dal Manifesto del 30 ottobre
Una filosofia in salita libera
Il
«filosofare dal basso» come teoria critica capace di indagare e svelare le
forme di dominio e spoliazione della libertà. Una forma di resistenza che parte
dalla pluralità dei soggetti e permea lo spazio pubblico della comunicazione
Pietre d'inciampo Le categorie di «alto» e «basso» e
la distribuzione ineguale del potere. L'eredità filosofico-politica di Giuseppe
Temerari
MARIO
MIEGGE
La
raccolta di saggi pubblicata da Giuseppe Semerari nel 1973 sotto il titolo Filosofia e
potere (Dedalo) si apre con la seguente dedica: «Questo libro è
idealmente offerto ai giovani delle scuole e delle università (...) che,
traducendola in azione, hanno provato come la cultura possa diventare critica vissuta
e vivente di ogni potere reificato, strumento di dominio dell'uomo sull'uomo». Insolite nel
linguaggio accademico, queste parole non erano scritte da un attivista politico
o da un giovane docente in cerca di popolarità. Passata la soglia dei cinquant'anni,
Semerari esercitava una forte autorità sia nel suo stesso ruolo cattedratico
sia nel dibattito filosofico nazionale e internazionale. Nel 1973 i
sommovimenti studenteschi si erano già attenuati ma il filosofo barese non
esitava a dichiararne il valore e la piena corrispondenza con il progetto
critico delineato in Filosofia e potere. «Una critica
filosofica del potere - scriveva Semerari nell'Introduzione - si identifica, al
limite, con la progettazione di una democrazia reale e radicale, in cui il potere
è valido soltanto nella misura in cui è giustificato dal basso, è
universalmente partecipato e formalizza non rapporti irreversibili di dominio e
sudditanza, bensì rapporti di reciprocità». La critica filosofica indaga e
svela le forme di dominio e spoliazione della libertà da parte di un potere
istituzionale reificato: «la reificazione è la pretesa della istituzione di
esistere per se stessa». Ma, in relazione al potere, si apre anche la
spaccatura tra due diversi procedimenti filosofici. In un caso la filosofia
procede, per così dire, «dall'alto» e si adopera a descrivere e ratificare
razionalmente l'ordine dato, «ignorandone o pacificandone le contraddizioni».
Nell'altro caso, invece, la filosofia «non ritiene l'ordine dato
aprioristicamente garantito nella propria razionalità e lascia che le
contraddizioni esplodano». Il «filosofare dal basso» (oggetto del primo
capitolo di Filosofia e potere), dunque, non prende forma di
dottrina o di sistema ma è connotato da «un atteggiamento radicalmente empiristico»,
dal riconoscimento della finitezza, complessità e precarietà dell'umano (negli
anni seguenti Semerari darà spazio al concetto di insecuritas); configura la
conoscenza come un processo interattivo, o più precisamente (secondo la
terminologia di John Dewey) «transazionale»; parte dalla pluralità dei
soggetti, in vista della comunicazione reciproca, dando la priorità al
«domandare». Infine si rivolge alle possibilità del futuro, in opposizione al
filosofare «dall'alto» che totalizza la storia «come visione retrospettiva di
un processo già concluso». La proposta critica di Filosofia e
potere non si riduceva però ad una controversia tra filosofie.
Dei concetti di feticismo e reificazione - elaborati da Marx principalmente
nella critica dell'economia politica - Semerari si avvaleva in un quadro più
articolato, che si estendeva alla politica (come già si è detto) ed alla
scienza perché le forme dell'attività umana ed i loro comparti istituzionali si
entificano e prendono a vivere di vita propria: i «predicati» diventano
Soggetti e riducono ad oggetto i soggetti reali e viventi.
A questo proposito Filosofia e
potere segnala processi di inversione di senso. Se il procedimento
sperimentale della scienza moderna costituisce un modello eminente di sapere
aperto e problematico nel loro sviluppo, la scienza e la tecnica, sono poi
divenute «potenze dominanti» e di conseguenza «campo di una ben distinta
alienazione». L'altra inversione è quella del marxismo trasformatosi in
ideologia di Stato. L'ultimo capitolo di Filosofia
e potere si intitola, non a caso, «Burocrazia, tecnocrazia e libertà» e
documenta la solidarietà attiva con i filosofi dissidenti della Jugoslavia e di
altri paesi dell'Europa orientale. Scriveva Semerari: «Non è casuale che
Gramsci abbia parlato di `feticismo' a proposito di quegli organismi collettivi
(Stato, Nazione, partiti, sindacati, ecc.), che finiscono con l'esser sentiti e
pensati dai loro stessi componenti come un'entità estranea».
Vi è una forte sintonia tra gli argomenti affrontati in Filosofia e potere e le pratiche riformatrici che si
svilupparono, negli stessi anni, in vari settori del lavoro e della attività
professionale. Collegati alle strategie contrattuali dei sindacati, gli
interventi «tecnici» di tutela della salute fisica e mentale dei lavoratori
presero forma di azione collegiale e comunicazione reciproca tra gli esperti e
i destinatari, ora riconosciuti come titolari di diritti, di conoscenza, di
autonomia personale e di gruppo. I movimenti e le nuove associazioni qualificarono
le rispettive aree disciplinari - della psichiatria, della medicina, della
magistratura - con l'aggettivo «democratica», termine che potrebbe agevolmente
essere completato o scambiato con la dizione «dal basso». Nel corso degli anni
`80 e `90, i mutamenti del tessuto economico, del mercato del lavoro e delle
relazioni industriali hanno poi rimosso quella «centralità della fabbrica» che
aveva dato consistenza sociale alla prassi. Ciò nonostante, quelle esperienze,
simultaneamente politiche e professionali, non hanno soltanto arricchito e
trasformato i saperi ma hanno anche aperto la via e dato indirizzo a
legislazioni di riforma (dallo Statuto dei Lavoratori alla legge 180 sui
manicomi sino alla istituzione del Servizio Sanitario Nazionale). E che queste fossero
vere riforme è dimostrato dal fatto che sono ancora costantemente sotto tiro, e
oggi più che mai minacciate.
Certo, nella congiuntura odierna non è affatto scomparso il
recitativo delle «riforme» e del «riformismo». Ne è però evidente il
capovolgimento di senso. Le iniziative e le pratiche degli anni `70
mobilitavano ed aggregavano una pluralità di soggetti (lavoratori e cittadini,
operatori ed esperti, amministratori locali e dirigenti politici) al fine di
innalzare i livelli di responsabilità sociale e di autogoverno, nel quadro di
istituzioni pubbliche sempre riformabili. Come ricorda lo psichiatra Antonio
Slavich (La scopa meravigliante, Editori
riuniti, 2003), nel 1977, sopra la breccia aperta nel muro del manicomio
provinciale di Ferrara venne scritto: «Con il lavoro di tutti ora l'ospedale è
davvero aperto: perché diventi un problema per tutta la città e non solo per
chi ci `vive' o ci lavora.» Le riforme di cui
principalmente adesso si parla concernono invece l'efficienza di entità di tipo
uniformemente aziendale. E, perché ciò accada, è primaditutto necessario che
siano i singoli soggetti a «riformarsi». Solo liberandosi dalla rigidità
dell'occupazione, dai contratti collettivi e dalle tutele sociali potranno
diventare pienamente imprenditori di se stessi, organizzare e rispettare i
propri «budgets» vitali: formativo, lavorativo, previdenziale, funerario. La
Società può allora compendiarsi in pochi istituti essenziali: le agenzie
finanziarie, che amministrano risparmio e credito valorizzando sul mercato i
fondi-pensione e le agenzie di pubblica sicurezza. Le riforme, insomma,
consistono nella demolizione sistematica di ciò che è stato conquistato e
costruito in centovent'anni di storia del movimento operaio e democratico. Il
«filosofare dal basso» avrà un destino analogo?
La figura dell'«alto» e del «basso» riguarda innanzi tutto
la distribuzione ineguale del potere. Poiché all'inizio del terzo millennio
questo dato di ineguaglianza non solo permane ma si è aggravato nel mondo ed
anche nel nostro paese e non è ancora giunto il tempo di esimere i filosofi da
una qualche scelta di campo.
Prendere posizione «dal basso» vorrà dire attenersi ancora
al compito prevalente della «critica»? Certamente sì. Ma si deve aggiungere che
l'esercizio della critica trova ostacolo nel fatto che (a differenza di quanto
avveniva nel secolo di Hegel e di Marx, ed ancora negli anni della nostra
gioventù) adesso «dall'alto» non discendono più affatto pensiero e ragionamenti
ma soltanto cascami di precedenti dottrine (che un tempo furono robuste e bene
argomentate), riciclati in messaggi pubblicitari. Questi messaggi cavalcano ed
alimentano fenomeni di stupidità di massa, al cui riguardo l'attrezzatura
diagnostica dei sociologi e degli storici appare superiore a quella dei
filosofi - i quali, in tali circostanze, sono più facilmente inclini alla
retorica della denunzia e dell'indignazione morale.
Tuttavia non mancano alla filosofia specifiche risorse ed
occasioni di resistenza. Le risorse, per lo più, non sono di recente acquisizione:
risorgono da un lungo passato e non possono essere agevolmente catalogate per
mezzo della opposizione tra l'«alto» e il «basso». Ciò non vuol dire che sia
terminato il filosofare dal basso, bensì che, nella attuale desertificazione,
il tracciato «dal basso» viene a coincidere quasi interamente con le ragioni
del filosofare in generale. Ma, proprio in vista di un più ampio fronte di
resistenza filosofica, devono essere ridimensionate (a mio parere) alcune
discriminanti presenti nel modello di Filosofia e
potere: in particolare quella che oppone all'«idealismo» (stabilmente
associato al filosofare dall'alto) il «materialismo» (nella sua versione
marxiana). Questa dicotomia attesta l'esodo del filosofo Semerari dai palazzi
del Novecento filosofico italiano. Chi appartiene ad un'altra generazione ed ha
avuto un diverso itinerario di formazione può invece pensare che la coppia
oppositiva «idealismo-materialismo» sia altrettanto povera di significato
quanto il vocabolario dell'odierno riformismo e della sua immancabile compagna,
la «modernizzazione». D'altronde le carovane che cercano di resistere adesso ai
briganti del deserto si avvalgono assai poco delle armi del materialismo
storico: maneggiano preferibilmente quelle forgiate dai fondatori dello stato
di diritto, dai teorici della divisione dei poteri, dai critici della
democrazia plebiscitaria, che erano autenticamente liberali.
A guisa di esempio vorrei segnalare infine due aree in cui
può esercitarsi una resistenza filosofica. La prima riguarda lo spazio della
comunicazione pubblica, la seconda le strutture del tempo. I governi liberisti,
«deregolatori» e alla fine «neoconservatori» (pertanto interamente dissimili
dai «liberali» precedentemente evocati), sono intenti non soltanto a smembrare
e vendere patrimoni e servizi dello Stato ma anche a restringere gli spazi
della comunicazione libera e della discussione aperta ai cittadini poiché non
tollerano di essere contestati e contraddetti «sulla scena». Al contrario, la
tradizione prevalente della filosofia consiste nella controversia palese e
programmatica, che si svolge per lo più in forme e sedi pubbliche: tali sono
non soltanto l'agorà ateniese o le gazzette dell'Illuminismo ma anche, seppure
con più rigide barriere gergali, le dispute scolastiche del Basso Medioevo o le
tenzoni della filosofia classica tedesca, che davano gran lavoro a tipografi e
librai. Da questo punto di vista l'opposizione «dal basso» ha direttamente a
che fare con le condizioni costitutive del filosofare. La filosofia ha scarse
possibilità di sopravvivenza se non vengono difesi, ristabiliti ed allargati
gli spazi, aperti a tutti, della discussione: ovviamente, nel confronto plurale
tra i campi del sapere e tra diversi operatori, egualmente disposti a
interrogarsi sul senso della propria attività professionale. Questo progetto,
direttamente politico, esige però che i filosofi non indulgano all'esoterismo
del linguaggio settoriale e che riescano ad opporre comprensibili argomenti di
«buon senso» ad un «senso comune» manipolato, traviato ed afasico.
Seguendo le indicazioni di Semerari, possiamo dire che il
filosofare dal basso è connotato dall'orientamento al futuro, aperto ai tempi
lunghi. Al contrario, il dominante modello economicistico concentra e riduce le
dimensioni del tempo (presente, passato e futuro) nella brevissima durata
dell'«atto puro» mercantile (l'operazione di borsa) o comunque in aspettative e
progetti di corto periodo. Rafforzare e dilatare nuovamente le dimensioni del
tempo diventa dunque uno dei compiti della resistenza dal basso. E la
dilatazione si fa in avanti e all'indietro. Ora, questo andirivieni è un
requisito essenziale del lavoro filosofico, che dialoga con i predecessori e li
rende in qualche misura contemporanei, entro un arco di tempo di circa venticinque
secoli (corrispondente in larga misura anche alle vicende storiche della
Politica e del Diritto). La continuità di questa tradizione è assicurata non
tanto dalla variabile sequenza delle costruzioni dottrinali quanto dalla
persistenza dei problemi. E poiché non è vero che i problemi si pongano
soltanto quando diventano materialmente possibili le soluzioni, o che le
domande ottengano sempre risposta, proprio per questo la partita rimane aperta
ad un futuro incerto. Il semplice esercizio storico-temporale del filosofare
diventa in tal modo una pietra d'inciampo per i predatori del tempo.