero
risentito. In seguito, in un forum panafricano, fu firmata la «dichiarazione
di Lusaka» che afferma che gli Ogm non sono la soluzione alla fame nel
continente. L'Africa è in grado di nutrirsi. Però mancano l'acqua, le
strade, le infrastrutture, le attrezzature agricole. Il problema della fame
è un problema di distribuzione, non di produzione. Nel mondo c'è un surplus
di cibo e gli Ogm non possono risolvere i problemi logistici e di
distribuzione degli alimenti, dell'acqua e della produzione agricola.
Lei è contraria anche all'uso delle biotecnologie in
medicina?
Sebbene abbia registrato una manciata di successi, il
biotech in campo sanitario sta incontrando molte difficoltà. I problemi
principali sono, per esempio, i vari e complessi meccanismi di rigetto
messi in atto dal nostro corpo di fronte a oggetti estranei, come le cellule
modificate. In qualche caso, poi, le cure hanno anche dato luogo a forme
tumorali, cioè a delle vere e proprie disfunzioni cellulari. Inoltre le
patologie basate sul malfunzionamento di un singolo gene - le migliori
candidate a una terapia genica funzionante -, purtroppo sono solo una
minoranza. Infine l'esposizione al Dna transgenico potrebbe essere una cosa
pericolosa in sé. La medicina «riduzionista» non funziona. Per avere un
organismo in salute ed efficiente dobbiamo trovare un equilibrio sano con
l'ambiente che ci circonda.
|